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gennaio 21, 2006 Europa

LA CRISI DELLA LEGA NORD

L'apatia politica del distretto triste

Fra gli elettori leghisti "sul mercato" del distretto triste, un quarto è disponibile a votare Margherita

 

Resta sempre lassù il paese, scriveva Cesare Pavese, e Claudio Magris ci ha insegnato che a ben vedere in un microcosmo si può leggere il mondo. Le citazioni colte sono d'obbligo. Per spiegare perché quattro valtellinesi che fanno i ricercatori sociali (Bertolino, Gusmeroli, Pasini e io), in tempi in cui politica e giornali parlano solo di banche e di poteri, abbiano accettato l'invito militante del coordinatore della Margherita della provincia di Sondrio di realizzare una ricerca, laddove la Lega conserva un radicamento elettorale e territoriale che spesso supera il 50-60 per cento dei voti. Nell'arco alpino lombardo che va dall'alto varesotto della Luino raccontata da Piero Chiara, attraversa l'alto lago di Como, dei lagheè cantati da Van des Sfroos, e arriva nella mia Valtellina.

La Lega ha saputo quotare al mercato della politica il sentire di questi territori

Da sociologo l'ho definito un distretto triste. Essendo che, a fronte di un benessere diffuso, da turismo, da piccole e grandi imprese come l'Aem, l'Enel e le banche di territorio e da tanto lavoro transfrontaliero con la vicina Svizzera, le società locali subiscono più che governare la ipermodernità che avanza.

Fra anomia e spaesamento

Una società è triste quando è caratterizzata dall'anomia, che è quel sentire che ne metabolizza in valori socialmente condivisi i grandi processi di cambiamento. Va dato atto alla Lega, che qui nasce nella Gemonio di Bossi sino ad arrivare al ministro Tremonti, che è valtellinese come me, dì aver saputo interpretare e quotare al mercato della politica il sentire di questi territori. Dal suo nascere come movimento di spaesati. Letteralmente quelli che si sentivano senza paese, nelle tante comunità montane lombarde. Chiudevano i piccoli ospedali, gli uffici postali, le scuole, i bar e i negozi di paese. Veniva meno la comunità originaria e si rimaneva senza identità. Qualcuno, intelligentemente, è arrivato e ha spiegato ai tanti spaesati che un' identità c'era. Lì bella e pronta, inventata nel cuore della  mondializzazione: essere lombardi.

Oggi il Carroccio pare aver perso la sua forza propulsiva di protesta

Poi dalle vallate alpine il movimento politico è sceso nella pedemontana lombarda e nella ricca Brianza aggregando gli stressati del capitalismo molecolare. Artigiani e piccoli imprenditori in difficoltà a fare impresa non più per un mercato locale nel ciclo della subfornitura, ma nel produrre per competere nella globalizzazione. Il lupo cinese l'hanno fiutato e visto arrivare dal basso non dall'alto dei summit del Wto. Il movimento si è fatto partito e, forse, val la pena ricordare che nella crisi della politica degli anni Novanta conquistò il sindaco di Milano. Per poi incontrarsi con l'altra faccia dell'antipolitica, il berlusconismo trionfante.

Specificità popolana

Ma pur istituzionalizzandosi ha sempre mantenuto una sua specificità popolare o popolana per dirla alla Bossi. In quel distretto triste che va da Varese sino a Sondrio ha coltivato, malgrado alti e bassi, la "sindrome da populismo alpino". Che non è un caso solo italiano. Basti pensare ai successi di Jorge Heider in Carinzia o all'Udc di Blocker in Svizzera. Sino ad arrivare alla fase dell'oggi in cui, dai dati della ricerca, il leghismo pare aver perso la sua forza propulsiva di protesta. Il suo elettorato, la sua composizione sociale di riferimento pare in preda ad una apatia verso la politica come sistema generale, compreso il leghismo. A ben vedere apatia e anomia vanno a braccetto. Ma se il centrosinistra non se ne occuperà seriamente, nella piattaforma alpina, che come dimostra la Val di Susa è tutt'altro che una piattaforma del sistema paese marginale, il leghismo potrà sembrare, nonostante la disaffezione, l'unica forma possibile della politica.

