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UN’INVASIONE MEDIATICA senza precedenti: la mattina, a mezzodì, il pomeriggio, la sera... Un mese di passerella continua a rischio di abbattere l’audience: la replica di «Liberitutti» con la Pivetti, domenica pomeriggio, ha catturato appena il 4.5% di share, 784 mila ascoltatori. È una strategia efficace? Per chi lo avversa no. Ma per chi lo apprezza non c’è rischio di indigestione? Lui, per ora, va avanti sui media amici e su quelli ostili. Ogni apparizione viene moltiplicata dai tg e dai quotidiani. È come la calunnia: batti, batti, qualcosa resterà. Già, ma che cosa? È pessimista Roberto Weber, Swg. Per ora, dice, gli effetti sembrano modesti, ma «nel suo complesso, questa campagna produrrà mutamenti. E il centrosinistra è in semiafasia, non indica né i propri temi, né l’agenda politica. Si limita a temi che non spostano gli incerti: la par condicio, il conflitto di interessi». Mentre «Berlusconi all’inizio ha cercato di distruggere con violenza l’avversario lanciando un messaggio identitario ai suoi. Ora però ha iniziato a far proposte, a rilanciare». Che l’audience cali è poco importante. Né ha senso valutare l’effetto di questa o quella performance: «l’importante è il mosaico complessivo: è Berlusconi a dettare i temi del dibattito». Nei sondaggi lo scarto resta. Ma c’è un rischio forte: «In quattro regioni chiave il centrosinistra ha vinto le elezioni di poco; se lì Berlusconi recupera anche un solo punto, rivince. È un rischio, ma l’Unione si attarda a discutere di liste, di par condicio... non affronta temi e questioni che interessano gli incerti, non vede che il 45% di italiani pensa che il premier non abbia fallito. Molto può cambiare ancora, ma a inizio febbraio questo è lo scenario». Più incerto Nicola Piepoli, fondatore del Cirm e presidente dell’Istituto Piepoli: «Per ora si sta spostando la quota psicologica, non la quota quantitativa. È evidente che la sovraesposizione mediatica rende il “prodotto Berlusconi” più appetibile, più attraente. Dà ai suoi la sensazione che il centrodestra sia aggregato. Il centrosinistra, anche se è in vantaggio, sembra debole di fronte all’azione di forza di Berlusconi. Quel che conta, più che i numeri dei sondaggi, è il lavorio sotterraneo, non definibile in chiave numerica. Il centrosinistra ricordi che i numeri non hanno senso senza identità e motivazioni forti. Un esempio? In una storia zen un monaco chiede al maestro di mostrargli inferno e paradiso. Il maestro lo porta all’inferno: una tavola riccamente imbandita, ma i commensali si disperano digiuni, le posate sono più lunghe delle braccia, impossibile portarle alla bocca. Poi lo porta in paradiso: identica scena, tavola imbandita con posate troppo lunghe. Ma i commensali ridono contenti: si imboccano l’un altro». Sì, la strategia berlusconiana paga, i due poli si stanno avvicinando. Ne è convinto anche Carlo Buttaroni, Unicab. Perché «La politica è un prodotto commerciale come tanti: vince chi è sotto i riflettori, chi compra è più portato ad acquistare un prodotto pubblicizzato o illuminato. Il centrosinistra ha avuto il massimo del vantaggio all’epoca delle primarie. Da gennaio in poi i riflettori si sono spostati su Berlusconi. È lui che ora detta l’agenda». La scelta politica si consolida davvero a un mese dalle elezioni: da allora si spostano solo gli elettori di frontiera, o i potenziali astensionisti. Che si abbassi lo share è poco importante: «Andando dalla Pivetti Berlusconi si è rivolto a un pubblico particolare, e ha goduto anche dell’effetto rilancio degli altri media». Lui usa i mezzi che gli sono più utili, ma l’Unione sbaglia, proprio come fece nel 2001: «Lo insegue in tv, ma non definisce la propria immagine, i propri valori. Solo recentemente ha cominciato a parlare di lavoro, di stato sociale, di produzione. Eppure sono questi i suoi valori, è qui la sua immagine, la sua agenda. A noi sondaggisti spesso la gente dice: sono tutti uguali. Invece le differenze ci sono, e gli elettori di centrosinistra lo sanno più dei loro leader: quando si sono messi in fila per votare le primarie, avevano chiarissima l’idea che la politica dell’Unione è basata sulla rappresentanza, quella di Berlusconi sulla delega. E perché poi si parla così poco di laicità, i diritti, la solidarietà? Una cautela che non pagherà». di Ella Baffoni / Roma da l'Unità - 7 febbraio 2006
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