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novembre 20, 2005 QN ECONOMIA & POLITICA

I SONDAGGI. NOI I PREDATORI DELLE "INTENZIONI"

I MAGHI DEL MARKETING POLITICO» (PER CARITÀ NON CHIAMATELI «SONDAGGISTI») SONO PRONTI A SFORNARE I LORO PRONOSTICI. MA GLI INDECISI RESTANO

Veri, verosimili o addomesticati Dietro quei grafici c'è dì tutto...
«Siamo in pochi a occuparci di politica. La cosa più importante è la neutralità: noi analizziamo la popolazione non facciamo consulenza

 

I PROFESSIONISTI DEI NUMERI

NANDO PAGNONCELLI

È presidente di Ipsos Explorer, società di sondaggi fondata nel 1978, che attualmente impiega 150 dipendenti. Nel 2004 l'azienda ha fatturato 30 milioni di euro

RENATO MANNHEIMER

Presidente del Comitato Scientifico dell'istituto Ispo, fondato nel 1998 con 13 dipendenti. Nel 2003 il gruppo ha fatturato 3 milioni e 200mila euro

NICOLA PIEPOLI

È a capo dell'omonimo istituto di ricerca, che ha 10 dipendenti e 5 collaboratori. iL fatturato relativo al 2004 è stato di 1.800.000 euro

STEFANO DRAGHI

Docente di Metodologia delle Scienze Sociali presso l'Università degli Studi di Milano e politico diessino, è uno dei maggiori esperti italiani di flussi elettorali

ALESSANDRA GHISLERI

Euromedia Research, è indicata come la sondaggista preferita del Premier: «Ma non sono di parte: lavoriamo anche per il centrosinistra»

A non temere gli effetti dannosi del previsto ingorgo istituzionale (primavera 2006: elezioni politiche, amministrative, composizione del nuovo governo, elezione dei presidenti delle Camere, elezione del Capo dello Stato e, forse, referendum confermativo sul federalismo) sono loro, i maghi della «ricerca di marketing», gli artefici dei sondaggi politici che vengono solo in parte resi pubblici sui media. Sono pronti, prontissimi, a sfornare i risultati delle loro ricerche, test che fotografano però «l'oggi» non certo il futuro, ricorda il professore Renato Mannheimer. Utili? «Sono utilissimi, servono più adesso di un tempo, per testare l'umore e i bisogni di casalinghe e impiegati», quel benedetto ceto medio che in cabina elettorale fa sempre la differenza e che non è più legato, se mai io è stato davvero, a convinzioni ideologiche. Saranno i bisogni, le speranze, le delusioni dei mitici moderati a decidere se Silvio Berlusconi resterà a Palazzo Chigi per un'altra legislatura o se il professor Prodi, dopo Bruxelles, ritornerà trionfalmente a Roma.

E saranno un numero ristretto di signore (una) e signori a monitorare, nei prossimi cinque mesi, l'andamento di questi umori. I nomi e i volti di questi ricercatori sono noti al pubblico televisivo, come quelli di qualsiasi protagonista della vita politica. Nando Pagnoncelli, direttore di Ipsos Explorer. Nicola Pìepoli, dell'Istituto Piepoli, Renato Mannheimer, Alessandra Ghisleri, direttore di Euromedia Research, che ha già debuttato a «Porta a Porta», un rapporto stretto con Palazzo Chigi, «ma non esclusivo né per il mio istituto né per il premier».

Questa elite di ricercatori («non siamo più di cinque o sei a occuparci anche di sondaggi politici», chiosa Piepoli) sarà pronta a tradurre in percentuali una primavera, la prossima, ad alta densità elettorale? A che servono questi test, magari ad azzoppare possibili ingombranti candidati? C'è chi lo sostiene, come il premio Nobel Dario Fo, uno dei quattro candidati sindaci del centrosinistra a Milano, che commenta: «Dai sondaggi io sono già stato eliminato, come se non fossi un candidato, ma sono contento lo stesso, si vede che faccio paura».

Quindi, strumento di campagna elettorale e di lotta politica, o termometro dal rigore scientifico per aiutare a interpretare la volontà dei cittadini? Nando Pagnoncelli non ha dubbi: «Noi non siamo oracoli. Eppure, negli ultimi anni la domanda di "previsione finale" è cresciuta di pari passo all'aumento dell'incertezza». Pagnoncelli è perplesso rispetto alla possibilità che i sondaggi «prevedano»: «C'è una quota sempre più ampia di elettori che decide all'ultimo momento. C'è un voto meno ideologico. Aumenta l'assenteismo». II rischio di possibili errori esiste: per esempio, spiega sempre il direttore di Ipsos Explorer, «aumenta il numero di rifiuti all'intervista e, più crescono i rifiuti, meno certo è l'esito della statistica». C'è anche una diminuzione del voto di scambio clientelare, quello che può portare gli elettori di una parte politica a votare per l'altra.

