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La distanza tra i due poli sembra restare costante.
L'andamento dei consensi da metà dicembre (quando è entrata
in vigore la nuova normativa elettorale che ha cambiato
significativamente il rapporto di forza tra i due poli, a
vantaggio del centrodestra) mostra come l'intensa attività
mediatica del Presidente del Consiglio, manifestatasi in misura
più rilevante soprattutto dall'inizio del 2006, abbia
portato, grossomodo a metà di gennaio, ad una diminuzione dello
scarto tra centrodestra e centrosinistra: era mediamente del
7-8% ed è sceso oggi, al di là delle oscillazioni tra un
sondaggio e l'altro al 5-6% circa. Il decremento dunque
c'è stato, ma il centrosinistra resta nettamente in
testa. Secondo alcuni istituti, il recupero della Cdl sarebbe
già terminato; altri lo vedono ancora in corso. Ma è certo che
l'andamento futuro dipende soprattutto da due elementi: -
l'effetto residuo della campagna del Cavaliere. Esso
potrebbe comportare, com'è negli auspici di Berlusconi,
una ulteriore "mobilitazione" del suo elettorato del
2001. Ma, in assenza di una maggiore attenzione ai contenuti e
alle proposte programmatiche, potrebbe, secondo alcuni
osservatori, avere raggiunto il suo tetto o, addirittura,
suscitare reazioni negative; - il comportamento di voto nei
confronti dei «piccoli partiti». Il sistema proporzionale e la
particolare regolamentazione del premio di maggioranza hanno
incentivato la presentazione di forze minori, il cui numero va
accentuandosi di giorno in giorno specie nel centrodestra. Molti
vedono in queste forze politiche una sorta di alternativa ai
partiti e alle coalizioni tradizionali. Per questo, esse
riescono a intercettare una parte dei consensi dei delusi e
degli indecisi, particolarmente numerosi tra quanti votarono la
CdL nel 2001. E' specialmente il seguito raccolto da
queste formazioni a determinare il «recupero» del
centrodestra. Non è detto, tuttavia, che a queste
dichiarazioni rilasciate nelle ricerche, faccia seguito un
successo altrettanto consistente in occasione del voto vero. Già
nel corso dell'intervista, se si indica esplicitamente la
collocazione, a destra o a sinistra, di questi piccoli partiti,
essi perdono in buona misura la loro immagine di «diversità» e
vedono ridurre i propri consensi. Come sempre, l'esito
finale dipende dall'orientamento di quanti si dichiarano
oggi indecisi. La cui numerosità è relativamente limitata.
E' vero infatti che quasi un elettore su tre non dichiara
la propria intenzione di voto. Ma è vero anche che gran parte di
costoro è in realtà già orientata su cosa votare. Tutto è nelle
mani di quel 10% di «veramente» indecisi. Che, non a caso, sono
i meno interessati alla politica e seguono i programmi di
intrattenimento televisivo in misura mediamente superiore al
resto dell'elettorato.
L'ANALISI
Il ruolo «politico» dei sondaggi
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(r.man.) I sondaggi occupano le prime pagine dei giornali.
Se ne parla negli editoriali. Sembra siano alla base persino
delle trattative sulla ripartizione dei candidati alle elezioni.
Ma occorre ridimensionare il rilievo dato alle ricerche e il
loro ruolo nel dibattito politico. Esse non possono prevedere il
futuro. Cercano di fotografare la situazione attuale, il «clima
di opinione», lasciando aperti gli effetti della campagna
elettorale. E sono suscettibili di un margine di errore
statistico: anche la fotografia dello stato attuale
dell'opinione pubblica è sfocata. Se un partito viene
stimato al 2%, il seguito «vero» può andare almeno dall'1
al 3%. Dal punto di vista strettamente statistico è lo stesso.
Ma da quello politico è comprensibilmente assai diverso. A che
servono dunque le ricerche? Non ad indovinare ciò che accadrà,
ma a studiare scientificamente i trend in corso, magari per
avvalersene nella campagna elettorale. Ad esempio, la parziale
«mobilitazione» del centrodestra è un fenomeno che vale la pena
di analizzare compiutamente. Più della stima puntuale di
questo o quel partito.
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Renato Mannheimer
Corriere della Sera 07-02-2006
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