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dicembre 19, 2005 Demos LaPolis

la questione cattolica

Fiducia nella Chiesa, ma niente ingerenze

Quattro italiani su dieci: il Vaticano non faccia politica. "Scegliamo da soli"

Sondaggio Demos LaPolis sul rapporto tra cittadini e religione
Il 90% dice sì al crocifisso nelle aule "Ma giusto tutelare anche le altre fedi"

 

FABIO BORDIGNON

Rimane, nella società italiana, una delle istituzioni provviste dei livelli più elevati di consenso. Sotto il profilo politico, la sua «presenza» risulta consistente sia nell´elettorato di (centro) destra che di (centro) sinistra. La Chiesa sembra disporre, nondimeno, di una capacità di influenza più limitata rispetto al passato (sicuramente meno «diretta»). Il suo intervento in politica appare sgradito, oggi, ad ampi settori dell´opinione pubblica. La sua «voce», su molti temi, non presenta più un carattere vincolante agli occhi delle persone. Sono alcune indicazioni suggerite dall´ottavo rapporto su i cittadini e le istituzioni, curato da Demos e dal LaPolis, di cui proponiamo, in queste pagine, alcuni approfondimenti sul raccordo tra società, Chiesa e Stato.
Sono pochi, in Italia, i soggetti e le organizzazioni che possono contare sull´apprezzamento della maggior parte delle persone: il presidente della Repubblica, le forze dell´ordine, la scuola, l´Unione europea e - appunto - la Chiesa. Sei persone su dieci ripongono fiducia in questa grande «istituzione sociale». Una componente estesa, rimasta pressoché stabile nel corso degli ultimi anni; ancor più estesa se, in luogo della fiducia, consideriamo l´immagine generale: positiva - almeno abbastanza positiva - per oltre l´80% degli intervistati. Tale consenso evidenzia la diffusa condivisione delle radici cristiane (e cattoliche) dell´Italia, le cui tracce, secondo la maggioranza delle persone, dovrebbero essere «visibili» anche negli spazi pubblici. Nella scuola, ad esempio: quasi nove su dieci, tra gli interpellati, sono favorevoli alla presenza del crocifisso nella aule; una percentuale analoga approva l´insegnamento della religione negli istituti statali.
Una valorizzazione della propria identità religiosa, che non implica, necessariamente, negazione della laicità dello Stato, né chiusura verso altre confessioni. Sei persone su dieci, del resto, anche tra i cattolici praticanti, ritengono che gli immigrati di fede non cristiana debbano essere liberi di costruire i propri luoghi di culto nel nostro paese (moschee, sinagoghe, eccetera). E una quota consistente (seppure minoritaria: 42%) pensa che nella stessa scuola possano essere ammessi simboli di altre religioni (come il velo musulmano).
L´identificazione con la Chiesa rappresenta, quindi, una cornice ampia. Fornisce valori comuni e appartenenza, offre opportunità di partecipazione, include un gran numero di persone che, però, al suo interno, sembrano muoversi in relativa autonomia. Ciò appare evidente da molteplici punti di vista. Se guardiamo alla politica, possiamo riscontrare come la presenza cattolica sia, oggi, trasversale rispetto agli elettorati dei diversi schieramenti. I praticanti assidui - chi partecipa ai riti religiosi con frequenza settimanale - sono più numerosi a centrodestra, ma la loro incidenza è elevata anche tra i votanti dell´Unione (in particolare nella Margherita), con la sola eccezione di Rc. Allo stesso tempo, i cittadini - con poche differenze legate alle preferenze elettorali - esprimono riserve sull´opportunità di un intervento (diretto) della Chiesa sulle vicende politiche. Quattro su dieci pensano che la Chiesa non dovrebbe mai cercare di influenzare le decisioni dei politici e dei partiti. Tre su dieci che possa esprimersi solo su questioni che riguardano da vicino la religione.
Sui delicati temi che investono l´etica e la morale, poi, tende a prevalere, tra le persone, un approccio «relativista». Le indicazioni della Chiesa, sotto questo profilo, appaiono importanti, ma solo per un quinto degli intervistati assumono un valore vincolante (22%). La maggioranza (il 55%) preferisce regolarsi secondo criteri flessibili e soggettivi. La principale bussola, per queste persone, rimane la propria coscienza: le indicazioni della Chiesa, al più, vengono considerate degli utili consigli, da vagliare in base ai propri convincimenti personali.