D'ALTRA PARTE, come conferma il professor Luca Rícolfi, esperto di flussi elettorali, nel suo libro «Perché siamo antipatici», se gli spostamenti di voti da un campo all'altro sono ormai esigui, nell'ordine del 3-4 per cento (quasi irrilevanti dal punto di vista statistico), allora la funzione dei sondaggi ritorna a essere quella originaria. Come succede per qualsiasi altro prodotto, il formaggino o il detersivo: servono a calibrare la campagna elettorale in funzione dei bisogni e deile aspettative degli indecisi.

Eppure, c'è la convinzione diffusa che i giochi siano già fatti, che il centrosinistra abbia già in tasca le politiche. Convinzione costruita sulle vittorie elettorali avute in questi anni dall'opposizione, ma anche da un profluvio di sondaggi, che di mese in mese, o forse di settimana in settimana ci raccontano come e perché Silvio Berlusconi abbia già perso le elezioni. Alessandra Ghisleri non è d'accordo: «Le vittorie annunciate sono sempre pericolose. Anche perché gli elettori non hanno ancora avuto la possibilità di analizzare il programma del signor Prodi e della sua coalizione. Non sanno neppure se lui avrà un suo partito di riferimento». E aggiunge: «La paura vera che serpeggia oggi nel centrosinistra è la convinzione che l'Unione abbia raggiunto la sua massima espansione. Che il collante della cordata sia solo I'antiberlusconismo. Mentre il centrodestra ha ancora il tempo, in teoria, di recuperare il voto di chi l'ha abbandonato durante questi anni».

UNA VISIONE, QUESTA, che il professor Draghi contesta: «I sondaggi hanno anticipato percentuali che poi, voto dopo voto, il centrosinistra si è visto confermare dalle urne». Certo, continua, «i sondaggi fanno fatica a misurare l'assenteismo, ma credo che il tentativo di recuperare i delusi richiederà doti energiche e tempo: almeno due o tre anni».

Ma quanto è di parte il sondaggista? Nicola Piepoli: «Credo che in Italia il propendere per un partito o per l'altro passerà presto di moda: anche la ricerca politica dovrà diventare neutra come se fosse fatta per qualsiasi altro bene». Ghisleri, lei è la sondaggista preferita di Berlusconi? «Assolutamente no, noi lavoriamo anche per altri partiti politici che militano nel centrosinistra. E Palazzo Chigi si avvale anche del lavoro di Pagnoncelli, Piepoli e dello stesso Mannheimer». E Nando Pagnoncelli conferma: «lo lavoro per Ballarò e il presidente del Consiglio. La neutralità, per noi, è un'esigenza assoluta. Perché la nostra è un'analisi dell'opinione pubblica, non una consulenza politica. Che sarebbe estranea al rigore scientifico richiesto dal nostro lavoro».

Ma questi sondaggi che ci vengono somministrati con grande enfasi dai giornali, come fossero verità rivelate, questi sondaggi sono veri o sono patacche? I protagonisti di questo delicato settore della ricerca di marketing (per carità, non chiamiamoli «sondaggisti», orrendo neologismo che,racconta Nicola Piepioli, fu coniato dodici anni fa da un condirettore di «Repubblica») si dividono in colpevolisti e innocentisti. Nando Pagnoncelli è diplomatico: «Non posso pensare che qualcuno arrivi a pubblicare dei dati falsificati. Però, a volte capita di leggere «forzature» che non fanno bene agli operatori dei settore». Più duro il professor Draghi, docente di metodologie di scienze sociali e politico diessino: «I sondaggi, strumento altamente democratico volto a conoscere la volontà dei cittadini, sono stati degradati da Berlusconi che li ha comprati e fatti strumento di campagna politica». Insomma, Stefano Draghi non esclude che, dietro i risultati dei test pubblicati sui giornali o raccontati in tv, esista a volte una «manina» che conduce la danza. E se Pìepoli osserva come «chi propende per un partito», tra ì ricercatori, «tende prima o poi a scomparire, Draghi arriva a dire che spesso «i sondaggi più seri e attendibili sono quelli riservati, che non vengono mai resi pubblici».

Un altro professore, Renato Mannheimer, che spesso i suoi sondaggi lì rende pubblici sui giornali o in televìsìone, non ammette che sia messo ìn dìscussione «il grande rigore scìentìfìco» con il quale vengono condottì ì test. Accusato, giorni fa, di «sondaggi-propaganda», per aver diffuso su un grande quotidiano nazionale il risultato di un rilevamento che dava l'ex prefetto di Milano, Bruno Ferrante, candidato-sindaco dell'Unione, in testa rispetto a Letizia Moratti, ministro dell'Istruzione, Mannheimer ha puntualizzato come non si tratti di una «previsione sul futuro», ma solo di un'analisi della situazione attuale. Respinta con forza l'accusa di manipolazione, il professore rileva pure come la gente non voti seguendo l'onda dei sondaggi ma a seconda dei programmi stilati da candidati e partiti. Insomma, la bagarre in vista del 2006 è già scoppiata. Come ricorda Mannheímer esistono una legge e un codice etico che obbligano i ricercatori a pubblicare per intero le domande rivolte agli intervistati. Basterà ad assicurare la veridicità dei risultati?

Flavia Baldi

QN ECONOMIA & POLITICA
del 19/11/2005