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Il Partito Democratico riscuote ampio consenso, fra gli elettori di centrosinistra, ma non pare più suscitare l´entusiasmo di qualche mese fa. Prima della vittoria elettorale dell´Unione, avvenuta di misura. Dopo anni di dibattiti, polemiche ed esperimenti, sembra che il fuoco della passione si sia un po´ spento. Quasi che il progetto avesse perso l´urgenza di prima. Non fosse più prioritario. Quasi che la via da seguire – federazione o partito – non contasse più di tanto. È quanto suggerisce l´indagine condotta nei giorni scorsi da Demos-Eurisko per "la Repubblica". Il Partito Democratico (PD): nel centrosinistra riscuote l´adesione di due di elettori su tre. La stessa quota ritiene che, alle elezioni politiche, la lista dell´Ulivo avrebbe dovuto essere presentata non solo alla Camera, ma anche al Senato. Evitando quella geometria variabile che, da sempre, affascina i progettisti del centrosinistra. (Ricordiamo le regionali di un anno fa, quando l´Ulivo venne presentato solo in alcune realtà). Ancora: un´ampia maggioranza di elettori (di centrosinistra) vorrebbe coinvolgere nel PD altri partiti, oltre ai soci fondatori, Margherita e DS (senza dimenticare i Repubblicani Europei). In particolare: la Lista Di Pietro, il PdCI e i Verdi. Tuttavia, in questo clima di sostegno, si colgono alcuni segni di sazietà. Il primo: il rallentamento della voglia di aggregazione. Infatti, la domanda di "unità", per quanto elevata, sembra in calo. Due anni fa (indagine Demos-Eurisko per Repubblica", luglio 2004) era superiore di circa 10 punti. Il secondo: la maggiore indulgenza verso il sistema partitico attuale. Di fronte alla prospettiva da seguire, per costruire il PD, gli elettori di centrosinistra, infatti, si dividono fra quanti pensano a un Partito Unitario (PU), che supera e riassume le forze politiche attuali, e quanti preferirebbero una federazione, in cui convivono i partiti presenti (e passati..). Entrambe le ipotesi ottengono l´adesione di circa il 25-30% degli elettori dell´Unione. Due anni fa, il Partito Unitario risultava nettamente privilegiato e otteneva un sostegno superiore di circa 20 punti. Il terzo: la "prudenza". Il 44% degli elettori di centrosinistra pensa che il PD vada costruito "senza fretta". Solo il 18% ritiene, invece, che si tratti di una priorità, da perseguire con urgenza. Quindi, per la base dell´Unione non è vero, come avevamo scritto qualche settimana fa, che "domani è già tardi". Al contrario: il PD può attendere. Naturalmente, questi dati possono essere interpretati e ancor più valutati in modo diverso. Anche se la spiegazione più credibile, a nostro avviso, chiama in causa la "sazietà", seguita al voto di aprile. Uno spartiacque. La "sindrome del nemico", l´antiberlusconismo, più di altre ragioni, inducevano gli elettori di centrosinistra a stringersi intorno a una bandiera comune. L´esito delle elezioni ha, in qualche misura, allentato questo senso di "unità difensiva". Mentre le scadenze elettorali successive - amministrative e referendum - hanno generato un clima di maggiore ottimismo. Lo dimostrano i dati relativi al consenso nei confronti del Presidente Napolitano, del premier Prodi, del governo, presentati ieri su Repubblica da Fabio Bordignon. Lo conferma il grado di fiducia verso tutti i leader dei partiti dell´Unione. Elevatissimo, anche rispetto a pochi mesi fa. Così, il dibattito sul PD, oggi, agli elettori di sinistra sembra meno urgente e perfino un po´ defatigante. Non a caso, prosegue, vivace, soprattutto fra i militanti dei circoli, dei movimenti, dei comitati. Oltre che, rapsodicamente, fra i gruppi dirigenti dei partiti. D´altronde, non è un caso che la richiesta di procedere nella costruzione del PD, ma "senza fretta", risulti molto superiore alla media fra quanti scommettono sulla tenuta del governo per l´intera legislatura. In fondo, lo stesso si è verificato in passato. La spinta all´unità, alla costruzione del Partito dell´Ulivo, risulta vigorosa quando il