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 ALESSANDRA LONGO
ROMA - La voce è stanca, la testa s´inclina, Berlusconi si dà da solo il giudizio finale: «Non sono riuscito...», dice. E si vede la rabbia che monta, la consapevolezza a caldo della sconfitta (anche se poi, più tardi, cambierà idea ritagliandosi il ruolo del vincitore): «E´ molto difficile affrontare un discorso così, non c´è la possibilità di interlocuzione sulle frasi. Parlo per me, per quel che mi riguarda, non ce l´ho fatta a spiegare agli italiani il programma elettorale, per colpa della par condicio, questa legge bavaglio voluta dalla sinistra...». Il Grande Comunicatore, truccato con i nuovi fondotinta del mago del make up Lucci, si arrotola su se stesso, accetta quasi senza reagire di non poter nemmeno concludere l´appello finale. Il tempo è scaduto, gli dice Clemente Mimun, per una volta arbitro. E lui si ferma, in un inedito atteggiamento di resa: «Questo sistema non rende l´articolazione del discorso e me ne dispiaccio». «Questo sistema è un ottimo sistema!», esulta Prodi e ride, lui sì, guardando fissa la telecamera: «Adesso vi dico che cosa voglio fare quando saremo al governo, adesso vi parlo di equità, giustizia, anche felicità». Mancano pochi minuti alle undici di sera e il confronto più atteso dell´anno è già alle spalle, l´ evento si è consumato, è già pronto per l´archivio della politica italiana. Una serata che certifica il declino evidente del presidente del consiglio, l´uomo del fare, dell´ottimismo, dei sogni, trasformato in una maschera ingrugnita, in un politico rancoroso, ripetitivo (praticamente ad ogni contro risposta si rivolge a Prodi come un disco rotto: Lei ribalta la realtà, lei mistifica, lei non dice il vero...). Un mago della televisione che sbaglia persino telecamera nell´ultimo minuto e mezzo, un capo azienda, un leader politico, abituato a dettare l´agenda delle domande e delle risposte, che perde il ritmo del confronto e rincorre con affanno e stizza l´avversario, quel «signor Prodi», bonario solo di facciata. Si spengono le luci dello studio color panna, Berlusconi saluta Mimun, i due giornalisti che lo hanno intervistato, si congeda freddo da Prodi, con il quale non ha mai parlato, nemmeno durante l´attesa della diretta. Si avvia da solo all´uscita, vede i suoi, Bonaiuti e gli altri, scuote la testa e riassume: «Male, male, male». Berlusconi senza foglietti da consultare, senza diagrammi, senza la possibilità di straripare, inseguito da undici cronometri in studio che scandiscono il tempo. Berlusconi che si sente intrappolato, disegna freneticamente con una Trattopen numeri e linee rette su quei fogli bianchi che la Rai ha fornito, vietando gli oggetti personali, quasi fosse una diretta dal carcere. Per lui, un incubo. Per Prodi, al contrario, la serata che aspettava da tempo, per la quale visibilmente si era allenato. «Romano, non mangiarti le parole, e sorridi, sorridi». Sai il gusto di poterlo aver davanti zitto: Scusi, Berlusconi ma lei si rende conto di quel che dice, mi spiega che cos´ha fatto in questi cinque anni se non le leggi che la interessavano? Lei continua a dare colpa di tutto alla sinistra, ai governi precedenti. Tra un po´ andrà indietro sino a Garibaldi!». Scenario color panna, cinque uomini più o meno vestiti uguali, abiti blu, cravatte azzurre. Marcello Sorgi, editorialista della «Stampa», infastidisce Berlusconi con una domanda su quelle tristi file di immigrati alle Poste. Non sarà che il governo non è riuscito a controllare la situazione? Ma quando mai, risponde secco il premier, rifugiandosi nei suoi numeri imparati a memoria. Numeri sul fisco (incalzato dal direttore del Messaggero, Roberto Napoletano), numeri sulle pensioni, numeri sulla presunta crescita del Paese, avvenuta nonostante i buchi ereditati dalla sinistra, «i conti disastrati» lasciati dai rossi al governo... Prodi sbuffa, come un professore davanti all´allievo che non ha studiato e si arrampica penosamente sugli specchi: «Lei ci vuole affogare con i numeri. Quando uno li dà perlomeno li deve dare giusti altrimenti nessuno ci crede». Il Professore lo striglia, lo riprende: «Parliamo di futuro sennò la gente va a letto». Dall´altra parte vedi che non c´è reazione, Berlusconi non entra mai in partita, non si rivolge agli italiani, cerca piuttosto di colpire Prodi su quel che crede il tasto debole. «Lei non ha dietro un partito...». «Io sono il capo della coalizione e mi deve portare rispetto!» Prodi risponde duro, non lascia spazi, si concede anche la madre di tutte le perfidie: «Non voglio spaccare il Paese, per il passaggio di consegne inviterò lei e il dottor Letta a colloquio». No, non basta il fondotinta a nascondere la mascella che si indurisce. «Ragazzi, è andata male, male, male». 
La Repubblica 15.3.2006
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