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FABIO BORDIGNON
Rimane,
nella società italiana, una delle istituzioni provviste dei livelli più
elevati di consenso. Sotto il profilo politico, la sua «presenza»
risulta consistente sia nell´elettorato di (centro) destra che di
(centro) sinistra. La Chiesa sembra disporre, nondimeno, di una
capacità di influenza più limitata rispetto al passato (sicuramente
meno «diretta»). Il suo intervento in politica appare sgradito, oggi,
ad ampi settori dell´opinione pubblica. La sua «voce», su molti temi,
non presenta più un carattere vincolante agli occhi delle persone. Sono
alcune indicazioni suggerite dall´ottavo rapporto su i cittadini e le
istituzioni, curato da Demos e dal LaPolis, di cui proponiamo, in
queste pagine, alcuni approfondimenti sul raccordo tra società, Chiesa
e Stato. Sono pochi, in Italia, i soggetti e le organizzazioni che
possono contare sull´apprezzamento della maggior parte delle persone:
il presidente della Repubblica, le forze dell´ordine, la scuola,
l´Unione europea e - appunto - la Chiesa. Sei persone su dieci
ripongono fiducia in questa grande «istituzione sociale». Una
componente estesa, rimasta pressoché stabile nel corso degli ultimi
anni; ancor più estesa se, in luogo della fiducia, consideriamo
l´immagine generale: positiva - almeno abbastanza positiva - per oltre
l´80% degli intervistati. Tale consenso evidenzia la diffusa
condivisione delle radici cristiane (e cattoliche) dell´Italia, le cui
tracce, secondo la maggioranza delle persone, dovrebbero essere
«visibili» anche negli spazi pubblici. Nella scuola, ad esempio: quasi
nove su dieci, tra gli interpellati, sono favorevoli alla presenza del
crocifisso nella aule; una percentuale analoga approva l´insegnamento
della religione negli istituti statali. Una valorizzazione della
propria identità religiosa, che non implica, necessariamente, negazione
della laicità dello Stato, né chiusura verso altre confessioni. Sei
persone su dieci, del resto, anche tra i cattolici praticanti,
ritengono che gli immigrati di fede non cristiana debbano essere liberi
di costruire i propri luoghi di culto nel nostro paese (moschee,
sinagoghe, eccetera). E una quota consistente (seppure minoritaria:
42%) pensa che nella stessa scuola possano essere ammessi simboli di
altre religioni (come il velo musulmano). L´identificazione con la
Chiesa rappresenta, quindi, una cornice ampia. Fornisce valori comuni e
appartenenza, offre opportunità di partecipazione, include un gran
numero di persone che, però, al suo interno, sembrano muoversi in
relativa autonomia. Ciò appare evidente da molteplici punti di vista.
Se guardiamo alla politica, possiamo riscontrare come la presenza
cattolica sia, oggi, trasversale rispetto agli elettorati dei diversi
schieramenti. I praticanti assidui - chi partecipa ai riti religiosi
con frequenza settimanale - sono più numerosi a centrodestra, ma la
loro incidenza è elevata anche tra i votanti dell´Unione (in
particolare nella Margherita), con la sola eccezione di Rc. Allo stesso
tempo, i cittadini - con poche differenze legate alle preferenze
elettorali - esprimono riserve sull´opportunità di un intervento
(diretto) della Chiesa sulle vicende politiche. Quattro su dieci
pensano che la Chiesa non dovrebbe mai cercare di influenzare le
decisioni dei politici e dei partiti. Tre su dieci che possa esprimersi
solo su questioni che riguardano da vicino la religione. Sui
delicati temi che investono l´etica e la morale, poi, tende a
prevalere, tra le persone, un approccio «relativista». Le indicazioni
della Chiesa, sotto questo profilo, appaiono importanti, ma solo per un
quinto degli intervistati assumono un valore vincolante (22%). La
maggioranza (il 55%) preferisce regolarsi secondo criteri flessibili e
soggettivi. La principale bussola, per queste persone, rimane la
propria coscienza: le indicazioni della Chiesa, al più, vengono
considerate degli utili consigli, da vagliare in base ai propri
convincimenti personali.
