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dicembre 17, 2005 Demos-La Repubblica

RAPPORTO ANNUALE. SU GLI ITALIANI E LO STATO

ITALIA 2005 - SÌ, SVOLTARE. MA DOVE ANDARE?

Siamo un Paese a metà del guado. Non ci fidiamo di nulla, Ciampi escluso. C'è voglia di partecipare, ma disillusione nei confronti della politica. Giudichiamo male il governo in carica, ma abbiamo anche dubbi su quello che potrebbe sostituirlo. Fotografia di un Paese che, decisamente, non è di buonumore...

 

Il rapporto annuale. su Gli italiani e lo Stato, diretto da Ilvo Diamanti, è giunto alla ottva edizione. L'indagine è stata realizzata da Demos & Pi (con la collaborazione del LaPoliS -Laboratorio di Studi Politici e Sociali dell' Unìversita di Urbino), su incarico del Gruppo L'Espresso, L'indagine curata da Ilvo Diamanti, Fabio Bordìgnon e Luigi Ceccarini.

Monia Bordignon ha partecipato all'elaborazione dei dati.

 La ricerca si basa su un sondaggio telefonico svolto, nel periodo 28 novembre - 3 dicembre 2005 dalla società Demetra di Venezia. Le interviste sono state condotte con il metodo Catì (Computer Assistevi Telephone interwing), con la supenvìsione dì Andrea Suisani.

I dati sono stati successivamente trattati e rielaborati in maniera del tutto anonima. Il campione, di 1400 persone, è rappresentativo cella popolazione ìtaliana di età superiore ai 15 anni, per genere, età e zona geopolitica. Le comparazioni con le precedenti edizioni del rapporto si basano, sino al 2001, su ricerche realizzate da Poster per il Sole 24 Ore.

 

Un Paese dai due volti. Tanto attivo, nella vita sociale, impegnato sul territorio. Tanto aperto, alla partecipazione locale. Quanto disincantato, rispetto alla politica. Tanto deluso, nei confronti dell'era Berlusconi - deciso a cambiare. Quanto scettico sull'effettiva possibilità del cambiamento. Sulla capacità della classe dirigente di voltare pagina. Un paese diviso. Per valori e orientamenti. E diffidente, intollerante, verso l'altra Italia politica. Così, anche i segnali di ripresa della fiducia nelle istituzioni, e nell'economia, sfumano. Invisibili. Questi i lineamenti più marcati del ritratto, in chiaroscuro, che emerge dall'ottavo Rapporto sugli italiani e lo Stato, condotto da Demos per la Repubblica.

Si conferma, anzitutto, la grande voglia di partecipare, messa in luce dalle precedenti edizioni del Rapporto. Nel volontariato sociale, nella realtà locale, nel territorio. Ma anche ìn ambito politico. Tendenze che, nell'ultimo anno, si sono ulteriormente rafforzate. Ne abbiamo avuto prova, da ultimo, in occasione delle primarie dello scorso ottobre. Un ponte fra società e politica, che molti cittadini hanno attraversato, di corsa. Quasi che non attendessero altro. D'altronde, il 70 per cento dei cittadini - segnala il rapporto - valuta positivamente le esperienze dì democrazia deliberativa (partecipatìva) a livello locale. Una persona su due si dice pronta, se ve ne fosse l'opportunità, a farsi coinvolgere, Certo, è probabile che, alla prova dei fatti, la risposta risulterebbe meno ampia. Tuttavia, negli ultimi anni, la mobilitazione sociale ha spesso sorpassato le attese degli osservatori. Come, appunto, nel caso delle primarìe.

L'indagine Demos-La Repubblica, inoltre, rileva una ripresa della fiducia nelle istituzioni. Anche questa inattesa e, ìn parte, non percepita, dagli stessi cittadini. Si coglie, cioè, una maggiore confidenza verso gli enti locali, ma anche verso lo Stato. E verso gli stessi riferimenti economici: gli imprenditori, la borsa, le banche. Si risollevano. Di poco. Ma interrompono la spirale negativa, in cui sembravano irrimediabilmente risucchiati. Anche la soddisfazione verso ì servizi - scuola, sanità e trasporti (ma non le ferrovie) - appare in lieve ripresa. E la domanda di «pubblico» continua a sovrastare il richiamo al «privato».

Insomma, la società italiana mostra numerosi segni di dinamismo. Disposta a cogliere ogni occasione per mobilitarsi, ogni spunto per aggregarsi, per «stare insieme», ha cambiato atteggiamento verso l'economia e lo Stato. Sembra aver spezzato il guscio della «sindrome del declino», dì cui era, da troppo tempo, prigioniera. Ma non pare accorgersene. Ci crede poco. Ha voglia di cambiare, ma non sembra convinta di riuscirci.