Verità assoluta
credenti relativi

Una società senza muri dove ognuno decide ascoltando la propria coscienza

ILVO DIAMANTI

SEMBRANO essersi riaperte antiche tensioni, antiche fratture, dopo l´avvento di papa Benedetto XVI. Quasi ci trovassimo di fronte a una nuova "questione cattolica". Segnata dal costante, puntuale, intervento della gerarchia ecclesiastica su temi sostanziali. La vita, la famiglia, la scuola. D´altronde, è nota l´attenzione di papa Ratzinger per le questioni etiche e dottrinali.

Il suo esplicito impegno contro il "relativismo". Non tanto della società, ma, anzitutto, dei cattolici. Contro la tendenza dei credenti a esperire e praticare una fede-bricolage. Privatizzata e modellata in base agli usi e agli interessi personali. Per questa stessa ragione, d´altra parte, Ratzinger è stato eletto, in modo rapido e con grandi consensi. Perché prometteva di precisare e issare il "distintivo cristiano" (secondo la formula di Romano Guardini) in un´epoca caratterizzata da sfide culturali insidiose. Che giungono da altre religioni, in primo luogo l´Islam. Ma anche dalla deriva "mediaticonsumista". Altrettanto pericolosa e assai più relativista.
Da ciò la nuova tensione. Da una parte: il sospetto, nei confronti della Chiesa, di coltivare tentazioni teocratiche. Minacciare l´autonomia della politica e dello Stato. Dall´altra: la denuncia di un nuovo laicismo intollerante. Che pretenderebbe di confinare i cattolici dentro a recinti angusti. È come se in Italia si fosse (ri) aperto un conflitto - se non proprio una guerra - di civiltà. Fra laici e cattolici. Fra Chiesa e Stato. Tanto che si è riaffacciata (per iniziativa del nuovo soggetto politico radicalsocialista) l´ipotesi di impugnare, o almeno ridiscutere, il Concordato. Tuttavia, non è chiaro in che modo e in che misura queste divisioni attraversino davvero la società. In che modo e in che misura si traducano in contrapposizione politica. I dati forniti dall´ottava indagine su "Gli italiani e lo Stato", curata da Demos-LaPolis, raffreddano questi timori. E fanno dubitare che le tensioni fra il sistema politico e la Chiesa di Benedetto XVI abbiano investito e scosso la società.
In primo luogo, la Chiesa continua ad essere fra le istituzioni che godono di maggior consenso nella società. Nei suoi confronti, esprimono molta o moltissima fiducia sei persone su dieci. Con una tendenza alla crescita, rispetto agli anni scorsi. Mentre la quota di quanti la considerano in modo positivo è ancor più estesa. Superiore all´80%.
Peraltro, nell´atteggiamento verso l´esposizione dei simboli confessionali - il crocifisso - nei luoghi pubblici o in quello verso l´insegnamento della religione nella scuola non si colgono segnali di tensione. Peggio: di frattura. Anche in questo caso, il consenso dei cittadini risulta ampio. Pressoché totale. E trasversale. Tanto da suggerire un´adesione "culturale", oltre che di fede. Quasi un riconoscimento delle "radici cristiane" della società e delle istituzioni, su cui i costituenti dell´Unione Europea non hanno trovato l´accordo. Mentre in Italia appare solido e condiviso. Un "distintivo nazionale". Collegato e coerente con la presenza del Vaticano, a Roma. E con la diffusione della struttura cattolica sul territorio.
Tuttavia, gli italiani continuano a vivere il loro rapporto con la religione manifestando un elevato grado di autonomia personale. La maggioranza di loro, infatti, ritiene l´insegnamento della Chiesa, rispetto alla morale, "utile". Ma non prescrittivo. Visto che, poi, "ciascuno deve regolarsi secondo coscienza". Parallelamente, il finanziamento pubblico alle scuole private cattoliche è approvato da una minoranza, per quanto significativa, di cittadini (42%).
