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dicembre 10, 2005 Diario

INCHIESTA SUL MONDO DEI SONDAGGI

UNA CAMPAGNA PER SILVIO. E I SONDAGGI COMPIACENTI

Abbiamo chiesto ai migliori creativi italiani un'idea per la campagna di Berlusconi. Poi, ci siamo occupati di sondaggi. Dopo Gianni Pilo e Luigi Crespi, sembra Alessandra Ghisleri il ricercatore di fiducia del 2006. Anche se oggi, sotto contratto, ci sono molti importanti istituti demoscopici

 

I ricercatori sono quasi tutti d'accordo. L'era dei sondaggi politici compiacenti e accomodati è finita. Il pubblico non ci crede più. Non è quindi il caso di allarmarsi troppo se a sei mesi dalle elezioni Silvio Berlusconi torna a sbandierare numeri trionfali (annunciando un fantomatico pareggio), né di fare troppo i difficili quando si viene a sapere che la presidenza del Consiglio ha sotto contratto alcuni dei più autorevoli istituti demoscopici italiani, dall'Ispo di Renato Mannheimer all'Ipsos di Nando Pagnoncelli, fino all'Istituto di Nicola Piepoli. I ricercatori sono quasi tutti d'accordo anche nell'indicare, più o meno esplicitamente, in Alessandra Ghisleri di Euromedia research l'erede di Gianni Pílo e Luigi Crespi che a colpi di sondaggi Diakron e Datamedia fornirono un impulso importante alle due vittoriose cavalcate del cavaliere.

Questo testo (e queste immagini).

Da un lato ci sono i manifesti realizzati per «Diario» da alcuni dei più importanti creativi italiani per raccontare le possibilità di vittoria di un uomo che sulla pubblicità ha costruito se stesso. Dall'altro c'è un'inchiesta sul mondo degli istituti di ricerca, che rivela i loro rapporti con la presidenza del Consiglio, dà conto delle ultime previsioni di voto, svela la consistenza del famoso «pareggio» sbandierato giorni or sono, e ammonisce sui rapporti non sempre chiari, qualche volta ambigui, tra istituti demoscopici e potere politico.

Fritz Tschirren, direttore creativo Stz.

Strategia: Per vincere è necessario «girare pagina». Niente più sorrisi, ammiccamenti, spiritosaggini, barzellette, mascheramenti, lifting, tacchi alti. Basta gesticolare, basta promesse. No ai marchi, loghi, bandierine, bermuda. Questa volta il premier, se non vuole perdere, deve mettere sn mostra la sua vera faccia. Deve  «gettare la maschera». In campo ci deve essere lui, soltanto lui, enza comprimari: deve saltare fuori il vero Berlusconi che c'è dietro il Berlusconi che abbiamo visto in tutti questi anni.

Mezzi: Dando per scontato che non ci sono limiti di spesa, doppia pagina a colori su tutti quotidiani italiani e su qualche quotidiano straniero.

Daniele Cima, art e copy

Ilaria Panzeri, graphic lacopo Cima, artist

Renato Capoccia, producer.

Strategia: Enfatizzare la tendenza narcistica del premier e la sua fama di tombeur de femmes per accrescerne il fascino presso il target femminile (sempre più autodeterminato e determinante), ma anche maschile (per aspirazionalità ed emulazione), presso l'opinione pubblica mondiale («Italians do it better», rappresenta un asset fondamentale per il rilancio economico e di immagine della nostra nazione) e la comunità gay (da sempre particolarmente sensibile ai valori dell'estetica e numericamente sempre più ampia). Un premier affascinate e seducente è il miglior portavoce e ambasciatore dei riconosciuti valori del Bel Paese, che è davvero un ottimo formaggio.

Marco Ferri, copy writer

Roberta Levi, art director.

 Strategia: La guerra è la continuazione della politica con altri mezzi. La prossima battaglia elettorale sarà una lotta senza esclusione di colpi, il cui fine è l'eliminazione fisica dell'avversario, che è la condizione necessaria e sufficiente alla disarticolazione dello schieramento politico contrapposto.

Lo schieramento di centrosinistra è avvisato: Forza Italia è il partito che torna, che chiede «Meno Stato. Più potere». A meno che Prodi non osi pensare, non osi lottare, non osi vincere. La strategia di marketing si avvale della consulenza di due grandi strateghi: il barone von Clausewitz, il presidente Mao Tse Tung.

