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Triste, poco brillante, negativa, sconfortante, arretrata. Non lesina aggettivi, Andrea Scrosati, amministratore delegato di Mn Comunicazione, se gli si chiede un giudizio sulla campagna elettorale appena conclusa. Comunicatore a tutto tondo, consulente di Sky, protagonista - a suo tempo - delle avventure elettorali di personaggi come Leoluca Orlando e Giorgio Guazzaloca, ma anche autore televisivo (ha messo la sua firma sull'epocale Rockpolitik di Celentano), Scrosati parla da "tecnico" deluso, senza nascondere il personale disappunto per un sistema elettorale che ha cancellato le preferenze e messo in naftalina le potenzialità creative della comunicazione. E' finita, se Dio vuole. Diciamolo, questa campagna elettorale non è stata esattamente brillante. Direi tutto tranne che brillante. E' una campagna triste per il paese, perché a prescindere dalla buona o cattiva volontà dei candidati di parlare di temi importanti, la comunicazione è stata carente. Si è giocato su emozioni tutte al negativo. Da un lato, per il centrosinistra l'emozione unificante è quella antiberlusconiana, quindi negativa, per non parlare di Berlusconi, che ha catalizzato tutto in emozione negativa. Nell'ultimo confronto era incredibile come l'unica tecnica usata fosse solo per sottolineare i problemi della parte avversaria. In fondo, è più facile attaccare l'avversario che farsi gli esami di coscienza. In Italia come altrove... Il nostro paese, però, ha dimostrato, anche dal punto di vista tecnico, di essere di un'arretratezza sconfortante. Altrove sarebbe normale che chi è stato al governo risponda di quello che ha fatto e chi è stato all'opposizione suggerisca ricette alternative. Di tutto si è parlato in questa campagna tranne che di questi due concetti base. Un altro sistema elettorale avrebbe favorito un dialogo più costruttivo? Io penso alle campagne per i sindaci. In quel caso l'elettore sceglie il candidato, per cui l'aspetto comunicativo ha un'importanza fondamentale, cosa dimostrata dal fatto che spesso i candidati ottengono risultati più alti dei partiti. La legge elettorale è costruita come si deve, il modello funziona e da più di dieci anni ha dimostrato di saper garantire governabilità. Cosa che non avviene per le elezioni politiche: non avveniva prima con l'uninominale, ma con questa legge meno che meno. E i motivi sono legati più a convenienze politiche che a un'effettiva utilità per il paese. I comunicatori sono delusi perché i candidati non hanno più ragione di farsi pubblicità. Sbaglio? Ho letto con interesse la dichiarazione di voto di uno dei padri fondamentali della Repubblica, il senatore Giulio Andreotti, che dice di voler votare Giulia Bongiorno al Senato e Pippo Franco alla Camera. Sarebbe tutto molto bello, peccato che non voterà né per la Bongiorno né per Pippo Franco, ma per delle liste in cui qualcun altro ha deciso in quale posizione iscrivere i candidati. Come diavolo è possibile costruire una campagna di comunicazione a supporto del candidato, quando in realtà il candidato non esiste? Questo meccanismo ha finito per concentrare la campagna sui leader, e rigorosamente in tv. Fino al punto di rendere la televisione non il veicolo in cui far passare messaggi politici, ma il principale contenuto delle schermaglie politiche. Vero. E il fatto che uno dei due candidati abbia una certa storia non aiuta. Berlusconi ha dedicato molta della sua campagna alla par condicio: ciò significa che le regole e gli strumenti diventano paradossalmente i contenuti anziché essere mezzo per veicolare contenuti. E' in atto una rivoluzione copernicana folle, una sindrome del gambero per cui questo paese retrocede ogni volta di un passo anziché fare un passo avanti. Le "regole" hanno giovato o meno ai confronti tv? Il format, al di là del fatto di non essere particolarmente avvincente, è comune ad altri paesi e abbastanza corretto. Nella patria della democrazia questo tipo di format c'è da molto tempo. Il problema vero, però, è la specificità del nostro paese, che ha una tv pubblica in cui dal primo dirigente all'ultimo sono tutti espressione diretta della politica. E ciò quando si fa una campagna televisiva non è secondario: se un certo canale è diretto da un ex deputato, ovviamente chi non è di quello schieramento potrà avere qualche perplessità. Negli Stati Uniti una cosa del genere sarebbe impensabile. Berlusconi, con il colpo finale dell'Ici, ha saputo sfruttare le regole a proprio vantaggio. Dal punto di vista tecnico quella dell'Ici è stata una mossa azzeccata, perché era riuscito a catalizzare l'attenzione tutta sul tema fiscale, che dal punto di vista comunicativo è forte. Salvo però vanificare tutto incredibilmente il giorno dopo. Con la trovata dei coglioni! Già... Comunque nella seconda occasione ha sfruttato bene le regole, come del resto è evidente che nel primo confronto ha assolutamente male utilizzato questo sistema, con un appello finale sbagliato. Ci dobbiamo aspettare sussulti comunicativi? Non ci sono le condizioni per cui ci siano altre discussioni sui contenuti. Vedremo chi alzerà la voce di un altro decibel nelle prossime 24 ore. Ma tutto ciò non cambierà quasi nulla. Chi vince? Il mestiere di sondaggista lo lascio ad altri. Posso dire che l'ultima settimana di campagna non è stata gestita al meglio da Berlusconi. Una coalizione di governo, dopo cinque anni, ha una parte dell'elettorato fisiologicamente insoddisfatta. Alzare i toni serve a dare un messaggio fondamentale: "Turati il naso e vota". Non tanto "vieni a votare per noi", perché difficilmente quel tipo di elettorato andrebbe a votare per gli altri, quanto "vai a votare". Il messaggio era passato: l'aumento ulteriore dei toni non ha giovato a Berlusconi. Questo è un paese moderato, sostanzialmente democristiano, che ha un'atavica paura dei comunisti ma non gradisce un clima di contrapposizione così forte. In un contesto in cui i politici non godono di grande considerazione alzare la voce non aumenta la stima dei cittadini. Al limite può aumentare la paura. Francesco Lener
Punto.com 08/04/2006
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