|
G ià si preannunciava,, un paio di settimane fa, lurgenza
di presentare una sorta di vademecum su come leggere il probabile diluvio di
sondaggi che ci accompagnerà':,da qui alle prossime elezioni. I recenti noti
episodi, legati alla possibile commistione tra affari e politica, danno una
nuova accelerazione a quella urgenza.
Piovono infatti su tutti i tavoli politici indiscrezioni
di numerosi ed autorevoli esperti demoscopici, che ipotizzano perdite e guadagni
da una parte e dallaltra: alcuni affermano che i Ds avrebbero visto il proprio
appeal elettorale decurtato di ben un milione di voti, dopo le rilevazioni della
telefonata tra Fassino e Consorte; altri sottolineano che le recenti apparizioni
televisive di Berlusconi hanno incrementato il distacco tra centrosinistra e
centrodestra; altri ancora, infine, che l'accostamento tra alcuni esponenti
leghisti e Fiorani avrebbero determinato un netto calo di consensi', per la
Lega Nord.
Quanto c'è di vero? Probabilmente nulla, in una prospettiva
di medio periodo, se proiettiamo cioè i recenti accadimenti sulle tendenze di
voto delle consultazioni del prossimo aprile.
Come ho più volte ribadito; l'elettore non è della razza
del famoso cane di Pavlov, che reagisce con un' abbondante salivazione ogni
qualvolta il suo padrone suona una campanella. E stupisce che autorevoli commentatori
o analisti politici discettino ancora di mutamenti repentini di elettori che,
così interessati alla politica da seguire attentamente tutti i fatti quotidiani,
subiscono influssi benefici o malefici verso lastensionismo o verso una o l'altra
parte dello schieramento politico.
Se sono così interessati alla politica, perché cambiano poi
così repentinamente la propria affiliazione? E se non sono particolarmente interessati
alla politica, perché se ne imbevono come acqua fresca di sorgente?
Siamo di nuovo di fronte a domande con una risposta molto
meno aleatoria: gli elettori hanno una loro storia, recepiscono il clima politico
secondo schemi relativamente radicati nel loro cervello, non sono banderuole
nel vento mediatico; si formano una propria opinione che tendono a far perdurare
nel tempo, in modo tale da mantenere una propria coerenza interna, da salvaguardarli
da possibili informazioni controverse. E pensano alla politica come qualcosa
che in qualche modo li riguarda, anche se alcuni di loro non sanno "coscientemente'
di farlo.
È dunque complicato smuoverli dalle loro opinioni. Non basta
ì ipotesi di una te lefonata da tifoso, o una battuta al Proces so di Biscardi,
oppure l'accusa di un fac cendiere corrotto. Ci vuole qualcosa di più qualcosa
che sradichi in profondità la per cezione della bontà di uri affiliazione, l
idea di una scelta utile per sé e per il proprio mondo di riferimento.
Mi sembra opportuno ribadirlo ora, in attesa della miriadi
di sondaggi che quotidiani, settimanali, uomini politici di governo o di opposizione
si apprestano a regalarci, nella speranza di motivare il proprio elettorato
o dirimere gli ultimi dubbi agli indecisi.
Oggi possiamo dire soltanto questo: esiste una quota di elettori
che ancora non ha voglia di pensare al proprio comportamento di voto, che non
si è attualmente nemmeno posto il problema. Ma non sono molti. Non sono quel
30-33 per cento che alcuni affermano. Sono una quota compresa tra i 5 e i 10
punti percentuali, sul totale degli aventi diritto al voto, tra i quali soltanto
alcuni andranno effettivamente a votare. Diciamo circa due terzi.
Certo, sono importanti. Probabilmente la loro decisione andrà
a spostare eli equilibri in alcune regioni, in particolare per la competizione
al senato: in Puglia, nel Lazio, in Piemonte è possibile che scegliere la destra
o la sinistra possa far mutare di segno il risultato finale.
Ma bisogna tener conto che molti tra loro non sono così sensibili
alle informazioni o alle notizie dell'Ansa o dei Tg o alle dichiarazioni degli
uomini politici nel salotto di Porta a porta. Che sceglieranno all'ultimo momento
sulla base di motivazioni meno contingenti, più generali, sul sentimento che
nutrono per uri Italia futura in cui dovranno anch'essi vivere e lavorare.
È inutile trattare questi o gli elettori in generale
come piccole cavie da laboratorio. Diamo loro una piccola chance di capacità
raziocinante. E forse riusciranno ad appassionarsi maggiormente alla politica
e all'informazione.
PAOLO NATALE
Europa, 12-01-2006
|