Se quella stagione è finita, e non si può sempre contare sull'effetto sorpresa, rimane il fatto che qualche notizia sullo stato dell'arte, alla vigilia di una nuova campagna elettorale, è necessaria. Anche perché l'utilizzo delle ricerche demoscopiche, come armi di propaganda e strumento per tastare i desideri dell'elettorato, ha rappresentato una costante della carriera politica dell'attuale presidente del Consiglio. Un utilizzo sapiente, appreso direttamente alla scuola dell'impresa privata, traghettato da Berlusconi, prima e con più convinzione degli altri, sul palcoscenico della politica. Un doppio utilizzo, dunque, a cui i sondaggi e (alcuni) sondaggisti sembrano prestarsi volentieri.

Due vecchi maestri. Per avere la prima risposta, quella sul «sondaggista di fiducia 2006», basta buttarla lì al telefono: «Crespi, chi è il nuovo Luigi Crespi?». «La mia ex segretaria, Alessandra Ghisleri», risponde senza esitazioni il vulcanico inventore del patto con gli italiani, appena tornato in libertà dopo l'arresto per bancarotta fraudolenta per il fallimento Hdc. «Ma mi sembra che la sua strategia sia quella di prenderli tutti», ride, «A lui in questo momento della lettura della realtà non gliene frega niente. Sa benissimo che il rapporto con l'opinione pubblica è compromesso, gli serve solo la propaganda». Il riferimento è a Euromedia research, la società fondata dalla Ghisleri e da Alfonso Lupo, entrambi ex collaboratori di Crespi, che ha fornito a Berlusconi la base per annunciare, prima in Turchia il 16 novembre, poi alla Camera il 26, il raggiunto pareggio: «La Cdl è al 48,6», ha detto parlando in Transatlantico ai giornalisti, «il centrosinistra al 48,7: vuol dire che siamo pari, proprio come sostenevo io». Luigi Crespi ridacchia: «Conosco le analisi di Alessandra perché gliele ho insegnate io. Il dato 48 a 48 è assurdo. È una bugia, e la gente se ne accorge e s'incazza. Adesso Forza Italia è sotto il 20 per cento e la Cdl sotto di 5/8 punti. Con la vecchia legge elettorale avrebbe preso una batosta peggio della sinistra nel 2001, anche se con questa riforma diventa tutto un casino... Avete chiesto ai pubblicitari idee per la campagna 2006? Io farei un grande orecchio: solo la sua disponibilità ad ascoltare potrebbe cambiare le cose, perché il suo problema è che è tutto proteso a farsi ascoltare. Chiederei scusa per le cose che non sono riuscito a fare. Nel 2001 pensavo potesse passare alla storia, invece è passato solo alla cassa».

La riposta sull'erede non si fa attendere neppure da Gianni Pilo, che uscì di scena dopo la disastrosa previsione delle Regionali del 1995 (quella delle bandierine azzurre sfilate dalla mappa d'Italia da un Emilio Fede in lutto). «Chi è il nuovo Gianni Pilo, secondo lei?». «Secondo me è la Ghisleri», risponde sveltissimo. Poi continua: «Ma io credo che esageriate. I cittadini non si fanno turlupinare da un sondaggio falso». Se gli si fa notare che nella sua era, almeno nelle elezioni del 1994, questo è avvenuto, risponde: «È vero che Berlusconi ha contaminato la politica con lo strumento del sondaggio, almeno all'inizio, quando c'ero io e che ho avuto parte di merito o di colpa, ma allora era diverso, c'era un vuoto pneumatico che oggi non c'è più, c'erano milioni di persone che dovevano decidere chi votare. Per questo ci fu quest'uso propagandistico del sondaggio. Ma già nel 1996 la cosa si era riequilibrata». Allora perché Berlusconi insiste a parlare di pareggio? «È che non può tacere, qualcosina sui sondaggi deve pu dirla, altrimenti che figura ci fa. Ma non è affatto convinto. Anzi, forse gli converrebbe dire che perde, perché solo così può recuperare gli indecisi del suo fronte, cioè quegli elettori che saranno decisivi».

È nata una stella. Parlare con Alessandra Ghisleri è un'esperienza straniante. Ti dice frasi come queste: «Avevo un committente, ma non era la presidenza del Consiglio, che mi ha chiesto di analizzare il rapporto tra cittadini, partiti e legge elettorale, le variazioni che potevano avere». Oppure: «Nei sondaggi si può dire tutto». Sì, ma a lei risulta davvero un pareggio? «Non è un problema di pareggio o non pareggio. Il mio studio conclude che nulla è definito adesso perché non si sa con che legge si vota, né l'effetto dei nuovi partiti, simboli, coalizioni. Euromedia research ha valutato le possibilità che potevano esserci per arrivare a un risultato di parità. E sì, c'era il pareggio, ma c'erano anche molte altre possibilità, anche la vittoria a questo punto».