L'estraneità

Se all'epoca del suo sviluppo il leghismo poteva essere interpretato come una forma di protesta collettiva contro i partiti tradizionali, oggi questa chiave di lettura non ci pare più adeguata. I dati della ricerca, infatti, fanno emergere un quadro in cui alla protesta consapevole della società locale contro un sistema partitico obsoleto, sembra essersi sostituita una sindrome dell'apatia generalizzata; il riemergere di una atavica estraneità, un lento scivolare fuori dalla politica più che un "chiamarsi fuori" o un volontario porsi "contro".

In definitiva al pari dell'astensione elettorale anche il consenso leghista è diventato espressione di una medesima sindrome in cui non è tanto la società locale ad essersi modernizzata, quanto la politica a non esserci più, ad avere abbandonato il presidio di un territorio che per un quarantennio dalla politica aveva tratto le risorse per il proprio sviluppo e la propria coesione sociale. Dalla protesta all'apatia, dunque.

La sindrome dell'astensione

In democrazia la partecipazione al voto è una delle espressioni più elementari del senso di appartenenza a una collettività; viceversa non votare significa ritrarsi dalla comunità politica. Le aree montane si sono sempre distinte per una minore partecipazione alle urne, e questo è stato vero soprattutto per le piccole comunità locali, in cui la presenza della politica organizzata è stata più flebile.

Le aree montane si sono sempre distinte per una maggiore astensione

Ad esempio, se si scava nelle statistiche elettorali si vede come già a partire dalle prime elezioni stabili del dopoguerra (1953) tra i piccoli comuni sotto i cinquemila abitanti situati nelle vallate del luinese o in Valtellina la partecipazione alle urne era mediamente inferiore di 6-7 punti percentuali rispetto ai comuni con pari abitanti situati nella fascia più urbanizzata e industrializzata della pedemontana varesina e comasca. Questo gap si mantiene inalterato nel corso dei decenni e cinquant'anni dopo alle ultime elezioni regionali il divario era ancora il medesimo seppure incrementato di due punti percentuali (si veda la tabella 1 a fondo pagina).

Nella mancata partecipazione al voto prevale la lontananza dalla politica, non il rigetto

E tuttavia, oggi, quale significàto dobbiamo assegnare al costante riemergere della sindrome astensionista nelle piccole comunità della montagna lombarda? Abbiamo chiesto a un campione di elettori le ragioni del loro non-voto e le risposte (si veda nel grafico 1 a fondo pagina) ci dicono che la protesta è una motivazione minoritaria (22,9 percento) mentre prevalgono di gran lunga atteggiamenti di apatia e distacco (55,7 percento) oppure motivi di impedimento fisico o geografico (21,3 percento). Insomma, prevale la lontananza dalla politica, non il suo rigetto. La marginalità diviene così il fattore esplicativo fondamentale dell'astensione laddove, ad esempio, il 76,9 per cento degli astensionisti "da impedimento" e il 76,5 per cento degli "apatici" si concentrano nei comuni con meno di cinquemila abitanti, contro solo il 57,1 per cento dei protestatari.

Quando verso la fine degli anni Ottanta il leghismo emerge dalle catacombe dei gruppuscoli etno-regionalisti dando voce al mugugno antipolitico che sotto traccia già da molti anni serpeggiava nelle province lombarde, i piccoli comuni polvere delle vallate alpine non si differenziano ancora per un maggior appoggio alla Lega rispetto ai centri urbani più grandi. Anzi, in questa prima fase sono le aree a urbanizzazione e industrializzazione diffusa a rappresentare la culla del movimento. Sul piano sociale è la nuova borghesia imprenditoriale cresciuta all'ombra dei 'distretti pedemontani che, liberatasi dalla tutela politica, rappresenta il ceto trainante del leghismo. 2 la fase della protesta, del portare il piccolo Nord che "fa" e produce nel quartier generale della politica romana ormai in disfacimento.

Non più lobby del Nord

Oggi la Lega appare il partito dei piccolissimi centri rurali delle vallate

Tuttavia, a partire già dal 1992 e poi in modo sempre più evidente per la concorrenza di Forza Italia e per il fallimento della strategia secessionista, il voto al partito di Bossi cambia pelle e sempre più si rinserra in una trincea territorialmente e socialmente caratterizzata dalle stigmate della marginalità. Anche il grande successo del 1996 avviene soprattutto nei piccoli e piccolissimi centri mentre sul piano più strettamente politico la Lega si trasforma nella "lobby del Nord" ritornando all'antica alleanza con Berlusconi per tentare di non perdere definitivamente il radicamento tra ceti produttivi bisognosi di mediazione politica rispetto al lo stato e alle istituzioni europee. Oggi la Lega appare più come la "lega degli uomini spaventati" dall'incertezza dell'ipermoderno, dei ceti periferici che cercano risposte alla sfide globali reinventando la tradizione, meno degli imprenditori più solidi e più deilavoratori autonomi più deboli e degli operai meno qualificati e soprattutto appare il partito dei piccolissimi centri rurali delle vallate alpine e prealpine.

