«La quota di persone ancora indecise su chi votare alle prossime
elezioni è in linea con il passato. Ma in ogni caso è soprattutto sulla
mobilitazione di questa porzione di elettori che si giocherà il voto di
aprile. Un voto che, grazie alla riforma del sistema elettorale, sarà
purtroppo però anche una lotteria, e potrebbe perfino essere deciso,
per uno dei rami dal Parlamento, dagli elettori all'estero». È quanto
afferma, in questa intervista, Roberto D'Alimonte, politologo
dell'Università di Firenze ed esperto di sistemi elettorali.
Dalla media dei sondaggi sulle intenzioni di voto negli ultimi 6 mesi
il «partito» degli indecisi è dato al 20-25%. Una percentuale elevata a
4 mesi dalle elezioni?
«No, siamo in media con quanto abbiamo visto anche in altre occasioni.
Adesso si tratta di vedere quanto di questi indecisi verranno
mobilitati e andranno a votare, perché questa è la chiave».
Una delle altre chiavi è che, guardando alle ultime tornate elettorali
(europee, regionali, amministrative), non c'è stato un gran travaso di
voti da un polo all'altro.
«Ci sono tre fattori che possono influenzare il risultato elettorale.
Uno è il voto dei nuovi elettori, il secondo è l'astensionismo (e
soprattutto come si distribuisce), il terzo sono i flussi di voti tra
uno schieramento e l'altro e, dai nostri studi, emerge che questi sono
effettivamente piuttosto limitati.
Cosa cambia con il nuovo sistema elettorale? C'è uno schieramento che sarà favorito?
«Prima cosa da notare: gli studi hanno rilevato che, con il Mattarellum
(il sistema finora usato), maggiore era il numero dei candidati in un
collegio, meno voti maggioritari prendeva la Cdl. Dove c'erano le liste
(quindi al proporzionale) la Cdl prendeva "x voti", mentre negli stessi
collegi i suoi candidati prendevano "x voti meno il 3,6% dei voti".
Ovvero, per ogni collegio c'era una "fuga", da parte di elettori che
votavano liste della Cdl ma non i candidati».
Cosa accadeva?
«Che, ad esempio, se in una zona ad alto tasso di elettori leghisti, la
Cdl esprimeva un candidato di An, molti non lo votavano. O viceversa,
se nella stessa zona esprimeva un candidato leghista, molti elettori di
An non lo votavano, soprattutto se in quel collegio trovavano un
candidato della Fiamma, ovvero più vicino alle loro inclinazioni
elettorali».
Quindi, tornando alla nuova legge elettorale?
«La prima differenza è questa: mentre prima si vinceva nei collegi - e
quindi col voto maggioritario, che vedeva come abbiamo visto prima la
Cdl svantaggiata - ora che non ci sono più i candidati ma solo le
liste, per la Cdl va meglio. Ed è la ragione per cui Berlusconi ha
voluto, con la nuova legge elettorale, liquidare il maggioritario».
C'è chi ha ventilato il rischio, con il nuovo sistema elettorale, di maggioranze diverse al Senato e alla Camera.
«È possibile, sì, ma lo era anche con l'altro sistema. Prima di tutto
perché nel nostro Paese c'è il fatto anacronistico che al Senato non
votano i giovani dai 18 ai 24, per cui ci sono meno elettori che alla
Camera. Nel 2001, gli elettori alla Camera erano 49 milioni e mezzo
mentre al Senato erano 44 milioni e mezzo. Una differenza di 5 milioni
di elettori non è poco. In più c'è la "lotteria"».
Che cos'è la «lotteria»?
«Noi siamo il Paese delle lotterie, no? Bene, adesso ne abbiamo
inserita una anche nel sistema elettorale: quella dei premi regionali.
Perché, a seconda di come si incrociano le vittorie e le sconfitte di
una coalizione o dell'altra, avremo maggioranze forse diverse tra
Camera e Senato, ma anche una maggioranza di seggi che non corrisponde
a una maggioranza di voti e, soprattutto, e questo è un esito certo
nonché molto preoccupante, avremo maggioranze risicatissime».
Ci sono degli esempi?
«Ci sono calcoli matematici incontrovertibili. Primo esempio. Nel caso
in cui il centrosinistra prenda il premio del 55% in 17 regioni su 20 -
e non lo prenda soltanto in Lombardia, Veneto e Sicilia - al Senato il
centrosinistra avrebbe 165 seggi, su una soglia di maggioranza di 158.
L'assurdo non è solo che avrebbe una maggioranza risicata, ma che ce
l'avrebbe pur avendo vinto in 17 regioni. Se poi - si parla sempre del
Senato - perde in tre regioni che si configurano come "incerte, - quali
Piemonte, Puglia e Lazio - c'è il pareggio: 155 seggi al
centrosinistra, 154 al centrodestra. Questo vuol dire che tutti e due i
Poli sono sotto la maggioranza di 158 e, siccome i senatori da eleggere
sono 315, i sei che mancano, e sono decisivi, sono quelli eletti dagli
italiani all'estero. Uniti a quelli dei senatori a vita. Naturalmente,
se il centrosinistra vince nelle stesse regioni, ma con il 75% dei
voti, allora cambia tutto. Ma se si tiene conto che nessuna coalizione
in Italia dal '94 a oggi ha avuto più del 50% dei voti a livello
nazionale, sarà difficile».
In questa situazione qualcuno ha parlato dell'eventualità di una «grosse koalition all'amatriciana».
«Penso che sia una cosa del tutto implausibile: in Italia è già
difficile governare con coalizioni del tipo centrodestra e
centrosinistra, immaginiamo come si fa a governare se di partiti ne
abbiamo dieci. Chi ci mettiamo nella Grande coalizione? Non siamo mica
in Germania, dove i partiti sono due...»
Torniamo agli indecisi. Quanto può influire un uso distorto dei
sondaggi? Ad esempio millantare la parità nelle intenzioni di voto,
quando questa non c'è, come ha fatto Berlusconi il 16 novembre scorso?
«Nelle elezioni, in particolare in Italia, è molto importante l'effetto
vittoria annunciata. In primo luogo per mobilitare le truppe. Poi, al
Sud, dove si devono catturare quelli che "investono" in pacchetti di
voti».
Quanto può aiutare, o penalizzare, il centrosinistra, il fatto di
impostare la campagna elettorale sulla critica alla riforma elettorale?
«Non credo proprio che il centrosinistra lo farà, anche perché gli
italiani non sembrano essere sensibili al tema. Mentre - per inciso -
all'estero il fatto di aver cambiato la legge a pochi mesi dal voto
viene visto come un colpo di Stato».
E gli scandali di questi giorni, da Bpi a Fazio, all'Unipol, potrebbero aumentare la disaffezione al voto?
«Se la vicenda complessiva monta, temo di sì. In ogni caso, la
mobilitazione degli indecisi sarà uno degli elementi chiave delle
elezioni. Berlusconi d'altronde lo sa molto bene. Perché quello che
sappiamo su questa platea di indecisi è che è gente con un tasso di
interesse modesto per la politica, che legge poco i giornali, guarda
molto la Tv di intrattenimento. Un genere di elettorato che, se va a
votare, è più propenso a votare per il partito che gli dà lo slogan più
convincente piuttosto che il programma migliore, il partito che sa
catturare un'emozione, un'illusione. Così uno si spiega meglio perché
Berlusconi se ne esce con certi slogan, tipo "stupido chi vota a
sinistra" o continua a paventare il ritorno del comunismo. Perché sa
chi deve e può convincere».