Possiamo dire che c'è stata una forzatura? «No, Berlusconi non ha forzato, non mi faccia dire cose che non ho detto». Ma lui ha affermato che al momento le due coalizioni sono in pareggio, attribuendo questo dato a lei. «A me, Alessandra Ghisleri! A Euromedia research! Io non ho mai detto che c'è un pareggio. Ci sono possibilità concrete di arrivare al pareggio. Questo io ho detto». Quindi, non adesso, arrivare significa in futuro... «Il dato è veritiero nel senso che rappresenta una configurazione di numeri che potevano essere raggiunti all'ii novembre. Io rilevo la fotografia del momento, considero le variabili e poi cerco di indicare le varie strategie per il futuro. Io faccio analisi, non faccio comunicazione. Sono i politici che ci strumentalizzano».

Al momento non c'è niente di pubblico (il sito www.sondaggielettorali.it è oscurato dall'Authority fino allo svolgimento dei ballottaggi di Messina) e Alessandra Ghisleri non aiuta a capire che cosa dica di preciso la sua ricerca (probabilmente che c'è pareggio se nella Cdl confluiscono tutti, ma proprio tutti, i partiti possibili, e se dal centrosinistra se ne sfilano altri), né vuole rivelare il nome del committente (che però, probabilmente, è Forza Italia). Ci tiene a dire che Euromedia research è un istituto serio: «Stiamo per iscriverci ad Assirm», l'associazione degli istituti di ricerca, al cui presidente, Luigi Ferrari, non è però arrivata nessuna domanda.

Il potere del committente. Berlusconi scendeva in campo. La «gioiosa macchina da guerra» di Achille Occhetto non aveva ancora perso per strada quel suo sorrisetto di superiorità. A dare una base numerica alla rincorsa del cavaliere furono, da subito, i dati diffusi dalla Diakron di Gianni Pilo. Per questo, già il 14 gennaio 1994, Luigi Ferrari, anche allora presidente di Assirm, scrisse una lettera aperta per protestare contro i sondaggi «fatti in casa» che accreditavano Forza Italia al 16 per cento dei consensi quando non superavano il 6. Sono  passati undici anni, il quadro è davvero cambiato?

«Dieci anni fa, annunciare di essere in vantaggio poteva trascinare, oggi non è più così», risponde Ferrari. «Quando facciamo studi sugli strumenti di persuasione, i sondaggi non vengono quasi citati. Oggi tutti sanno che i risultati possono essere stravolti, è questa perdita di credibiltà il nostro problema. Ma cosa può fare Assirm di fronte a questi comportamenti?». Un'opinione condivisa da Renato Mannheimer: «Sparare numeri ha funzionato nel 1994 quando Berlusconi annunciò, ora si può dire, di avere il 3o quando aveva il 6 e così arrivò al 30, ma oggi la gente non si fa influenzare».

Ammesso (e non concesso) che lo stravolgimento e la forzatura dei dati non ponga un problema politico, Ferrari conferma che il rapporto tra istituti demoscopici e potere pone altri problemi di ordine etico e di tenuta democratica: «C'è un tale strapotere economico tra committente e ricercatore, anche nel mercato, che è molto difficile che chi fa la ricerca abbia la forza contrattuale per dire cose sgradevoli o replicare a inesattezze. Si tratta di un fenomeno che con i sondaggi politici può verificarsi ancora di più. Ma esistono anche sondaggi molto raffinati che servono a mettere a punto linguaggi adatti a convincere certe aree geografiche o certi target. Questo aspetto viene sottovalutato anche dai giornali che tendono a concentrarsi soltanto su quelli elettorali». Anche perché, nella stragrande maggioranza dei casi, si tratta di ricerche riservate che non vengono rese pubbliche né dalle aziende, né dai politici, tanto meno dai ricercatori.

Parla il «mago rosso». Non concorda con questa visione, tutto sommato tranquillizzante, Stefano Draghi, «il mago rosso», l'esperto in flussi elettorali del vecchio Pci e poi dei Ds, che insegna Metodologie delle scienze sociali all'Università statale di Milano: «Non è vero che oggi nessuno creda più ai sondaggi: è uno strumento che ha una grande forza di autorappresentazione per resistere alla quale occorrono strumenti che il pubblico non possiede. Aggiunga, poi, che chi fa ricerche d'opinione non possiede il frutto del suo lavoro. Anzi, è tenuto al silenzio. Dal 1994, con Berlusconi, questo settore si è piuttosto inquinato. Gli istituti di ricerca sono aziende che devono guardare ai profitti, quindi sta venendo a mancare l'idea che non debbano curare soltanto gli interessi del loro cliente, ma anche quelli dell'opinione pubblica in quanto bene pubblico, bene democratico. Bisognerebbe trovare un equilibrio tra queste due esigenze».