Verità assoluta
credenti relativi
Una società senza muri dove ognuno decide ascoltando la propria coscienza
ILVO DIAMANTI
SEMBRANO essersi riaperte antiche tensioni, antiche fratture, dopo
l´avvento di papa Benedetto XVI. Quasi ci trovassimo di fronte a una
nuova "questione cattolica". Segnata dal costante, puntuale, intervento
della gerarchia ecclesiastica su temi sostanziali. La vita, la
famiglia, la scuola. D´altronde, è nota l´attenzione di papa Ratzinger
per le questioni etiche e dottrinali.
Il suo esplicito impegno contro il "relativismo". Non tanto della
società, ma, anzitutto, dei cattolici. Contro la tendenza dei credenti
a esperire e praticare una fede-bricolage. Privatizzata e modellata in
base agli usi e agli interessi personali. Per questa stessa ragione,
d´altra parte, Ratzinger è stato eletto, in modo rapido e con grandi
consensi. Perché prometteva di precisare e issare il "distintivo
cristiano" (secondo la formula di Romano Guardini) in un´epoca
caratterizzata da sfide culturali insidiose. Che giungono da altre
religioni, in primo luogo l´Islam. Ma anche dalla deriva
"mediaticonsumista". Altrettanto pericolosa e assai più relativista.
Da ciò la nuova tensione. Da una parte: il sospetto, nei confronti
della Chiesa, di coltivare tentazioni teocratiche. Minacciare
l´autonomia della politica e dello Stato. Dall´altra: la denuncia di un
nuovo laicismo intollerante. Che pretenderebbe di confinare i cattolici
dentro a recinti angusti. È come se in Italia si fosse (ri) aperto un
conflitto - se non proprio una guerra - di civiltà. Fra laici e
cattolici. Fra Chiesa e Stato. Tanto che si è riaffacciata (per
iniziativa del nuovo soggetto politico radicalsocialista) l´ipotesi di
impugnare, o almeno ridiscutere, il Concordato. Tuttavia, non è chiaro
in che modo e in che misura queste divisioni attraversino davvero la
società. In che modo e in che misura si traducano in contrapposizione
politica. I dati forniti dall´ottava indagine su "Gli italiani e lo
Stato", curata da Demos-LaPolis, raffreddano questi timori. E fanno
dubitare che le tensioni fra il sistema politico e la Chiesa di
Benedetto XVI abbiano investito e scosso la società.
In primo luogo, la Chiesa continua ad essere fra le istituzioni che
godono di maggior consenso nella società. Nei suoi confronti, esprimono
molta o moltissima fiducia sei persone su dieci. Con una tendenza alla
crescita, rispetto agli anni scorsi. Mentre la quota di quanti la
considerano in modo positivo è ancor più estesa. Superiore all´80%.
Peraltro, nell´atteggiamento verso l´esposizione dei simboli
confessionali - il crocifisso - nei luoghi pubblici o in quello verso
l´insegnamento della religione nella scuola non si colgono segnali di
tensione. Peggio: di frattura. Anche in questo caso, il consenso dei
cittadini risulta ampio. Pressoché totale. E trasversale. Tanto da
suggerire un´adesione "culturale", oltre che di fede. Quasi un
riconoscimento delle "radici cristiane" della società e delle
istituzioni, su cui i costituenti dell´Unione Europea non hanno trovato
l´accordo. Mentre in Italia appare solido e condiviso. Un "distintivo
nazionale". Collegato e coerente con la presenza del Vaticano, a Roma.
E con la diffusione della struttura cattolica sul territorio.
Tuttavia, gli italiani continuano a vivere il loro rapporto con la
religione manifestando un elevato grado di autonomia personale. La
maggioranza di loro, infatti, ritiene l´insegnamento della Chiesa,
rispetto alla morale, "utile". Ma non prescrittivo. Visto che, poi,
"ciascuno deve regolarsi secondo coscienza". Parallelamente, il
finanziamento pubblico alle scuole private cattoliche è approvato da
una minoranza, per quanto significativa, di cittadini (42%).
