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dicembre 20, 2005 L'Eco di Bergamo

«Più che elezioni sarà una lotteria»

Il politologo D'Alimonte: colpa della riforma «Decisivo il ruolo del partito degli indecisi»

 

 

«La quota di persone ancora indecise su chi votare alle prossime elezioni è in linea con il passato. Ma in ogni caso è soprattutto sulla mobilitazione di questa porzione di elettori che si giocherà il voto di aprile. Un voto che, grazie alla riforma del sistema elettorale, sarà purtroppo però anche una lotteria, e potrebbe perfino essere deciso, per uno dei rami dal Parlamento, dagli elettori all'estero». È quanto afferma, in questa intervista, Roberto D'Alimonte, politologo dell'Università di Firenze ed esperto di sistemi elettorali.
Dalla media dei sondaggi sulle intenzioni di voto negli ultimi 6 mesi il «partito» degli indecisi è dato al 20-25%. Una percentuale elevata a 4 mesi dalle elezioni?
«No, siamo in media con quanto abbiamo visto anche in altre occasioni. Adesso si tratta di vedere quanto di questi indecisi verranno mobilitati e andranno a votare, perché questa è la chiave».
Una delle altre chiavi è che, guardando alle ultime tornate elettorali (europee, regionali, amministrative), non c'è stato un gran travaso di voti da un polo all'altro.
«Ci sono tre fattori che possono influenzare il risultato elettorale. Uno è il voto dei nuovi elettori, il secondo è l'astensionismo (e soprattutto come si distribuisce), il terzo sono i flussi di voti tra uno schieramento e l'altro e, dai nostri studi, emerge che questi sono effettivamente piuttosto limitati.
Cosa cambia con il nuovo sistema elettorale? C'è uno schieramento che sarà favorito?
«Prima cosa da notare: gli studi hanno rilevato che, con il Mattarellum (il sistema finora usato), maggiore era il numero dei candidati in un collegio, meno voti maggioritari prendeva la Cdl. Dove c'erano le liste (quindi al proporzionale) la Cdl prendeva "x voti", mentre negli stessi collegi i suoi candidati prendevano "x voti meno il 3,6% dei voti". Ovvero, per ogni collegio c'era una "fuga", da parte di elettori che votavano liste della Cdl ma non i candidati».
Cosa accadeva?
«Che, ad esempio, se in una zona ad alto tasso di elettori leghisti, la Cdl esprimeva un candidato di An, molti non lo votavano. O viceversa, se nella stessa zona esprimeva un candidato leghista, molti elettori di An non lo votavano, soprattutto se in quel collegio trovavano un candidato della Fiamma, ovvero più vicino alle loro inclinazioni elettorali».
Quindi, tornando alla nuova legge elettorale?
«La prima differenza è questa: mentre prima si vinceva nei collegi - e quindi col voto maggioritario, che vedeva come abbiamo visto prima la Cdl svantaggiata - ora che non ci sono più i candidati ma solo le liste, per la Cdl va meglio. Ed è la ragione per cui Berlusconi ha voluto, con la nuova legge elettorale, liquidare il maggioritario».
C'è chi ha ventilato il rischio, con il nuovo sistema elettorale, di maggioranze diverse al Senato e alla Camera.
«È possibile, sì, ma lo era anche con l'altro sistema. Prima di tutto perché nel nostro Paese c'è il fatto anacronistico che al Senato non votano i giovani dai 18 ai 24, per cui ci sono meno elettori che alla Camera. Nel 2001, gli elettori alla Camera erano 49 milioni e mezzo mentre al Senato erano 44 milioni e mezzo. Una differenza di 5 milioni di elettori non è poco. In più c'è la "lotteria"».
Che cos'è la «lotteria»?
«Noi siamo il Paese delle lotterie, no? Bene, adesso ne abbiamo inserita una anche nel sistema elettorale: quella dei premi regionali. Perché, a seconda di come si incrociano le vittorie e le sconfitte di una coalizione o dell'altra, avremo maggioranze forse diverse tra Camera e Senato, ma anche una maggioranza di seggi che non corrisponde a una maggioranza di voti e, soprattutto, e questo è un esito certo nonché molto preoccupante, avremo maggioranze risicatissime».
Ci sono degli esempi?
«Ci sono calcoli matematici incontrovertibili. Primo esempio. Nel caso in cui il centrosinistra prenda il premio del 55% in 17 regioni su 20 - e non lo prenda soltanto in Lombardia, Veneto e Sicilia - al Senato il centrosinistra avrebbe 165 seggi, su una soglia di maggioranza di 158. L'assurdo non è solo che avrebbe una maggioranza risicata, ma che ce l'avrebbe pur avendo vinto in 17 regioni. Se poi - si parla sempre del Senato - perde in tre regioni che si configurano come "incerte, - quali Piemonte, Puglia e Lazio - c'è il pareggio: 155 seggi al centrosinistra, 154 al centrodestra. Questo vuol dire che tutti e due i Poli sono sotto la maggioranza di 158 e, siccome i senatori da eleggere sono 315, i sei che mancano, e sono decisivi, sono quelli eletti dagli italiani all'estero. Uniti a quelli dei senatori a vita. Naturalmente, se il centrosinistra vince nelle stesse regioni, ma con il 75% dei voti, allora cambia tutto. Ma se si tiene conto che nessuna coalizione in Italia dal '94 a oggi ha avuto più del 50% dei voti a livello nazionale, sarà difficile».
In questa situazione qualcuno ha parlato dell'eventualità di una «grosse koalition all'amatriciana».
«Penso che sia una cosa del tutto implausibile: in Italia è già difficile governare con coalizioni del tipo centrodestra e centrosinistra, immaginiamo come si fa a governare se di partiti ne abbiamo dieci. Chi ci mettiamo nella Grande coalizione? Non siamo mica in Germania, dove i partiti sono due...»
Torniamo agli indecisi. Quanto può influire un uso distorto dei sondaggi? Ad esempio millantare la parità nelle intenzioni di voto, quando questa non c'è, come ha fatto Berlusconi il 16 novembre scorso?
«Nelle elezioni, in particolare in Italia, è molto importante l'effetto vittoria annunciata. In primo luogo per mobilitare le truppe. Poi, al Sud, dove si devono catturare quelli che "investono" in pacchetti di voti».
Quanto può aiutare, o penalizzare, il centrosinistra, il fatto di impostare la campagna elettorale sulla critica alla riforma elettorale?
«Non credo proprio che il centrosinistra lo farà, anche perché gli italiani non sembrano essere sensibili al tema. Mentre - per inciso - all'estero il fatto di aver cambiato la legge a pochi mesi dal voto viene visto come un colpo di Stato».
E gli scandali di questi giorni, da Bpi a Fazio, all'Unipol, potrebbero aumentare la disaffezione al voto?
«Se la vicenda complessiva monta, temo di sì. In ogni caso, la mobilitazione degli indecisi sarà uno degli elementi chiave delle elezioni. Berlusconi d'altronde lo sa molto bene. Perché quello che sappiamo su questa platea di indecisi è che è gente con un tasso di interesse modesto per la politica, che legge poco i giornali, guarda molto la Tv di intrattenimento. Un genere di elettorato che, se va a votare, è più propenso a votare per il partito che gli dà lo slogan più convincente piuttosto che il programma migliore, il partito che sa catturare un'emozione, un'illusione. Così uno si spiega meglio perché Berlusconi se ne esce con certi slogan, tipo "stupido chi vota a sinistra" o continua a paventare il ritorno del comunismo. Perché sa chi deve e può convincere».

Federica Ghiselli

L'Eco di Bergamo 19-12-2005