Draghi continua prendendola alla lontana. Racconta di come i sondaggi d'opinione nacquero in America nel 1824 come protesta dal basso contro le oligarchie di partito. Spiega che nel 1896, con i partiti tradizionali delegittimati e in crisi profonda, i giornali iniziarono a riempirsi di sondaggi facendosi portavoce dei sentimenti popolari. Di quanto sia stato importante, nei momenti di crisi democratica, il ruolo del sondaggio politico.

Pare di capire che il modello di sondaggio giocato oggi in Italia, da tutto l'arco politico sull'esempio di Berlusconi, rappresenti un ibrido tra la ricerca di mercato (che deve fornire alle aziende non solo una descrizione dei problemi, delle loro cause e soluzioni, ma soprattutto dati da usare per farsi pubblicità) e quella politica. E che sia stato proprio Berlusconi, venendo dal mondo dell'economia, a vedere e a praticare per primo quest'uso bastardo. Conclude Draghi: «So per certo che il presidente del Consiglio si avvale di molti son daggi ottimi, utilizza istituti importantissimi e serissimi con cui ottiene grandi strumenti di ricerca. Alcuni contratti sono con la presidenza del Consiglio, altri sono privati, alcuni sono seri, altri compiacenti... si gioca tutta la tastiera».

In qualità di presidente del Consiglio, Berlusconi ha convenzioni almeno con l'Ispo di Renato Mannheimer, con l'Istituto Piepoli, con l'Eurisko e con l'Ispos di Nando Pagnoncelli, cioè con quattro tra i più autorevoli istituti demoscopici del Paese. «La strategia», spiega ancora Draghi, «è prendersi i sondaggisti amici e togliere dal mercato gli altri, tenendo le loro ricerche nel cassetto. Tenga presente che quando i sondaggi non si citano sono cattivi».

A pensar male si fa del bene? Basta a tranquillizzare il fatto che Pagnoncelli, Mannheimer e Piepoli siano professionisti affermati, della cui serietà non è lecito dubitare? Da che tipo di contratto sono legati alla presidenza del Consiglio? Su quali argomenti sono chiamati a condurre le loro ricerche? Hanno un rapporto di esclusiva? Possono divulgare i risultati o sono tenuti al silenzio? Si tratta, come si può notare, di domande cruciali su cui, però, è difficile ottenere risposte chiare.

Per sette giorni la presidenza del Consiglio ha rimbalzato il cronista da un dipartimento all'altro senza fornire uno straccio di chiarimento. Gli interessati hanno parlato di esclusiva, ma di una esclusiva sui generis per cui, per esempio, non sarebbero tenuti al silenzio. I dubbi, però, restano numerosi: se la presidenza del Consiglio, che per definizione appartiene alla maggioranza dì governo, commissiona una ricerca, lo fa con soldi pubblici. Se è così, è giusto che possa decidere di non pubblicare i risultati? E se anche li pubblicasse, non è lecito pensare che chieda risposte sugli argomenti che le sono più utili in quanto parte politica? Se per ipotesi il governo mettesse sotto contratto tutti gli istituti demoscopíci, i ricercatori non sarebbero scoraggiati a smentirlo? In chi, come noi, ha il dovere di «pensar male» viene il dubbio che questa campagna acquisti demoscopica sia soltanto la continuazione del tentativo fallito da Crespi nel zona, di mettere le manone sulla Cirm di Piepolì e la Directa di Giorgio Calò.

La storia - in attesa delle necessarie conferme istituzionali da parte della presidenza del Consiglio - iniziò sotto il governo di Massimo D'Alema, che per primo avviò convenzioni organiche e continuative con alcune società demoscopiche tra cui Swg, Gpf & Associati e Abacus, e proseguì sotto la presidenza di Giuliano Amato. Poi venne Berlusconi, la «rossa» Swg decadde, subentrò Datamedia di Crespi e, in seguito, dopo che Crespi cadde in disgrazia, arrivarono gli istituti di ricerca attualmente in carica. Istituti serissimi, ma cosa studiano? Che cosa hanno scoperto? Sono davvero sereni nel replicare ai proclami di Silvio Berlusconi?

