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CAUTELA «Ma vi fidate ancora di noi?», ci chiede Nando Pagnoncelli, volto televisivo popolarissimo, anima di sondaggi, exit poll, proiezioni, ex Istituto Abacus ora Ipsos. E perché non dovremmo fidarci? Non c’è altro modo per inventarsi il futuro. Che appassiona. Il referendum tocca i cuori di sinistra. «Cautela», invoca Roberto Weber (Swg). «Materia mobile. Persino l’arresto di Vittorio Emanuele intorbida l’acqua delle previsioni» aggiunge Alessandro Amadori (Coesis). La Costituzione piace ancora agli italiani? «Sì, grazie al presidente Ciampi - risponde Webber - che è riuscito nel corso del suo settennato a proporla come elemento di coesione nel paese». Chi vincerà? Weber e Amadori si sbilanciano: vincerà il No, però lo scarto di voti potrebbe essere minimo... Weber fa la storia del No: «Si è cominciato un mese fa con una situazione virtuale che vedeva la conferma della legge, cioè la vittoria del Sì». Chi l’avrebbe detto. Le posizioni nel tempo si sono rovesciate: la tendenza è favorevole al No. Come si spiega il Sì d’allora e il No oggi? «Per alcuni punti della riforma largamente enfatizzati e di grande presa: la riduzione nel numero dei parlamentari, il senato federale, la stessa idea di devolution. A invertire la tendenza è stata la campagna moderata del centrosinistra. Moderazione: cioè niente scontro politico, nessuna difesa fondamentalista della Costituzione, disponibilità invece a cambiare, insistenza invece sulla cattiva qualità di questa legge, malfatta, brutta, pasticciata. Nel frattempo s’è pronunciata pure la Conferenza episcopale italiana, contro la nuova legge. Non avrà aggiunto molto, ma ha tolto qualcosa al centrodestra. Persino la televisione s’è un pochino riposizionata...». Insomma il No conta su una tendenza favorevole e la tendenza, alle scadenze di voto, è quella che conta. Ma non facciamoci illusioni. Alessandro Amadori prova il confronto con le politiche: allora il voto last minute danneggiò il centrosinistra, questa volta potrebbe colpire il No. Ma mette in discussione la vittoria? «No, ne limita l’ampiezza». Anche l’affluenza conterà: non solo le percentuali assolute, pure la geografia... Dove sarà più alta l’astensione? Deciderà il Sud contro il lombardo-veneto? Roberto Weber ipotizzava quaranta per cento, poi è sceso al trentotto. Alla fine l’affluenza potrebbe attestarsi attorno al trentacinque per cento. Amadori sta sul quaranta. Pagnoncelli però mette le mani avanti: «È difficile stimare correttamente l’indice di mobilitazione. Chi si astiene ha spesso difficoltà ad ammetterlo, è reticente, non gli piace far sapere: votare o non votare diventano un problema di accettabilità sociale». Dovrebbero essere più motivati gli elettori del centrosinistra. Ma la propaganda e la cattiva informazione hanno privilegiato due frammenti nel calderone della legge di riforma, due frammenti che possono incantare in modo trasversale: la cosiddetta devolution e la riduzione dei parlamentari. I manifesti che annunciano il Sì di Forza Italia e Lega si dividono: da una parte 175 (il numero dei parlamentari in meno), dall’altra il federalismo. Antipolitica sull’altare: nessun imbarazzo di fronte a quel numero e all’annuncio del federalismo, mentre quel numero in realtà dà il segno dell’indebolimento della rappresentanza territoriale, e il federalismo è l’annuncio di nuove costose burocrazie non di autonomia per gli enti locali, per il comune (quello che vale per l’italiano della provincia, soprattutto: il campanile, non il governatorato di Formigoni o di Galan). Però in un caso o nell’altro passa il populismo e passa il qualunquismo contro i “partiti romani”: «Via i mangioni dal Parlamento», sintetizza Amadori. Che non vede invece crescere il fascino del “premierato forte”, ostentato come il toccasana di una democrazia parlamentare malata. «La deriva decisionista è plebiscitaria - osserva Weber - s’è fermata. L’idea di uno stato leggero e di un leader forte piaceva dieci anni fa al 50/ 60 per cento degli italiani. Adesso il gradimento è sceso al 25/ 30 per cento». Anche se l’immagine di efficientismo di un governo forte può sedurre ancora. La verità è che del premierato forte e dei suoi equilibri parlamentari si sa pochissimo. Alla fine prevarrà un voto politico? Alla fine, per Nando Pagnoncelli, compariranno atteggiamenti opposti: quello politico e quello di merito, attorno alla devolution e alla riduzione dei parlamentari. Distorsione forte della realtà, ma il “messaggio” che il centrodestra e certa informazione sono riusciti a inviare all’elettorato è proprio questo. Senza tuttavia mettere in discussione la vittoria del No, riducendo lo stacco. Il No deve solo temere il voto last minute. Non deve pensare d’avere già vinto. Si concentri. Non faccia come la nazionale di Lippi. di Oreste Pivetta / Milano
da l'Unità - 20 giugno 2006
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