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Gli
elettori indecisi sono sensibili specialmente alla popolarità dei
leader (per questo il centrodestra ha adottato le «tre punte») e, ancor
più, ai contenuti programmatici. In altre parole, scelgono
prevalentemente sulla base della vicinanza delle diverse proposte ai
loro interessi (e ai loro valori) e, naturalmente, della fiducia
ispirata da chi le avanza. Ma, per essere persuasi, essi debbono
anzitutto comprendere appieno i programmi dei partiti: uno dei motivi
della vittoria di Berlusconi nel 2001 fu, appunto, l'estrema chiarezza
degli impegni presi attraverso il «contratto con gli italiani». Per
questo, le forze politiche sono impegnate oggi a semplificare i
programmi, trasformandoli in poche e semplici indicazioni o priorità,
seguendo in ciò anche l'invito espresso sul Corriere da Francesco
Giavazzi.
Ma quali sono, al riguardo, le tematiche che più interessano ai diversi
elettorati? Le priorità espresse evidenziano una sorprendente
omogeneità tra i votanti di tutti i partiti. La tematica ritenuta più
importante è sempre la stessa: l'occupazione. Con una comprensibile
sottolineatura nell'elettorato di sinistra, in particolare tra Ds e
Rifondazione. Solo gli elettori della Lega privilegiano le questioni
dell'immigrazione e della criminalità. Che rappresentano comunque la
seconda materia in ordine di importanza per gran parte degli
elettorati, da FI ad An, sino (in misura assai meno accentuata) ai Ds.
Addirittura, se si somma la percentuale di chi esprime maggiore
preoccupazione per la criminalità con quella di chi sottolinea invece
l'urgenza di fronteggiare la minaccia terroristica, si trova che
l'insieme dei temi connessi all'ordine pubblico rappresenta in realtà
la questione che in assoluto più preoccupa gli italiani. Viceversa, uno
dei problemi relativamente meno ricordati è, nell'elettorato di gran
parte dei partiti (in particolare Rifondazione e Lega), quello del
deficit pubblico. Che invece costituisce uno dei motivi principali che
rendono davvero difficile l'intervento sulle altre priorità espresse. E
che rappresenta di conseguenza una delle preoccupazioni che
maggiormente sottostanno agli «impegni» suggeriti da Giavazzi.
Pur essendo largamente condivisibili, questi ultimi appaiono
«difficili» per gli elettori. Sia perché essi faticano a comprendere
temi come il valore legale del titolo di studio o la disciplina delle
authority. Sia, specialmente, perché sembra esserci nell'opinione
pubblica una sorta di distanza «culturale» dalla filosofia che li
ispira. Ad esempio, l'indicazione dell'occupazione come problema più
importante può sorprendere, in quanto c'è oggi nel nostro Paese un
livello occupazionale raramente raggiunto in passato. Ma il disagio
espresso dai cittadini riguarda non tanto il posto di lavoro in sé,
quanto la stabilità dello stesso. Proprio le nuove forme contrattuali,
grazie anche alle quali l'occupazione si è accresciuta, suscitano
timori e perplessità. La cultura del «posto fisso» è ancora radicata e
«trasversale» in entrambi gli schieramenti. Ciò che potrebbe rendere
arduo — e impopolare — prendere esempio dalla Danimarca.
di RENATO MANNHEIMER
dal Corriere - 6 dicembre 2005
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