Dubbi e incertezze. «Temo che ìo e lei siamo in disaccordo», esordisce Renato Mannheimer, «io penso che sia opportuno che ìl governo conosca le opinioni della gente. Lo fanno negli Usa, e anche alcuni governi totalitari, a dire il vero. Ma credo che tutto dipenda dalla serietà del ricercatore. A me il pareggio non viene, a me risulta il centrosinistra avanti di 4/8 punti... È che non riesco a capire il conflitto: avendo un cliente, uno si sentirebbe più portato... be', forse sì. Ma non è la prima volta, lo ha fatto D'Alema, lo fanno i ministeri...». Sull'esclusiva, Mannheimer risponde: «Sì e no. In alcuni casi, ma mai mi è stato chiesto il segreto, anche se non trovo che ci sarebbe nulla di male». Poi si lancia in un necessario excursus storico: «Quando ho iniziato a sinistra c'era uno scetticismo quasi totale sui sondaggi. Erano considerati strumenti del capitalismo. Una volta Craxi mi disse: "Io sono un vecchio socialista, queste cose non le faccio". La comunicazione con la base avveniva attraverso le sezioni, strumento che però andava esaurendosi».

La stessa opinione è condivisa da Nicola Piepoli («A Ghisleri, che ha sempre lavorato bene, risulterebbe un pareggio, quindi è tutto regolare.. Ma pensi che per la Procter & Gamble lavorano sette istituti, appartiene alla normalità distribuire i rischi su più ricercatori») e Nando Pagnoncelli («Dipende tutto dall'etica personale. Io ho sempre lavorato con tutti, ma questo impone scelte e rinunce. In ventun anni mi è capitata una volta solta che un mio sondaggio fosse citato in modo sbagliato e chiesi una smentita che ottenni, parzialmente. Nel caso in cui i miei dati venissero citati in modo sbagliato, posso smentire ma non rendere noto. Se il problema che lei pone non esiste nella realtà, in linea di principio le ricordo che è molto rischioso per un ricercatore essere accondiscendente verso il cliente. Ripeto, il problema è etico: negli utlimi tempi l'istituto del sondaggio è stato stravolto, è uno strumento che viene utilizzato sempre più di pari passo con il marketing politico. Ma si tratta di un costume che c'è anche a sinistra. Fanno tutti le anime belle, gli schizzinosi, ma poi fanno le stesse cose. Basterebbe non pubblicare, come faccio io dal 2001, dati sulle intenzioni di voto. A me risultano 55 a 45 alla Camera per il centrosinistra e un dato molto più problematico al Senato»).

Non è molto allarmato neppure Paolo Natale, docente di Metodologie della ricerca sociale all'Università di Milano: «Il caso uscito dai sondaggi sul pareggio, presentati prima subdolamente poi apertamente da Berlusconi basandosi sulla ricerca di questa Ghisleri, è stato anomalo. Per me le rilevazioni periodiche sull'opinione pubblica da parte dell'istituzione rappresentano una garanzia democratica. Diverso è il caso delle rilevazioni sull'orientamento di voto su cui le istituzioni sarebbero tenute a non fare domande». Si spiega così il motivo per cui a Euromedia research l'incarico non sia stato dato dal presidente del Consiglio in quanto tale. «In ogni caso», continua Natale, «le manipolazioni sono del committente. Mi sembra che negli ultimi anni si siano in generale liberalizzate le tendenze. Non ci sono più istituti demoscopici marcati politicamente, c'è maggiore trasparenza, mi sembra, meno affiliazione». Natale si riferisce, tra gli altri, anche a Swg, considerata vicino ai Ds. Il presidente dell'Istituto, Maurizio Pessato, commenta: «Al tempo del governo D'Alema, noi e Abacus eravano considerati vicini ai Ds, oggi ci sono anche istituti politicamente indipendenti dalla presidenza del Consiglio. Sotto sotto può esserci il tentativo di scoraggiare. Sta facendo come il Milan quando comprava tutti».

I dubbi restano, con buona pace e rinnovata stima per Mannheimer, Pagnoncelli e compagnia. Appellarsi all'etica individuale è come rispondere che l'attuale presidente del Consiglio è generoso e sinceramente democratico e che, quindi, il conflitto di interesse non è un problema. Avviene in tutto il mondo, si dice. E la legislazione italiana è tra le più severe del pianeta. Può essere. Resta il fatto che chiedere ai giornali, come hanno fatto molti esperti interpellati, di non pubblicare sondaggi e dichiarazioni estemporanee dei politici, e lasciare la regolamentazione della materia alle sanzioni comminate ai mass media dall'Authority, non coglie il nucleo del problema che è annidato nel cuore dei rapporti tra potere e ricerca sociale.

PAPI GIACOMO

DIARIO del 9/12/2005