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Ci sono le paure e la paura. Le preoccupazioni e l´insicurezza. Due
facce della stessa realtà. Che, tuttavia, non coincidono del tutto. Le
nostre paure quotidiane sono molte. Piccole e grandi. Anche se le
piccole ci inquietano di più. I reati catalogati, tutti insieme, nella
categoria della "criminalità comune".
Che
minaccia il nostro bancomat, le nostre auto, i nostri scooter. Le
nostre abitazioni. Visto che la preoccupazione più diffusa fra gli
italiani (intervistati nell´ambito dell´Osservatorio sul capitale
sociale curato da Demos) è di subire un "furto in casa propria" (lo
teme una persona su due). Mentre li angoscia molto l´idea di subire
un´aggressione. Di una rapina. Comprensibilmente, temiamo, soprattutto,
per l´incolumità personale. Nostra e dei nostri familiari. Per la
nostra casa. Che segna il confine fra noi e gli altri. Il muro che
tutela il nostro privato. La grande criminalità, i reati più violenti
ed efferati, perpetrati da grandi organizzazioni illegali; lo stesso
terrorismo. Appaiono, ai più, una eventualità terribile, ma
"personalmente" improbabile. Mentre l´insicurezza si alimenta
soprattutto di piccoli reati, piccole illegalità. Diffuse. Che
minacciano, oltre alle abitazioni, altre piccole - nostre -
"proprietà": le auto, le moto. Facilmente accessibili. Dovunque. Per
questo la criminalità comune genera insicurezza. Anche al di là della
probabilità - peraltro concreta - che ci colpisca direttamente. Perché
incombe. E, in questo modo, viola la nostra esigenza di tutela
personale. La nostra riservatezza. Per la stessa ragione,
l´insicurezza appare un tratto che supera la cerchia personale e
familiare. Si trasferisce al nostro ambiente di vita. Quartiere, paese,
città. È perfino banale osservare che vivere in periferie urbane
degradate alimenti l´angoscia. Tuttavia, il paesaggio urbano può
risultare ostile anche quando è esteticamente pregevole. O, comunque,
"normale", nel suo anonimato. Dipende dalla densità sociale che
circonda la nostra famiglia e la nostra casa. Dalle reti di relazioni
familiari e amicali di cui disponiamo. Dalle occasioni di incontro,
dalla vita associativa, dall´offerta culturale e di loisir del
quartiere in cui viviamo. Dipende dalla possibilità di camminare, da
soli o in compagnia, intorno a casa. In strade e aree verdi
(illuminate). Senza il rischio di essere investiti, dopo due passi. Il
paesaggio urbano, in altri termini, è inscindibile dal paesaggio
sociale. Le indicazioni dell´Osservatorio sul Capitale sociale, a
questo proposito, sono molto chiare. Gli "uomini spaventati" sono
coloro che hanno meno confidenza e relazioni con il contesto intorno a
loro. Ridotto a uno spazio senza territorio. Un´entità che essi
attraversano, senza conoscerla, senza riconoscersi in essa. Persone
che, per questo, vivono la loro casa come un rifugio. Passano gran
parte del loro tempo davanti alla tivù. Incontrano, perlopiù, parenti
stretti. Gli "uomini spaventati": prevalgono (senza esaurirsi) fra le
persone anziane. Peraltro, per chi vive una vita povera di relazioni
sociali, in mezzo a un territorio ostile, gli "altri" diventano un
problema. Tanto più se - appaiono - "diversi" da noi. I poveri e gli
immigrati. (Che oggi coincidono largamente). Fanno paura. Lo
sbriciolarsi delle nostre preoccupazioni, insieme alla frammentazione
dei "bersagli" e dei luoghi dei reati, tuttavia, rende difficile
trovare risposte efficaci. E le indicazioni offerte dagli italiani
riflettono questa incertezza. Il richiamo alle "cause sociali" si
alterna alla richiesta di interventi diretti, di tipo securitario, sul
piano dell´ordine pubblico. Il che spiega perché le autorità politiche
preferiscano, di gran lunga, scegliere iniziative esemplari puntate su
bersagli esemplari. Visibili a tutti. Nomadi, immigrati, accattoni. Che
passano per strada, ci fermano ai semafori, girano intorno a casa
nostra. Suscitano fastidio. E insicurezza. Così come è esemplare
l´azione di "bonifica" su baraccopoli abusive, edifici fatiscenti,
quartieri a elevata concentrazione etnica. (Luoghi "degradati", che,
tuttavia, mai si sarebbero formati, senza politiche urbane
imprevidenti, dettate da interessi estranei a quelli della società).