Principalmente, diremmo, per un profondo e diffuso sentimento di sfiducia nella politica. Unico sentimento, forse, condiviso da tutti. La fiducia nelle istituzioni coincide, infatti, con la sfiducia nei partiti e nel governo. Che cresce ancora, nel corso di questi ultimi mesi.

E un orientamento trasversale. Tanto più inquietante perché si ripropone alla vigilìa dì una stagione elettorale importante. Da cui molti si attendono, con opposti sentimenti, un cambiamento sostanziale. Una svolta. Tuttavia, rispetto al precedente passaggio elettorale del 2001, troppe cose sembrano immutate.

In tempi nei quali c'è grande enfasi sulla «mobilità» degli elettori moderati, sull'esigenza di spostare il voto degli incerti, questa indagine riproduce l'immagine di un Paese diviso. Profondamente. Da orientamenti, per molti versi, opposti. Ed estremi. Smoderati. Basta osservare il distinto e distante sentimento prodotto da parole di uso corrente, nel dibattito politico e nel linguaggio comune. Imprenditori, sindacati, Usa, Islam, devolution e federalismo, curo e comunismo. La destra, pardon, il centrodestra: americano, devoluto, anticomunista, antislamico. La sinistra (il centrosinistra): filosìndacale, europeista, antifascista. Ancora: il centrosinistra a favore dei magistrati, per la «legalità». Il centrodestra «contro il gìustizialismo dei giudici di sinistra».

I simboli, più dei «programmi sulle cose concrete», dividono ancora. Per cui si preparano, gli italiani, ad affrontare una competizione elettorale aspra. Impostata sulle parole, più che sui fatti. E sembrano convinti e determinati a cambiare pagina. Visto che, per due terzi, pensano che, negli ultimi cinque anni, la condizione di vita, in Italia, sia peggiorata. Anche per questo, il 64 per cento dei cittadini sanziona l'esperienza del «governo Berlusconi» attribuendogli un voto negativo. Ma il giudizio sull'operato dell'opposizione, nel corso della legislatura, non è migliore. Al contrario. La valuta negativamente il 70 per cento degli italiani. E il 50 per cento degli elettori di centrosinistra,

Ciò spiega la sensazione di declino che aleggia nel Paese. Nonostante i segnali dì ripresa che il Censis avverte, sottotraccia. Nonostante la vitalità sociale e la ripresa di fiducia nelle istituzioni, testimoniate da questa indagine. Il problema è nel rapporto con la politica. Soprattutto in ambito nazionale. Dopo oltre dieci anni di transizione, la nave della Repubblica è ancora in alto mare. E vagherà a lungo, visto che ha perso i suoi fari. Il maggioritario: neutralizzato. Il bipolarismo: frazionato. Il federalismo: ridotto a devolution. Per cui, gli italiani, appaiono disorientati. E vorrebbero cancellare l'esperienza dei governi della transizìone. Delusi da Berlusconì, non mostrano nostalgia dell'esperienza del governo Prodi. (Finito, peraltro, in modo burrascoso). Gli italiani bocciano il passato, e soprattutto quello più recente. Ma non riescono a immaginare il futuro. Vogliono cambiare. Ma temono il cambiamento. Visto che (solo) il 40 per cento dì loro ritiene che «chiunque vinca le prossime elezioni, non c'è pericolo per la democrazia e per il rispetto civile» (1'8 per cento in meno rispetto a 4 anni fa). Come dire che, per il 60 per cento degli italiani, questo pericolo, invece, incombe davvero. Che chiunque vinca le elezioni è percepito, dagli elettori della parte «sconfitta», come una minaccia.Il che rende più chiaro il significato del consenso, plebiscitario, riservato a Ciampi. Il quale ha sempre goduto di grande stima, presso gli italiani. Ma mai come oggi. E ottiene la fiducia da otto persone su dieci. Equamente distribuìte fra destra a sinistra. A differenza di cinque anni fa, quando da destra lo si guardava con qualche sospetto. Oggi, invece, appare un riferimento condiviso, nella nostra democrazia. Forse l'unico. Destinato a rimanere ancora per pochi mesi. Purtroppo.

La frustrazione di questo Paese diviso, infine, spiega l'attesa di «un uomo forte in politica», espressa dal 57 per cento degli italiani. L'8 per cento in più rispetto a un anno fa. Non segnala una sindrome autoritaria. Semmai, voglia di autorità. Di governo. Che Berlusconi non ha soddisfatto, nonostante le promesse e le attese. A cui i leader dell'opposizione, oltre a quelli della maggioranza, non sembrano in grado di rispondere. Almeno per ora. «Un uomo forte in politica». Mentre oggi tutto appare debole: la politica e i suoi uomini.

