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maggio 25, 2006 SWG

Dopo le elezioni, la politica italiana cambia registro

 

 Le elezioni politiche del 2006 rimarranno tra le tornate elettorali memorabili; non è una grande scoperta ma la necessaria premessa per analizzare e comprendere, almeno per una prima approssimazione quanto è accaduto nell’ultimo anno e quanto accadrà nel prossimo futuro.

 Dopo le elezioni Europee e Provinciali del 2004 e le regionali del 2005 era iniziato il conto alla rovescia per la maggioranza di centrodestra. Ben prima dei sondaggi pezzi di establishment economico-finanziario, ampia parte degli intellettuali, porzioni significative del mondo dei media e, naturalmente, gran parte del milieu politico (comprese aree della Casa delle libertà) davano per conclusa l’esperienza del Cavaliere; i suoi alleati cominciavano a tentare di dividersi l’eredità, i suoi avversari facevano e disfacevano la lista dei nuovi ministri e sottosegretari.

 L’opinione pubblica reagiva a questo clima in modo differenziato: l’elettorato di centrosinistra con soddisfazione, pensando di poter ripetere l’esperienza dell’Ulivo ma in meglio e di mandare in pensione il mal sopportato Berlusconi; l’elettorato di centrodestra ancora in forza – cioè quello che ancora continuava a votare per la CDL – con disagio per la scarsa competitività dei loro campioni; l’elettorato che aveva progressivamente abbandonato Berlusconi sin dal ’96 con rassegnazione e scarso interesse.

 Nell’autunno, in particolare dopo le vistose Primarie, i sondaggi registravano un’ ampia prevalenza dell’Unione sulla Casa delle Libertà certificando quanto, per così dire, era nell’aria.

 Berlusconi, però, mai domo si metteva all’opera e alla fine riusciva a scuotere dal torpore della scarsa convinzione quella fetta di elettori rifugiatisi nell’astensione negli anni precedenti e raggiungeva un pareggio elettorale e una sconfitta formale al Senato. Questi elettori non rivelavano nelle ultime settimane le loro intenzioni alle indagini demoscopiche preparando così il pomeriggio-notte più televisivo – in onore del Cavaliere naturalmente – mai visto nella storia delle elezioni italiane.

Che cosa lascia sul campo questo risultato elettorale e perché resterà nelle analisi e nei racconti della politica. Perché è l’avvio di una fase radicalmente nuova degli assetti politico-sociali italiani e perché rimarrà l’ultimo vero grande scontro politico-ideologico come coda del Novecento appena concluso.

Partendo da quest’ultima considerazione, sulla quale ovviamente siamo interessati a confrontarci, si può osservare che Berlusconi – e non il centrodestra in quanto la strategia e l’azione sono state del tutto egemonizzate da lui – per tentare di risalire la china dei giudizi negativi sull’operato del governo che si stavano ammassando e provenivano dalle direzioni più disparate ha proposto uno schema semplice ma efficace sorretto da una logica binaria e da un humus antico.

 Al programma ha contrapposto un non programma, alle compatibilità e ai vincoli tutte le possibilità senza limiti, all’interesse generale l’interesse dei singoli, allo Stato come ordinamento necessario con il corollario di regole, tasse, etc. la libertà dei comportamenti, al rapporto con l’economia mondo il trionfo autarchico del fai da te e delle opere pubbliche, alle nuove espressioni sociali una morale immodificabile.

 In sintesi la proposta è: occorre fermare il centrosinistra che vuole organizzare la vita dei cittadini e dar spazio al centrodestra che offre libertà e opportunità. Uno schema intrigante che ha diviso gli elettori.

Ma il vero collante di tutto questo è stato di natura politica, non sarebbe infatti stato possibile tenere così bene insieme le diversità di condizione socioprofessionale, di area geografica, di situazione anagrafica, di scelta culturale, di esperienza personale e di partito senza il richiamo chiarissimo e insistito alla classica divisione tra un’ Italia con una sinistra comunista (anche se in parte post) al potere e una scelta alternativa nazional-occidentale.

 Così si è consumata l’ultima chiamata ideologica; è prevedibile, infatti, pensare che, fortunatamente, un tale approccio non funzionerà più in virtù dei cambiamenti che lo stesso risultato elettorale ha messo in moto.

 Siamo, infatti, all’avvio di un rivolgimento politico di vaste proporzioni, proprio l’esito del voto, oltre ai mille cambiamenti che stanno avvenendo vorticosamente nel mondo, ha dato inizio al nuovo.

