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febbraio 8, 2006 Corriere della Sera

Silvio scommette su «quota 85»: con quell'affluenza vinco

L'obiettivo è mobilitare il 4% di elettori in più del 2001. Fini: da noi il maggior numero di indecisi

 

ROMA — Conquistò palazzo Chigi da «presidente operaio», e pur di rimanerci si è reinventato «presidente scalatore». Perché Berlusconi ritiene di avere ancora delle chance per battere Prodi, ma dovrà arrampicarsi fino a «Quota 85». La chiama così il Cavaliere, è la percentuale di votanti che il 9 aprile - a suo dire - gli garantirebbe la vittoria. Ed è una cima altissima se rapportata all'affluenza delle ultime due consultazioni: nel 1996 votò l'82,9% degli aventi diritto e nel 2001 solo l'81,4%, minimo storico dal 1948.
Ormai il leader della Cdl vive così, tra spin doctor, sondaggi e slogan. Chi ha visto il suo quartier generale è impallidito: i test vengono effettuati su una platea di cittadini «almeno cinque volte più grande» di quella dei maggiori istituti di ricerca, ogni sua battuta viene testata, «e modificata o abbandonata se non ha ottenuto un certo gradimento». Ed è vero che a gennaio il premier ha invertito la tendenza, che — rispetto a un calo di due punti dell'Unione — la sua coalizione è risalita di oltre due punti e mezzo. Ma il gap rimane, intorno al 5%.
Questo è il quadro che gli offrono le tradizionali ricerche demoscopiche. Poi c'è quella vetta, «Quota 85», in cima alla quale il Cavaliere intravede il successo. Almeno stavolta gli alleati concordano, e il ministro di An Matteoli dice che «sopra quella soglia di affluenza, il 10 aprile potremmo festeggiare. Bisognerebbe avvicinarsi ai dati del '94», l'anno della «discesa in campo» di Berlusconi, quando l'86,1% di italiani si recò alle urne. Sarebbe un'impresa, visto che dal 1976 il trend dell'affluenza è in calo, ed è precipitato di oltre dodici punti dall'altezza del 93,4%. Il record appartiene alle Politiche del 1953 e del 1958, con il 93,8%. Ma quella era un'altra Repubblica, un'altra storia.
Epperò il premier pensa di arrampicarsi ad alta quota, confida nella sua capacità di mobilitazione e anche nei numeri, nella statistica, siccome stavolta si voterà in due giorni, al contrario del 1994, del 1996 e del 2001. «Tutto dipenderà da Forza Italia», spiega un autorevole esponente della destra: «Se arriverà al 23%, saremo competitivi». Il partito del Cavaliere «sarà la chiave della sfida», lo riconosce un maggiorente dell'Udc, «perché nè noi nè An nè la Lega potremo drenare tutti i consensi in libera uscita» dal movimento azzurro.
Raggiungendo «Quota 85», il premier applicherebbe in Italia quella che il ministro centrista Giovanardi definisce «la legge di Bush», e cioè quell'alta partecipazione al voto che ha permesso al presidente americano di venir riconfermato alla Casa Bianca. «Ed è proprio sulla mobilitazione che Berlusconi ha lavorato in questo mese con un certo successo», commenta il diessino Caldarola: «Bisognerà però vedere cosa accadrà quando entrerà nel cono d'ombra della par condicio». «Stavolta fallirà — scommette il capogruppo del Prc Giordano — perché al Sud la percentuale di delusi del centro-destra è altissimo». E nel Mezzogiorno il Polo sa di essere in sofferenza, lo ammette il ministro socialista Caldoro, che tuttavia addebita alla «mancanza delle preferenze nella legge elettorale» la previsione di una «bassa affluenza».
L'unione conosce la strategia del Cavaliere per averla già adottata. Alle Europee del 2004 gli esperti anticiparono ai leader dell'Ulivo che se l'affluenza si fosse attestata intorno al 63%, la lista unitaria avrebbe raggiunto il 35%. Invece andò a votare il 73,1% di italiani, e il «Triciclo» prese solo il 31,1%. Amato commentò amaramente il risultato, suscitando l'ira di Prodi: «Nelle ultime settimane - disse l'ex premier - abbiamo bruciato 4 punti, a fronte di quanto ci attribuivano i sondaggi». In realtà c'era stata un'inversione di tendenza nella partecipazione al voto, aumentata del 2,3% rispetto al 1999: così il Polo giunse a un insperato pareggio sulla soglia del 46,1%.
Ecco quando venne provato «lo schema a tre punte» nella Cdl, nel 2004. Fu alle Europee che Berlusconi, Fini, Casini (sostituito allora da Follini), e lo stesso Bossi, si candidarono in una competizione con il proporzionale. Alla vigilia della sfida il leader di An aveva posto una linea di galleggiamento per il Polo: «Dobbiamo prendere il 45% per restare in scia all'opposizione. Se non ce la faremo, sarà la fine». Andò diversamente, ma non per questo il ministro degli Esteri oggi si sbilancia: «Prevedo un'affluenza elevata, anche perché stavolta i militanti di centrosinistra — che cinque anni fa non andarono a votare per punire i governi dell'Ulivo — si recheranno alle urne in nome dell'anti-berlusconismo. Sta a noi motivare il nostro elettorato, che riempie gran parte del bacino degli indecisi». Secondo Gentiloni, della Margherita, quel «bacino» è ancora ampio, «tra il 28 e il 30%» degli elettori, «ma va tendenzialmente diviso al 60% per il Polo e al 40% per l'Unione».
Tuttavia il presidente della commissione di Vigilanza Rai riconosce che c'è una parte di verità nel disegno di Berlusconi: «Gli esperti concordano nel dire che una bassa affluenza, attorno al 75%, consegnerebbe un grande vantaggio al centro-sinistra. E che se si arrivasse all'80% quel vantaggio non ci sarebbe più. Però da quella quota in su non è affatto scontata una progressione matematica favorevole al Polo, perché a quel punto non solo crescerebbero considerevolmente le percentuali di Forza Italia, ma anche quelle dei Dl, una forza che conta su un elettorato meno organizzato e più di opinione». Sarà pur vero che a quell'altezza regna l'incertezza, ma piuttosto che rassegnarsi alla sconfitta il «presidente scalatore» vuole arrampicarsi fin lassù.

Corriere della Sera 08-02-0226



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