Questo Paese diviso. Questo Stato indeciso. Questa società che ha appreso (ripreso') ad arrangiarsi da sola. Si prepara a una nuova stagione di lotta politica. Senza entusiasmo.

Ilvo Diamanti

Due italiani su tre pensano di vivere in un paese peggiore di cinque anni fa

 di Luigi Ceccarini     

Se gli italiani guardano indietro nel tempo, a cinque anni fa, restituiscono l'immagine di un Paese peggiore. Due su tre, infatti, affermano che in Italia oggi si vive peggio (53,1%) o molto peggio (10,8%). Se gli italiani guardano altrove, ad altri Paesi europei, il quadro appare meno negativo, ma comunque poco rassicurante: uno su cinque pensa che ìn Italia si viva in modo peggiore. E quasi quattro su dieci non scorgono differenze. Di fatto, coloro che ritengono di godere di condizioni migliori, rispetto al passato e rispetto agli altri cittadini europei, è solo una minoranza. Una minoranza caratterizzata anche dal punto di vista politico; le valutazioni positive sono espresse in misura maggiore dagli elettori dei centrodestra. Se poniamo attenzione all'agenda politica dei cittadini, cioè ai problemi ritenuti più gravi, troviamo al primo posto - stabile rispetto al 2002 - il tema della disoccupazione; una costante che preoccupa la sicurezza economica delle famiglie. Un altro tema economico che intreccia la vita familiare e si colloca nella seconda posizione delle priorità dei cittadini è il carovita; per il quale è anche cresciuta la preoccupazione (+5%). Quindi incontriamo questioni legate al tema della sicurezza delle persone, come la microcriminalità (+2,7%) o l'immigrazione (+3,1%). Poi troviamo la (bassa) qualità dei servizi sociosanitari, che viene indicata da quasi una persona su quattro. Vengono ritenuti meno gravi questioni come la viabilità e le problematiche ambientali. Ma questa fase pre-elettorale, segnata da incertezza nella vita quotidiana e familiare, mostra tensioni anche sul fronte della vita politica. I cittadini che ritengono che qualsiasi coalizione o forza politica vinca le prossime elezioni non vi sarà minaccia per la democrazia è scesa di circa 8 punti (dal 47,7%, al 39,5%) rispetto al 2001. Del resto, ii rapporto degli italiani con la politica appare piuttosto critico e segnato da forti divisioni tra gli elettorati. Così sia gli elettori di centrodestra che quelli di centrosinistra, nella misura di sette su dieci, ritengono, rispettivamente che il governo Berlusconi sia stato meglio di quello Prodi e viceversa. Ma la valutazione dell'operato complessivo, in questi anni, di governo e opposizione appare piuttosto negativo: la pagella politica riporta un voto insufficiente, rispettivamente, da parte del 64,3% e dei 70% degli italiani.

I diversi elettorati tendono, naturalmente, a esprimere giudizi più benevoli verso la propria parte politica. Tuttavia, se tra gli elettori del centrodestra un punteggio sufficiente o buono viene espresso dal 78,2%, più critico e meno compatto appare il rapporto tra quelli dell'Unione e l'opposizione di centrosinistra (49,1%).

Contiamo sulle istituzioni locali, molto meno sullo Stato. Ma ciampi ci mette d'accordo.