Fedeli e potenziali

L'identikit dell'elettore leghista che emerge dalla nostra ricerca corrisponde in gran parte a questo ritratto anche se con alcune precisazioni (si veda il grafico 2). Infatti, rispetto all'elettorato nel suo complesso, mentre tra gli elettori fedeli sono sovrarappresentati soprattutto pensionati, giovani sotto i 24 anni, chi ha titoli di studio bassi o abita in comuni con meno di cinquemila abitanti, e ancora gli artigiani ma non i liberi professionisti o gli imprenditori, tra gli elettori potenziali della Lega, ovvero coloro che potrebbero votarla nel 2006 ma non lo hanno ancora fatto, il ceto imprenditoriale torna a spiccare come un target sociale privilegiato del partito di Bossi e di converso si riduce il peso di anziani e giovanissimi. Emerge, dunque, una linea di divisione tra uno zoccolo duro caratterizzato da marginalità sociale e il persistere di un appeal potenziale del partito tra i settori centrali della società locale. Anche dal punto di vista dei valori e degli orientamenti politici gli elettori fedeli si presentano con un profilo nettamente più localista e, soprattutto, caratterizzato da livelli di diffidenza e di sfiducia generalizzata molto più pronunciati sia rispetto all'elettorato nel suo complesso sia rispetto agli elettoti potenziali. Queste divisioni interne alla base elettorale trovano però un loro punto di unificazione nella comune paura dell'immigrazione, considerata come primo fattore di insicurezza dal 25 per cento dei leghisti contro il 14 per cento dell'elettorato nel suo complesso. Una ulteriore parziale conferma di questo mutamento generale nelle caratteristiche dell'elettorato leghista ci viene dall'osservazione di una relazione positiva tra i livelli di astensione registrati nelle ultime elezioni regionali e la percentuale di suffragi alla Lega. I dati mostrano che entro le aree montane i comuni con la maggiore tendenza all'astensionismo sono anche quelli che registrano i consensi più elevati alla Lega.

Un mercato elettorale competitivo?

Nei comuni montani dove c'è più astensione il Carroccio prende più voti

La montagna lombarda non è mai stata un territorio elettoralmente competitivo. Se si esclude la secolare presenza di alcune enclaves socialiste in Valtellina o nel luinese, la grande forza della Democrazia Cristiana ha sempre limitato le quote di elettorato disponibili per le forze di opposizione.

L' imporsi dell'egemonia leghista, in realtà, non ha riproposto il precedente modello di un mercato elettorale dominato saldamente da una sola forza. E questo non soltanto per la concorrenza, tutta interna al centrodestra tra Lega e Forza Italia, ma in modo più interessante per il fatto che una cospicua fetta di elettorato locale è oggi mobile. I dati che abbiamo raccolto mostrano che il 32,8 per cento degli elettori è disponibile a mutare le.proprie scelte di voto attraversando i confini tra i due poli. Più precisamente il 21,4 per cento deglii elettori che nelle elezioni del 2001 avevano votato la Casa delle libertà dichiara che nelle prossime elezioni politiche potrebbe votare uno o più partiti di centrosinistra; di converso l' 11,4 per cento degli elettori dell'Unione si dichiara disponibile a votare un partito della coalizione avversaria. Se poi focalizziamo lo sguardo sulla quota di elettori leghisti che possiamo definire "sul mercato" (si veda il grafico 2), ovvero disponibili a compiere scelte elettorali differenti, emerge che oltre un quarto della base elettorale bossiana è disponibile a porre la croce sul simbolo della Margherita e oltre il 10 per cento a votare i Democratici di sinistra, ovvero i due partiti principali della coalizione avversaria.

 

Dunque, nonostante l'apparente marginalità di un mercato elettorale come quello alpino che vede il perdurante radicamento del fenomeno populista, i dati ci permettono di evidenziare potenziali spazi di manovra per i futuri assetti politici di un area che deve tornare a pensarsi al centro e non ai margini dei processi storici.

ALDO BONOMI

Europa, 18-19.01.2006