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I sondaggi sulle intenzioni di voto si susseguono con una significativa similitudine nei risultati. Ciò ne mostra l’attendibilità scientifica (la statistica insegna che uno stesso quesito, posto a campioni analoghi anche se diversi tra loro, deve portare a esiti simili) e conferma il permanere del vantaggio del centrosinistra (con un netto recupero della Margherita e una forte crescita della Rosa nel Pugno) e, al tempo stesso, il regolare - anche se sin qui insufficiente - recupero della Cdl. Dal punto di vista politico, suscita attenzione il risultato dell’Unione, che potrebbe prefigurare la vittoria alle elezioni «vere». Ma da quello dell’analisi sociopolitica, l’aspetto più interessante sta nel trend positivo dei consensi per il presidente del Consiglio. Dopo l’inizio della sua attività mediatica Berlusconi ha mobilitato il suo seguito potenziale riuscendo anche a convincere una parte di esso (attorno al due per cento, vale a dire grossomodo mezzo punto percentuale a settimana) a dichiarare di voler votare per lui. Tanto che ora il distacco nelle intenzioni di voto tra Unione e Polo è sceso a 4 punti. Beninteso, l’immagine di Berlusconi rimane negativa per gran parte dell’elettorato. Ma la percentuale di chi giudica positivamente l’azione del governo si è accresciuta del 6 per cento rispetto a novembre scorso. E i giudizi negativi sul Cavaliere sono diminuiti del 7 per cento. Malgrado utilizzino modalità sostanzialmente analoghe per la terza volta in dieci anni, le tecniche di comunicazione di Berlusconi sembrano funzionare ancora. Soprattutto grazie a quattro elementi: - l’attenzione rivolta direttamente ed esclusivamente a target specifici (oggi, specialmente quello degli elettori più lontani e meno partecipi politicamente). Con la conseguente sottolineatura dei temi, dei valori e dei linguaggi più consoni a convincerli. E il disinteresse per i settori di elettorato ove la raccolta di consensi appare difficile o impossibile. - l’insistenza sul connotato «personale» nell’impegno in politica, approfittando della crisi di fiducia che caratterizza i partiti tradizionali. Nel caso di Berlusconi non ci troviamo di fronte tanto al leader che rappresenta il partito, quanto al partito che serve alla rappresentazione del leader. Sottolineando anche l’unicità (o la netta prevalenza) della figura del presidente del Consiglio quale capo della coalizione. Che contrasta con la pluralità (e, spesso la disunità) dei principali leader dell’Unione. - lo stile comunicativo basato più su brevi affermazioni (spesso sotto forma di promesse o impegni) che articolate analisi. Cui si accompagna la prefigurazione di un futuro del quale vengono sottolineati soprattutto (se non esclusivamente) i connotati positivi e ridimensionati (o ignorati) gli elementi problematici. Esattamente come accade nella realtà descritta in certe soap operas televisive. - il continuo lavorio per fissare l’agenda dei temi oggetto del dibattito. Soffermandosi principalmente sulle questioni per le quali la comunicazione e le argomentazioni sono più agevoli. In passato, questa strategia comunicativa ha avuto successo. In questo momento, nessuno può dire se e in che misura Berlusconi riuscirà nel suo obiettivo: recuperare entro il 7 aprile quel 10 per cento di elettorato che lo votò nel 2001, che oggi si dichiara indeciso e che costituisce il suo target prevalente (o esclusivo). Per persuaderlo egli punta, come allora, a fattori più emotivi (nella scorsa elezione si parlò di «mobilitazione drammatizzante») che razionali. Dei quali è però difficile prevedere il momento di maturazione, nel quale un atteggiamento si trasforma in comportamento. Sin qui, la comunicazione di Berlusconi è riuscita a scuotere in larga misura il suo target dall’apatia e dal disinteresse. Ma ha ottenuto solo in parte il suo vero scopo: persuaderlo a votare nuovamente per la Cdl. COMMENTI
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