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Il dibattito tra cattolici e laici nel nostro paese
è storia antica. Di oltre 130 anni. Lo Stato italiano, fino al primo Concordato
del 1929 (rivisto poi nel 1984), non venne riconosciuto da quello pontificio,
che l'aveva strenuamente combattuto durante tutto il XIX secolo e l'inizio del
XX. In tanto tempo, non è stato ancora risolto definitivamente il nodo: la Chiesa
può influenzare il voto?
La Chiesa, dopo l'occupazione di Roma da parte dell'esercito
italiano nel 1870 e la fine del suo potere temporale, aveva infatti reagito
scomunicando tutti i responsabili della presa di Porta Pia e, nel 1874, papa
Pio IX aveva emanato il famoso decreto "non expedit", che proibiva
ai cattolici di partecipare alla vita politica del nuovo Stato italiano.
L'influenza delle decisioni della Chiesa sulle scelte politiche
è dunque argomento di dibattito da molti anni, e non è mai stato definitivamente
risolto. La contrapposizione tra laici e cattolici, come argomenta Paolo Segatti
sul prossimo numero di Italianieuropei, ha avuto un ruolo spesso decisivo nella
formazione del sistema dei partiti, condizionando il comportamento elettorale
di milioni di italiani. Una frattura, quella tra Stato e Chiesa, che si è dimostrata
almeno fino agli anni ottanta molto più rilevante anche di quella esistente
tra capitale e lavoro. Come ben testimoniano i conflitti letterari e cinematografici
tra Peppone e Don Camillo.
E oggi? Si può parlare ancora, in un paese che sembra così
secolarizzato, di influenza decisiva della Chiesa sul comportamento di voto?
Le indagini più recenti testimoniano come le dichiarazioni
della Chiesa cattolica siano giudicate piuttosto importanti nell'orientare la
scelta di voto degli italiani. Secondo un sondaggio Ipsos, realizzato poche
settimane fa, ben il 35 per cento della popolazione attribuisce molta o abbastanza
rilevanza al parere delle gerarchie ecclesiastiche, nella personale decisione
del proprio specifico comportamento elettorale.
Una quota che arriva a toccare i 50 punti percentuali tra
i cattolici più assidui: un elettore su due, tra i praticanti, dichiara dunque
apertamente di essere condizionato dalla Chiesa nel momento del voto, di tener
il: considerazione il suo punto di vista nello scegliere il partito o il candidato.
L'affiato ecclesiale continua a soffiare dunque in maniera persistente, oggi
come un tempo. Tanto che ben il 36 per cento giudica accresciuta, negli ultimi
tempi, l'influenza della Chiesa cattolica sulla vita politica italiana.
Certo, è vero che nella situazione odierna, dopo la scomparsa
del partito cattolico "per eccellenza", i cattolici praticanti si
sono distribuiti in maniera quasi equivalente tra le due principali coalizioni
e sono presenti secondo quote non significativamente differenti in quasi tutti
i partiti. E dunque il "condizionamento" viene filtrato anche dalla
vicinanza a questa o quella forza politica di riferimento. Generando a volte
conflitti interni alla propria personalità: privilegio la coalizione cui mi
sento più vicino o il parere delle mie gerarchie religiose? Un dilemma che spesso
viene risolto scindendo la propria coscienza. Nel caso di singole issues, ad
esempio referendarie, privilegio il giudizio della Chiesa; nel caso di voto
politico, scelgo viceversa il partito che più si avvicina al mio punto di vista
complessivo. Una scissione, come si sa, che passa anche nella mente dei cattolici
osservanti, sia pure secondo una logica opposta: si accetta il magistero della
Chiesa, ma poi ci si comporta - in alcuni frangenti specifici - come comanda
la coscienza individuale. La capacità della Chiesa di condizionare una quota
rilevante degli elettori italiani è dunque assodata. Per uno Statb che vorrebbe
rimanere laico, l'unica speranza è che essa si auto-limiti, che circoscriva
il proprio intervento a tematiche di rilevanza unicamente spirituale.
Ma il punto decisivo è forse un altro: in una situazione
come quella attuale, dove sono quasi del tutto assenti istituzioni o forze politiche
di forte riferimento per i cittadini, cosa succederebbe se la Chiesa si ponesse
l'obiettivo di diventare un soggetto anche "politico", in senso complessivo,
di entrare cioè prepotentemente nel dibattito delle scelte da effettuare per
lo sviluppo futuro della nostra società?
PAOLO NATALE
EUROPA 17-11-2005
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