Si tratta di atteggiamenti in continuità con il passato. Non solo recente. Tratteggiano l´immagine di un "popolo di credenti". Che valorizza la religione. Ma la interpreta in modo flessibile. Nessun segnale, nessun indizio di divisione. Né si intravedono, in lontananza, "muri" invisibili. Che segmentino la società, generino segregazione, su base religiosa. Inoltre, nonostante l´enfasi retorica sulla "minaccia islamica" e sul "conflitto di civiltà", la disponibilità a concedere agli immigrati la costruzione di luoghi di culto "di altre religioni" (moschee, sinagoghe, ecc.) resta largamente maggioritaria. Anche fra i cattolici praticanti.
È ancor più difficile rinvenire tracce di "frattura religiosa" sul piano politico. Insieme alla Dc, si è sbriciolato anche il "mito" dell´unità politica dei cattolici (per citare un noto saggio di Enzo Pace). "Mito": perché, i cattolici votavano in modo pluralista già dagli anni Settanta. Ma, dopo il 1992, la diaspora dei cattolici, in politica, diventa evidente. Appariscente. Non c´è più il partito, ma neppure il "polo", dei cattolici. I dati del "Rapporto sugli Italiani e lo Stato" lo confermano. (Ma indicazioni analoghe vengono da altre fonti; da ultima, una ricerca di Segatti e Vezzoni). Oggi i cattolici "praticanti" sono il 22% nel centrosinistra. Un po´ più a centrodestra (29%). Ma un po´ più solamente. E, comunque, presenti e pesanti nel "popolo" degli indecisi (28%).
I cattolici, in altri termini, oggi non hanno più un partito. Si tengono lontani dai luoghi della militanza politica. Ma sono impegnati, più degli altri, nel volontariato sociale. E sono presenti, in largo numero, nelle attività di partecipazione locale. Ma anche nelle iniziative - di segno "universalista" - a favore della pace.
Per quanto frammentari, questi dati smentiscono che nella società italiana stia emergendo una nuova, lacerante, "questione cattolica". E contribuiscono a spiegare le scelte della gerarchia ecclesiastica, in questi primi mesi del pontificato di Papa Benedetto XVI, senza bisogno di attribuirne, per intero, le responsabilità al Papa e alla Cei. In primo luogo al cardinal Ruini. È più utile, semmai, fare riferimento alle condizioni, contrastanti, con cui la Chiesa si confronta, in Italia, dopo la fine della Dc.
La Chiesa. Continua a godere di fiducia e consenso. Dispone di una presenza sul territorio molto ampia. Di un tessuto associativo diffuso. Di una base di volontari estesa e impegnata sui temi della solidarietà, dell´assistenza, della formazione. Ma la sua capacità di "imporre" l´osservanza sul piano dottrinale, della pratica religiosa o della morale personale, è molto più limitata. Insomma, come ha osservato Franco Garelli, le è più facile "orientare le masse sui grandi temi dei valori che portare la gente a confessarsi e frequentare con assiduità i riti religiosi". Da ciò la scelta - che non è maturata negli ultimi mesi, ma da oltre un decennio - di agire in proprio. Come una lobby. Che promuove i suoi valori sostanziali. Ma anche gli interessi specifici, legati alla sua presenza nella società e nelle istituzioni. La Chiesa opera, quindi, sulla scena pubblica e in politica, senza preferenze pre-ordinate. Senza collateralismi. Interpreta una "minoranza". Che dispone di identità, organizzazione, capacità di mobilitazione. Può esercitare, per questo, una grande influenza sugli attori politici. In modo diretto. Esplicito.
La Chiesa di papa Benedetto XVI appare impegnata a marcare i confini della "verità". Per difendersi dal relativismo che affligge il mondo. (Anche quello cattolico). Rivendica e impone i suoi principi. I suoi valori. Disposta a confrontarsi. A scontrarsi.
E ad affrontare un rischio. Che il suo messaggio - esigente - venga condiviso da una minoranza osservante. E da un´èlite di atei devoti. Ma appaia troppo impegnativo al grande popolo dei cattolici "relativi". Che (per citare Marc Bloch) «la teologia e la religione collettiva prendano strade diverse». E il "distintivo cristiano" smetta di identificarsi con il "distintivo nazionale".

La Repubblica 18-12-2005