D´altronde, intervenire su ambienti ben definiti (per quanto,
effettivamente, insicuri) risulta mediaticamente efficace.
"Spettacolare". Riduce e riassume un fenomeno complesso. Difficile da
capire, per la gente. E da inseguire, per le autorità. In quanto
identifica un colpevole. Che corrisponde alle nostre rappresentazioni.
Confortate dalle statistiche (visto che si tratta di componenti sociali
e di zone caratterizzate da un elevato grado di reati). Il che,
tuttavia, non svapora il senso di insicurezza. Anzi: contribuisce,
semmai, a riprodurlo. Perché questa esibizione di forza, da parte delle
pubbliche autorità; questa ricorrente ed evidente offerta di "sicurezza
pubblica" si scontra, nella realtà, con la tendenza opposta. La
privatizzazione del mercato della sicurezza. L´Osservatorio,
infatti, sottolinea l´ampiezza del ricorso a strumenti di difesa
personale e domestica. Il 45% degli italiani dichiara di avere
installato porte o finestre blindate (il 10% lo farà), il 30% un
sistema di allarme antifurto (il 16% intende dotarsene in futuro).
Inoltre, il 22% ha un cane da guardia (e il 7% ne prenderà uno,
presto). Infine, circa il 10% degli italiani ha già acquistato un´arma
di difesa personale (e un altro 6% intende farlo). Insomma, la risposta
all´insicurezza spinge alla ricerca di soluzioni "private", che
inducono le persone a blindarsi in casa. A prendere le distanze dal
mondo esterno. Che, peraltro, è sempre più affidato al controllo di
polizie private. Mentre le politiche di securizzazione locale,
caratterizzate dalla figura del poliziotto di quartiere oppure delle
"polizie di prossimità", fanno anch´esse parte di quelle "politiche
dell´annuncio", tanto suggestive, quanto, concretamente, inapplicate.
Semmai, la privatizzazione della sicurezza allarga gli spazi del
controllo pubblico sulla nostra sfera privata. Sul territorio. Sempre
in nome della sicurezza. Otto persone su dieci sono d´accordo che si
aumenti la sorveglianza di telecamere su strade e altre aree pubbliche.
Quattro su dieci che vengano controllati i nostri conti in banca. Una
su quattro che, anche senza il nostro consenso, si possano ascoltare le
nostre telefonate, leggere la nostra posta elettronica. Così le
nostre paure, i nostri timori, tendono a renderci prigionieri.
Sorvegliati speciali. Esposti al mondo. E mentre ci inducono a
difenderci da soli, mentre la sicurezza diventa una merce, prodotta e
venduta sul mercato, assistiamo all´estendersi del controllo pubblico
sul nostro privato e sul territorio (socialmente desertificato). Così
l´insicurezza diventa "ontologica" (per citare Giddens), e, in parte,
prescinde dai nostri timori personali. Tanto che la preoccupazione per
la misura e l´aumento della criminalità raddoppia, o quasi, se si fa
riferimento al contesto nazionale rispetto a quello locale. In altri
termini: la percezione generale impressiona più dell´esperienza
personale. I reati che punteggiano il "nostro piccolo mondo" ci
spaventano. Ma la Criminalità del Mondo ci opprime. Le nostre paure
alimentano la paura. Ma la Paura, a sua volta, si riproduce
autonomamente. La paura della paura. Incombe su di noi. È un cielo basso e scuro. Rende indistinto l´orizzonte. E non c´è nulla - nulla - che generi tanta insicurezza quanto una paura senza nome.
La Repubblica 27-11-2005 |