Fabio Bordignon

E' cresciuta, nel 2005, la fiiducia degli italiani verso le istituzioni pubbliche e private. È cresciuta la fiducia nelle amministrazioni locali, ma anche (e soprattutto) nel presidente della Repubblica. Grazie a un rafforzamento della sua immagine bípartisan, l'inquilino dei Quirinale si propone come figura più apprezzata dai cittadini, Il progressivo peggioramento del quadro economico aveva portato con sé, a partire dal 2001, un marcato deterioramento del clima d'opinione nei confronti del principali soggetti dei mercato. Oggi, pur in presenza di qualche timido segnale di ripresa, gli attori dei «privato» continuano a stazionare in coda, nella graduatoria delle istituzioni. La Borsa ottiene il consenso dell'11,7% degli intervistati; di circa una persona su quattro le banche e le associazioni degli imprenditori. Mentre è un terzo del campione - o poco meno - a dirsi vicino ai sindacati. È possibile riscontrare una ripresa della fiducia anche spostando l'attenzione sulla dimensione «pubblica», dove il quadro si presenta, tuttavia, composito. I riferimenti di tipo politico rimangono in coda alla graduatoria: i partiti, appena all'8,7%, il Governo al 18%. Poco più su, nella scala della fiducia, troviamo il Parlamento (22,5%), mentre lo Stato, nel suo complesso, ottiene la fiducia del 37% della popolazione, con una crescita di circa 8 punti rispetto al 2001. Nel breve periodo, invece, sono le istituzioni locali a mostrare l'incremento più apprezzabile: Regioni e Comuni - (anche) in virtù della recente «ondata» di consultazioni amministrative - salgono di circa 7 punti rispetto al 2004, fermandosi, rispettivamente, al 41,4 e al 45,5%. Solo cinque, tra le istituzioni considerate, superano la soglia simbolica dei 50%. Appena sopra la «linea di galleggiamento» l'Unione Europea (52,4%), preceduta dalla scuola (59,8%). La Chiesa si conferma attorno al 60%, mentre le prime due posizioni sono occupate dalle forze dell'ordine (69,8%) e dal Capo dello Stato (80,1%) che propone il più deciso balzo in avanti: oltre 17 punti in più rispetto al 2001. Tale incremento è spiegato, in ampia misura, dall'ulteriore consolidamento del suo profilo super partes. La distanza tra elettori di centrodestra e centrosinistra, nelle valutazioni su Cìampi, è scesa, dalla fine della precedente legislatura, da 21 a 7,1 punti. Altri organismi istituzionali, per converso, mantengono una precisa caratterizzazione politica: sindacati, magistratura, Ue appaiono più «vicini» al centrosinistra; mentre a un orientamento politico di centrodestra si associa (non sorprendentemente) la fiducia nel governo, ma anche nello Stato, nella Chiesa, nelle associazioni imprenditoriali.

Gli indizi di una rinnovata «voglia di partecipazione hanno ìncontrato ulteriori conferme negli ultimi dodici mesi. II numero di persone impegnate in attività collettive si è mantenuto su livelli elevati. I cittadini si mostrano disponibili a sperimentare nuove forme di coinvolgimento e i repertori di azione politica si estendono «oltre» i canali tradizionali. In parallelo, l'inasprimento dei confronto tra destra e sinistra porta con sé una rivalutazione del momento elettorale. Più di 4 persone su 10 hanno preso parte, nel corso dei 2005, ad attività in associazioni culturali, sportive o ricreative. Quasi 3 su 10 hanno fatto del volontariato, in organizzazioni oppure in modo individuale. Pìù di un cittadino su 4 ha contribuito ad iniziative collegate a problemi del quartiere o della città, o a questioni di tipo ambientale. Peraltro, la mobilitazione associativa, specie quella legata al volontariato, è risultata in (lieve) espansione negli ultimi cinque anni. Ma anche il coinvolgimento politico, a partire dal 2001, è tornato a crescere, sulla spinta di fattori interni (la protesta contro alcune decisioni del governo) ed esterni (in particolare la guerra). Mantengono un'attrazione limitata i «luoghi» e gli «strumenti» tradizionali della politica, cui i cittadini tendono a preferire (o affiancare) modalità nuove di mobilitazione. «Solo» il 12,1% delle persone ha partecipato a manifestazioni politiche o di partito (comunque 2 punti in più rispetto al 2001). Mentre il 13,7% ha preso parte a manifestazioni di protesta, in alcuni casi (6,8%) spingendosi oltre i confini definiti dalla legge (occupando edifici, bloccando il traffico, etc.).1128,1%, inoltre, ha dedicato del tempo a progetti di tipo pacifista. Le persone, in altre parole, si mostrano disponibili all'impegno politico, con una particolare attenzione, però, alle sue forme più innovative. Anche quando siano promosse da attori tradizionali, come i partiti. Si pensi, in particolare, al recente successo delle primarie. Ma anche alle esperienze di democrazia partecípativa che sì vanno moltiplicando a livello locale: più dì 7 persone su 10 le valutano positivamente; quasi 6 su 10 si dicono disponibili a prendervi parte. Non va trascurato, infine, un ulteriore fattore di mobilitazione: la contrapposizione tra le «due italie» della politica. Molti indicatori dei rapporto ci restituiscono l'immagine di un Paese diviso: elettori dì centrosinistra e centrodestra esprimono orientamenti divergenti, mentre cresce la domanda di figure forti in politica. Alla vigilia del confronto elettorale del 2006, l'allargamento delle fratture tende ad attribuire importanza al momento del voto: la porzione dì opinione pubblica che considera legittima l'astensione, così, si riduce, rispetto al 2001, dal 44 al 34,5%. (f b.)

Il Venerdì di Repubblica, 16-12-2005