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La guerra dei sondaggi è partita, complice le ultime vicende finanziarie e la mai sopita «questione morale». «La Cdl è in forte rimonta. Secondo i sondaggi nelle nostre mani lo scarto con l’Unione è di appena l’1,6%», avrebbe detto il presidente del Consiglio Silvio Berlusconi rivolgendosi ai giovani di Motore azzurro nel corso della riunione di martedì scorso nella sede dell’Eur. In un clima di grande entusiasmo, riferiscono le stesse fonti citate dall’Ansa, Berlusconi avrebbe rimarcato un altro dato: si assottiglierebbe la differenza tra una coalizione, l’Unione, composta da 11 partiti e la Cdl che ne conta solo 4. La risposta dell’Unione non si è fatta attendere. Per Vannino Chiti, coordinatore della segreteria Ds, i sondaggi del suo partito sono molto diversi da quelli citati da Silvio Berlusconi. In particolare, secondo queste rilevazioni, i Ds sono il primo partito, mentre Forza Italia sarebbe «abbondantemente sotto il 20 per cento». Intervistato da Affaritaliani.it, Chiti contesta, in particolare, il sondaggio di «Euromedia Research» per cui Forza Italia sarebbe il primo partito, mentre l’Unione avrebbe un solo punto di vantaggio sulla Cdl. Dati «poco convincenti», secondo Chiti, che esprime i suoi dubbi sul fatto che la Cdl possa recuperare con «i disastri del governo, le società con Gnutti, e pagare con due tranche da 1.800 euro le proprie pendenze fiscali». Se questa è la duplice, e contrastante, versione offerta dalla politica, abbiamo cercato di approfondire il problema girando la domanda - c’è o non c’è questa rimonta della Cdl sull’Unione? - ad alcuni tra i maggiori esperti di tendenze e preferenze elettorali: Renato Mannheimer, autore, tra l’altro, dell’«Osservatorio » del Corriere della Sera, Nicola Piepoli dell’omonimo istituto con sedi a Milano e Roma e il bergamasco Nando Pagnoncelli, presidente di Ipsos e di Assirm, l’associazione tra gli istituti di ricerche di mercato, sondaggi d’opinione e ricerca sociale. Piepoli usa l’arma dell’ironia: «La mia risposta è che le vicende legate alla questione morale qualcosa spostano ma non a quel livello di cui si è parlato (un milione di preferenze, è stato detto, ndr). Sono valori dell’ordine di qualche mezzo punto percentuale, mica di più». Sì, ma Berlusconi parla di una «forte rimonta»... «Bravo Berlusconi - risponde Piepoli -. Lo dica, mi sembra che sia giusto dirlo. Mettiamola così: fa molto bene il presidente del Consiglio ad affermare questo. Vuole un informazione? Confermo quello che dice il presidente». E l’eterna discussione sugli indecisi? «Gli indecisi non ci sono nelle nostre mappe, non esistono. Gli indecisi sono decisi e sono visti attraverso di loro. Questo aspetto meriterebbe una lunga conversazione in proposito mentre esistono decine di libri di letteratura sull’argomento. Dal punto di vista delle nostre mappe, di quelle degli istituti seri, gli indecisi non esistono. Noi siamo obbligati a dichiararlo perché così vuole il sito della presidenza del Consiglio. Siamo a circa il 35% dell’elettorato ma poi non ne teniamo conto, semplicemente perché non esistono». Renato Mannheimer, guru delle ricerche italiane non solo su questo tema, è molto più prudente. «Ho letto anch’io questa cosa e francamente non le so rispondere. Settimana prossima avremo dei dati più aggiornati. Il punto è questo: adesso le vicende finanziarie che hanno riguardato la sinistra possono influenzare gli elettori, nel senso che potrebbero suscitare un disorientamento tra persone che forse erano indecise tra l’astensione e il votare per l’opposizione, in particolare per i Ds e, quindi, contro il governo. Ma questo vale solo per adesso. Poi, da qui ad aprile, non ho la minima idea di quello che può accadere». Può succedere ancora di tutto? «Anche di più», rincara la dose Mannheimer. Nando Pagnoncelli premette: «Le nostre interviste vengono compiute proprio in queste ore e avremo, quindi, i risultati tra domani e sabato. Quindi non ho alcun elemento di riscontro per confutare o confermare questo ipotetico recupero del centrodestra. Non sarebbe scientifico farlo da parte mia ma dico semplicemente che l’utilizzo del sondaggio come elemento di comunicazione andrebbe un po’ rivisto. Non si possono usare i sondaggi come clava da agitare davanti all’avversario. È uno strumento di conoscenza e non un strumento per tentare di convincere, da una parte o dall’altra, gli elettori che le cose vanno in un certo modo, magari nella speranza di persuadere gli incerti a prendere posizione per la propria fazione. Sempre più spesso sono preoccupato da un tale uso di questo strumento». Quanto sono e saranno volatili da qui al 9 aprile le preferenze politiche del nostro elettorato? «Dipenderà dalla fantasia dei nostri politici», risponde Pagnoncelli, che aggiunge: «Il tutto è molto legato anche alla gravità degli avvenimenti di cui si parla. Sicuramente c’è uno scontento forte, l’abbiamo rilevato già in diverse circostanze, che in una certa misura avvantaggia i partiti dell’opposizione. Ma ci possono essere degli elementi che possono modificare il quadro da qui alla data del voto. Certamente gli scandali finanziari possono avere un ruolo ma la mia obiezione è la seguente: quanti ad aprile penseranno a questi scandali e quanti invece rifletteranno ancora sul costo della vita, sulla tenuta della nostra economia e dei nostri conti pubblici?». Si gioca, quindi, su questo terreno la sfida elettorale? «Ancora oggi - conclude il presidente di Ipsos - gli elementi che stanno guidando le scelte di voto della maggioranza degli italiani sono legati ai grandi temi dell’occupazione, del rilancio dell’economia, della tenuta del potere d’acquisto di redditi e pensioni senza dimenticare il bisogno di sicurezza. Ecco questi sono i grandi problemi su cui si fanno e si compiranno le scelte elettorali. Cinque anni fa era una cosa diversa: allora si parlava di abbassare le tasse ma eravamo in un ciclo economico più positivo di quello odierno». Daniele Vaninetti L'Eco di Bergamo 12-1-2005
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