centrodestra appare forte e Berlusconi è saldamente in sella. Per smorzarsi, sensibilmente, in condizioni contrarie. Dopo i successi elettorali. All´indomani delle europee del 2004. A maggior ragione dopo le regionali del 2005. Il che suggerisce come permanga un notevole contrasto fra il PU concepito come fine e come mezzo. Fra il PD (e l´Ulivo, ieri) come "partito" oppure come cartello - federazione - di partiti. Il PD prevale di fronte a scadenze specifiche, in condizioni difficili. Quando, invece, le emergenze sembrano, a una parte dei gruppi dirigenti e degli elettori, meno pesanti, rimonta, come oggi, la tentazione di dilazionare. Di usare il PD come un mezzo. Una nave su cui imbarcare i partiti quando il mare è in burrasca. Per farli tornare a terra, quando la tempesta è finita. I partiti. La legge elettorale approvata in fretta dalla CdL per ridurre lo svantaggio nei confronti della sinistra ne ha certamente aumentato il potere. Al momento del voto occorreva scegliere un partito. Poi tutto veniva ricondotto a unità, attraverso la logica della coalizione e della personalizzazione. Destra o sinistra. Berlusconi o Prodi. Così si è insinuata l´impressione che il bipolarismo funzioni lo stesso. Anche senza partiti Democratici e/o del Popolo. Infine, conta l´indubbia difficoltà di un dibattito complesso, per i non addetti ai lavori. E gli elettori, salvo rare eccezioni, non fanno né i politici né i politologi. (Per fortuna). Come pretendere che si districhino in una foresta di sigle e di formule che cambiano di giorno in giorno? Per cui, agli elettori di sinistra, oggi sembra prioritario governare bene. Uniti. Affrontare le vere emergenze, che riguardano l´economia, la sicurezza interna e internazionale, il costo della vita… Altro che Partiti Democratici! Tutto ciò, in fondo, non è solo comprensibile, ma anche ragionevole. Per alcuni, auspicabile. Visto che parlare dell´urgenza del Partito Democratico o di superare i partiti tradizionali è considerato, da numerosi attori e osservatori politici, con sospetto. Segno di una cultura antipolitica. Un orientamento, intendiamoci, legittimo. Immaginare una democrazia senza partiti è pericoloso. Poi, la prudenza è d´obbligo, quando si parla di costruire un partito nuovo al posto di altri, dotati di radici profonde. Tuttavia, immaginare di rafforzare la nostra democrazia con "questi" partiti - anche a sinistra - a noi pare altrettanto pericoloso. Visto che le loro identità si sono ormai sbiadite. E i loro vessilli sono esibiti, in molti casi, da gruppi oligarchici. Visibili e forti, al centro. Invisibili sul territorio e nella società. Questo sistema elettorale ha garantito loro ulteriore potere. Non altrettanta legittimità e credibilità sociale. Né debbono ingannare le impennate registrate, nell´ultimo anno, dalle iscrizioni ad alcuni di essi. Alla Margherita, ad esempio. Visto che, dal punto di vista elettorale, hanno perso voti. Partiti burocratici senza società. Davvero pensare di cambiarli oppure di superarli è antipolitico? D´altra parte dubitiamo che la "ragionevole prudenza" degli elettori di sinistra permetterà operazioni "top down". Pilotate dall´alto. La maggioranza di essi (sei su dieci), infatti, ritiene che nella costruzione del Partito Democratico occorra coinvolgere direttamente gli elettori, attraverso una consultazione come le primarie. Una pratica e un rito che oltre l´80% degli elettori di sinistra, dopo l´esperienza dello scorso ottobre, intende ripetere. Perché la partecipazione è una cattiva abitudine. Un vizio. Da cui liberarsi è difficile. Da ciò il problema, per il PD. Sospeso tra Federazione e Partito Nuovo. Come una nave. Che, per alcuni, serve ai partiti, in caso di emergenza e di soccorso. Per altri, invece, deve affrontare il mare aperto. Da sola. Il Partito Democratico. A mezza strada. Perché indietro non si può tornare, ma è difficile anche continuare la rotta. Una rotta. Per cui rischia. Di arenarsi. Ilvo Diamanti Repubblica 16.7.2006
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