Si tratta di atteggiamenti in continuità con il passato. Non solo
recente. Tratteggiano l´immagine di un "popolo di credenti". Che
valorizza la religione. Ma la interpreta in modo flessibile. Nessun
segnale, nessun indizio di divisione. Né si intravedono, in lontananza,
"muri" invisibili. Che segmentino la società, generino segregazione, su
base religiosa. Inoltre, nonostante l´enfasi retorica sulla "minaccia
islamica" e sul "conflitto di civiltà", la disponibilità a concedere
agli immigrati la costruzione di luoghi di culto "di altre religioni"
(moschee, sinagoghe, ecc.) resta largamente maggioritaria. Anche fra i
cattolici praticanti.
È ancor più difficile rinvenire tracce di "frattura religiosa" sul
piano politico. Insieme alla Dc, si è sbriciolato anche il "mito"
dell´unità politica dei cattolici (per citare un noto saggio di Enzo
Pace). "Mito": perché, i cattolici votavano in modo pluralista già
dagli anni Settanta. Ma, dopo il 1992, la diaspora dei cattolici, in
politica, diventa evidente. Appariscente. Non c´è più il partito, ma
neppure il "polo", dei cattolici. I dati del "Rapporto sugli Italiani e
lo Stato" lo confermano. (Ma indicazioni analoghe vengono da altre
fonti; da ultima, una ricerca di Segatti e Vezzoni). Oggi i cattolici
"praticanti" sono il 22% nel centrosinistra. Un po´ più a centrodestra
(29%). Ma un po´ più solamente. E, comunque, presenti e pesanti nel
"popolo" degli indecisi (28%).
I cattolici, in altri termini, oggi non hanno più un partito. Si
tengono lontani dai luoghi della militanza politica. Ma sono impegnati,
più degli altri, nel volontariato sociale. E sono presenti, in largo
numero, nelle attività di partecipazione locale. Ma anche nelle
iniziative - di segno "universalista" - a favore della pace.
Per quanto frammentari, questi dati smentiscono che nella società
italiana stia emergendo una nuova, lacerante, "questione cattolica". E
contribuiscono a spiegare le scelte della gerarchia ecclesiastica, in
questi primi mesi del pontificato di Papa Benedetto XVI, senza bisogno
di attribuirne, per intero, le responsabilità al Papa e alla Cei. In
primo luogo al cardinal Ruini. È più utile, semmai, fare riferimento
alle condizioni, contrastanti, con cui la Chiesa si confronta, in
Italia, dopo la fine della Dc.
La Chiesa. Continua a godere di fiducia e consenso. Dispone di una
presenza sul territorio molto ampia. Di un tessuto associativo diffuso.
Di una base di volontari estesa e impegnata sui temi della solidarietà,
dell´assistenza, della formazione. Ma la sua capacità di "imporre"
l´osservanza sul piano dottrinale, della pratica religiosa o della
morale personale, è molto più limitata. Insomma, come ha osservato
Franco Garelli, le è più facile "orientare le masse sui grandi temi dei
valori che portare la gente a confessarsi e frequentare con assiduità i
riti religiosi". Da ciò la scelta - che non è maturata negli ultimi
mesi, ma da oltre un decennio - di agire in proprio. Come una lobby.
Che promuove i suoi valori sostanziali. Ma anche gli interessi
specifici, legati alla sua presenza nella società e nelle istituzioni.
La Chiesa opera, quindi, sulla scena pubblica e in politica, senza
preferenze pre-ordinate. Senza collateralismi. Interpreta una
"minoranza". Che dispone di identità, organizzazione, capacità di
mobilitazione. Può esercitare, per questo, una grande influenza sugli
attori politici. In modo diretto. Esplicito.
La Chiesa di papa Benedetto XVI appare impegnata a marcare i confini
della "verità". Per difendersi dal relativismo che affligge il mondo.
(Anche quello cattolico). Rivendica e impone i suoi principi. I suoi
valori. Disposta a confrontarsi. A scontrarsi.
E ad affrontare un rischio. Che il suo messaggio - esigente - venga
condiviso da una minoranza osservante. E da un´èlite di atei devoti. Ma
appaia troppo impegnativo al grande popolo dei cattolici "relativi".
Che (per citare Marc Bloch) «la teologia e la religione collettiva
prendano strade diverse». E il "distintivo cristiano" smetta di
identificarsi con il "distintivo nazionale".
La Repubblica 18-12-2005
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