Sembra paradossale dirlo quando si vede Prodi che dice che governerà per cinque anni o Berlusconi che si crede – politicamente parlando – immortale, ma è così. Questo non significa prevedere la fine del Governo Prodi ma segnalare che la scomposizione e ricomposizione delle forze politiche italiane è cominciata.

 Proprio questo voto che sembra congelare gli schieramenti come due mammuth nel gelo siberiano in realtà apre la via, nel medio periodo, alla formazione di grandi aggregati modellati su stampi caratterizzati uno da tratti e coloriture “tradizionalisti” e l’altro da segni e tonalità “evoluzionisti”; accanto a questi vi saranno, probabilmente, altre piccole realtà di volta in volta incidenti ma meno significative.

 Tornando al voto e cercando di dimostrare perché avanziamo l’ipotesi appena descritta occorre, in primo luogo, affrontare la questione della divisione. Nei paesi a democrazia sperimentata a lungo si nota facilmente che la divisione prodotta dalle urne evapora in poche settimane. Non appena un Governo o un Presidente (ad esempio degli USA) iniziano a esercitare il potere che hanno – alias a essere titolari di funzioni di indirizzo e decisione anche se non onnipotenti – si scioglie in larga misura il blocco che si è contrapposto a chi ha vinto per un pelo le elezioni; sia per interesse oggettivo sia perché non si vive lancia in resta la gran parte delle persone smobilitano e attendono gli esiti dell’azione governativa.

 In secondo luogo la semplificazione indotta dai numeri si dirada e lascia scorgere una realtà meno polarizzata di quanto non venga raccontato per drammatizzare un po’ le cose ad uso dell’audience; in particolare i media e i consulenti di marketing elettorale enfatizzano le situazioni.

Ad esempio il Nord non è solo del centrodestra; la CDL ha vinto si ma con numeri più bassi di dieci anni fa, con un potere locale notevolmente ridotto, con un ceto imprenditoriale che non è massicciamente con Berlussconi, neanche quello medio-piccolo – e nel prossimo futuro non avrà la sponda del governo nazionale.

 Parimenti il Sud conferma un andamento altalenante e a macchia di leopardo premiando sia l’uno che l’altro schieramento principale.

I dati, ancora, segnalano che in tutti i segmenti sociali (anziani, giovani, lavoratori autonomi, operai,…) vi è una presenza di scelte a favore sia dell’uno che dell’altro schieramento e le differenze non sono molto marcate.

 Siamo, quindi, di fronte ad una divisione che non sarà così netta e consentirà sul piano sociale ed economico delle iniziative. Certo in Parlamento la situazione è decisamente più rigida e proprio questo è il problema ma non insormontabile.

 Un altro aspetto che rinvia a delle novità incipienti è la fine di gran parte dei partiti che si sono presentati a queste elezioni. Da qui a cinque anni sembra difficile pensare che abbiano ancora una loro piena vitalità, per non far nomi: i DS, la Margherita, AN, Italia dei valori, Comunisti italiani, Lega Nord, Rosa nel pugno, …

 Non lo dico in termini dispregiativi nei confronti di queste forze ma per quanto è stato già detto o quanto si può osservare con un po’ di attenzione vi saranno dei processi positivi che riconfigureranno l’offerta politica in Italia rendendola adeguata alle esigenze di un paese come il nostro.

Queste valutazioni nascono anche da una prima analisi del voto e in prima battuta, salvo i dovuti approfondimenti frutto anche delle discussioni che si solleveranno, si possono già fare delle osservazioni.

 Rispetto alle elezioni politiche del 2001 si nota che il centrosinistra ha raggiunto in Italia la piena parità con il centrodestra e si tratta di un’ assoluta novità con l’alta affluenza al voto. Finora, infatti, il centrosinistra aveva vinto varie elezioni amministrative, europee e regionali in virtù della bassa affluenza e dell’evidente maggior astensionismo degli elettori di centrodestra.

 E’ cresciuta la frammentazione elettorale all’interno della coalizione di centrosinistra; la forza maggiore ( DS ) pesa il 35% dello schieramento. Mentre nel centrodestra Forza Italia ha tenuto a bada gli alleati concorrenti mantenendo quasi la metà dei voti della coalizione.

 Come già osservato si è riproposta largamente in queste elezioni politiche la distribuzione dei consensi già vista dieci anni fa o, in alcuni casi anche da più tempo.

 Da ultimo la legge elettorale ha mostrato tutti i suoi limiti e l’utilità puramente contingente che aveva.

Sembrano esserci tutti gli elementi per una stagione di forti scelte politiche pena il fallimento dell’Italia politica che peraltro non rimarrebbe senza conseguenze per l’Italia tout court.

 

Scritto da Maurizio Pessato

martedì 16 maggio 2006