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Questa volta la «spinta» dei partiti di centrosinistra è stata assai più efficace nello stimolare la «terza Italia elettorale», quella che non sempre prende parte alle votazioni e dal cui comportamento, alla fine, dipendono i risultati. Di converso, c'è stata una significativa erosione della capacità di mobilitazione esercitata dalle forze di centrodestra, specie in alcune aree del Sud. La partecipazione — superiore alle aspettative di molti e indice di una diffusa sensibilità per le questioni istituzionali — è dipesa dunque più dalla capacità di coinvolgimento delle forze politiche, specie quelle del centrosinistra, che dall'abilità dei cittadini nell'orientarsi nel merito del referendum. Anche tra quanti si sono recati alle urne, pochi hanno esercitato una scelta meditata e basata su una attenta valutazione del quesito. La gran parte ha preferito rinunciare all'esame dettagliato dei diversi articoli sottoposti al vaglio popolare e ha utilizzato, come si fa sempre per votare su temi complessi, il «facilitatore» rappresentato dalle indicazioni di voto espresse dalle forze politiche per cui si simpatizza. Con significative eccezioni, appunto, nell'elettorato di centrodestra, ove circa il 20 per cento ha scelto in modo opposto a quanto suggerito dal proprio schieramento. Le defezioni maggiori si sono verificate nell'Udc, che si spacca letteralmente a metà tra sì e no. Anche la perdita di consensi legati alla Cdl nel Sud è in gran parte dovuta a mancata partecipazione, ma, in buona misura, a diversi «tradimenti». Ciò che mostra tra l'altro come la relativa maggior mobilità del voto meridionale (da e verso l'astensione o da uno all'altro schieramento) costituisca ancora uno dei principali fattori determinanti dei risultati elettorali. Al di là del pur importantissimo significato politico immediato, deve comunque far riflettere il fatto che metà degli italiani non ha creduto opportuno recarsi alle urne. Solo un terzo di costoro è formato dagli astenuti «abituali», che non vanno mai a votare (perlopiù anziani, con basso titolo di studio e poco interesse per la politica). Ad essi si sono affiancati questa volta quanti possiamo chiamare astenuti «aggiuntivi», con caratteristiche sociali e motivazioni differenti. Composti da persone più giovani, con titolo di studiomedio, o, talvolta, medio- alto. Che esercitano spesso professioni qualificate come commercianti, dirigenti, imprenditori. Le cui ragioni per la diserzione dalle urne vanno dalla contraddittorietà della propria posizione («su alcune cose sono d'accordo, su altre no: quindi preferiscono non votare») alla percezione dell'oggetto del referendum come lontano dalla propria vita quotidiana («Io non ho niente a che fare e non ne voglio sapere di questi problemi»), sino — è il motivo più diffuso che spiega almeno metà dell'astensionismo aggiuntivo — alla obiettiva difficoltà di pronunciarsi su un tema così complesso. Da questo punto di vista, il risultato referendario conferma il quadro già emerso due mesi fa. Caratterizzato da un elettorato ove a settori con orientamenti politici radicati, si affianca una estesa area di «lontananza» (e, talvolta, disinteresse o disprezzo) per la politica e le sue vicende. Che si accentua — è il fenomeno dell'«astensionismo aggiuntivo» — nel caso di tematiche particolarmente complesse. Ciò che porta a domandarci se abbia davvero senso sottoporre ai cittadini quesiti che richiedono uno sforzo così rilevante per essere compresi. Rispettando, certo, formalmente il dettato legislativo. Ma eludendo quello che era il vero spirito ispiratore della Costituzione stessa: la partecipazione informata e consapevole. Alla quale pochi hanno pensato. Renato Mannheimer Corriere della Sera 27 giugno 2006
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