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ROMA - Fa bene Silvio Berlusconi a rispolverare il «pericolo comunista»
sui vessilli della propaganda elettorale alle soglie dell’anno 2006?
Sì, su tutta la linea, secondo lo storico Piero Melograni e il
sacerdote di incrollabile fede forzista Gianni Baget Bozzo. In parte, e
per ragioni meramente elettoralistiche, secondo i politologi e
sondaggisti Salvatore Vassallo, Stefano Ceccanti e Nando Pagnoncelli.
«Ci sono dei segmenti dell’elettorato, fra i più anziani e meno
istruiti, che ancora possono essere mobilitati dal richiamo
dell’anticomunismo», spiega Vassallo, che si basa su dati raccolti un
anno fa dall’Istituto Cattaneo di cui è vicedirettore. «La fascia
sensibile al tema - spiega - si aggira fra il 7 e l’8%, anche se,
scorporando i dati, solo un 5% lega la ”minaccia per la democrazia”
alla presenza di comunisti nel centrosinistra. Certo, l’uso
dell’argomento è il segnale di una strategia elettorale difensiva: per
risalire, Berlusconi deve puntare più sul recupero del suo elettorato
passato all’astensione, che sullo spostamento di voti dal
centrosinistra. Tutte le campagne elettorali si possono giocare su un
mix di minacce e sogni, e questa volta promettere un nuovo miracolo
italiano sarà molto difficile. Ma non credo che sarà così poco accorto
da puntare solo sull’anticomunismo: agli attacchi agli avversari (a
cominciare da quelli personali a Prodi, che magari affiderà ad altri),
dovrà affiancare argomenti più programmatici e moderati, come l’elenco
delle cose fatte per confutare l’accusa che la crisi economica sia
frutto della sua cattiva gestione». «In genere - conferma
Ceccanti, esperto influente nell’entourage di Prodi - l’elettorato si
mobilita cambiando l’offerta politica, piuttosto che sulla base di
messaggi negativi. Di sicuro Berlusconi ha fatto questa scelta
preoccupato dall’astensionismo che alle Europee e alle Regionali ha
penalizzato soprattutto lui: ma non sono convinto che basterà». «Chi è
stato deluso dai risultati su temi pressanti come l’occupazione, la
tenuta del potere d’acquisto, la sicurezza e la sanità, ha bisogno
anche di messaggi positivi ed è difficile trovarne per un governo che è
stato in carica per 5 anni - chiarisce Pagnoncelli -. Ma
l’anticomunismo può funzionare per recuperare una parte di quegli
elettori disamorati che non sono comunque disposti ad andare a
sinistra». E se fra le priorità degli italiani c’è anche la sicurezza,
certo ha un potere evocativo il richiamo del Cavaliere al terrorismo,
anche se quello più attuale è di matrice islamica. «I messaggi più
efficaci sono quelli che puntano sui aspetti emozionali, legati alle
paure quotidiane - spiega ancora il titolare di Ipsos - Del resto anche
il centrosinistra ha ottenuto risultati positivi con parole d’ordine
dai toni catastrofisti sul rischio-povertà». Nessuna esagerazione
secondo don Baget Bozzo, che vede una saldatura «fra
l’antioccidentalismo islamico e quello della sinistra europea, come
dimostra quanto è accaduto nelle periferie francesi. Sotto attacco,
ovunque, ci sono i simboli dell’occidente: Usa, capitalismo e
cristianesimo». E poi, gli eredi del Pci, non sono cambiati: «Silvio
interpreta i timori di chi sa che, se vince la sinistra, forse la volta
dopo non avrà la possibilità di andare a votare per qualcun altro. Come
dimostrano le regioni rosse, quando loro governano tendono a fare
accordi con tutti i gruppi di potere e ad assumerne la rappresentanza,
ad assicurarsi il potere con clientele e controllo sociale».
«Berlusconi ha ragione - incalza l’ex deputato di FI Melograni - gli ex
comunisti non hanno avuto ancora il coraggio di esaminare la loro
storia. Qualcuno mi ha detto che lo faranno dopo le elezioni, non prima
per paura di perdere i voti dei più anziani e settari». Ma sbaglia
anche, per difetto, il Cavaliere: «Non capisce che la tragedia del
comunismo fu molto più grande e profonda, perché colpì gli stessi
comunisti. Non si può escludere che nel ’37 Gramsci fu assassinato
nella clinica Quisisana di Roma dai servizi segreti sovietici, forse
perché sapevano che avrebbe preferito tornare in Sardegna piuttosto che
andare a rischiare la vita in Urss. Togliatti visse sempre sotto una
minaccia di morte. E Berlinguer, nel ’73 a Sofia, fu vittima di un
attentato degli stessi servizi (per mano di quelli bulgari), perché
stava lavorando al compromesso storico. Su questo mistero ancora da
chiarire c’è un’omertà generale».
di FEDERICA RE DAVID
Il Messaggero 23-11-2005
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