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I l nuovo sistema elettorale del Senato è un pasticcio. Il
problema di fondo è l'assegnazione del premio di maggioranza a livello regionale
e non a livello nazionale. Come noto, il premio è tale da assicurare alla coalizione
con più voti nella regione un minimo del 55% dei seggi. Esclusi per vari motivi
Valle d'Aosta, Trentino-Alto Adige e Molise, i premi in palio sono 17. La combinazione
di questi 17 premi regionali configura un meccanismo perverso, capace di generare
tre esiti negativi di cui due incerti e uno certo. I primi due sono una maggioranza
al Senato diversa da quella della Camera e una maggioranza di seggi non corrispondente
alla maggioranza dei voti. Il terzo - l'esito certo - è una maggioranza di seggi
inferiore complessivamente al 55% e molto probabilmente poco sopra il 50%+1.
Per scongiurare il primo di questi esiti a questo punto non c'è nulla da fare.
Non è così per quanto riguarda il secondo e il terzo. Solo vincendo in tutte
le regioni una coalizione potrebbe garantirsi una maggioranza complessiva di
seggi pari al 55 per cento. Essendo un esito impossibile, va da sé che, chiunque
vinca al Senato, si avrà alla fine un Governo sostenuto da una maggioranza risicata,
tanto risicata da essere altamente instabile.
Tutti saranno indispensabili, da Clemente Mastella ai senatori
a vita per finire con i rappresentanti eletti dagli italiani all'estero.
Alla Camera la situazione è migliore. Chi vince avrà 340
seggi, vale a dire il 54% del totale. Poiché la maggioranza a Montecitorio è
di 316 seggi, il futuro Governo potrà contare su un margine di 24 seggi. Non
sono molti data la frammentazione del quadro politico, ma sono in ogni caso
sufficienti a metterlo al riparo quantomeno dai condizionamenti di micro-partiti
e micro-lobby.
Come sia nato questo pasticcio non è del tutto chiaro. E
cosa nota invece che il progetto originale di riforma della Casa della libertà
prevedeva anche al Senato un premio a livello nazionale. Pare che sia stato
il Quirinale a chiedere la modifica di quella norma su suggerimento di qualche
costituzionalista preoccupato di una possibile violazione dell'articolo 57 della
Costituzione che vuole il Senato eletto «su base regionale». Questa preoccupazione
è figlia di una interpretazione eccessivamente restrittiva e formalistica della
norma costituzionale. Il pasticcio è nato qui. Per evitare problemi con il Quirinale,
la Cdl si è inventata i premi regionali mettendo a repentaglio la governabilità
del sistema.
In teoria ci sarebbe ancor tempo per rimediare magari con
un accordo su questo unico punto tra maggioranza e opposizione. Alla coalizione
che abbia ottenuto più voti in tutte le regioni dovrebbe essere assegnato un
premio che, se necessario, le consenta di avere una maggioranza minima garantita
di 174 seggi su 315 vale a dire il 55 per cento Questa soluzione è sicuramen
te migliore dell'attuale sia da punto di vista costituzionale che dal punto
di vista della governabilità. Il Senato sarebbe eletto comunque su base regionale
anche con un premio di maggioranza eventuale determinato a livello nazionale
ma ripartito regionalmente.
Tra l'altro, solo in questo modo si rispetterebbe veramente
la logica del premio che è quella di garantire il raggiungimento di un obiettivo
nazionale - un governo con una base parlamentare stabile- che non ha nulla a
che vedere con la vittoria di una coalizione nell'una o nell'altra regione.
Inoltre, e non è cosa da poco, si eviterebbe il rischio che alla maggioranza
dei voti non corrisponda la maggioranza dei seggi. L'altra soluzione possibile,
suggerita per primo dall'ex presidente della Corte costituzionale, Gustavo Zagrebelski,
sarebbe l'abolizione tout court del premio. Questa soluzione ha due inconvenienti:
non è politicamente praticabile e comporta un rischio elevato che al Senato
nasca un terzo polo elettorale con conseguente fine del bipolarismo italiano.
Tornare sui propri passi non è mai facile, ma in questo caso
sarebbe un atto di grande responsabilità verso il Paese.
ROBERTO D'ALIMONTE
Il Sole 24 Ore 4-12-2005
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