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novembre 20, 2005 Europa

Sì, la Chiesa per il voto conta

E se la Chiesa si ponesse l'obiettivo di diventare un soggetto anche "politico"?

 

 Il dibattito tra cattolici e laici nel nostro paese è storia antica. Di oltre 130 anni. Lo Stato italiano, fino al primo Concordato del 1929 (rivisto poi nel 1984), non venne riconosciuto da quello pontificio, che l'aveva strenuamente combattuto durante tutto il XIX secolo e l'inizio del XX. In tanto tempo, non è stato ancora risolto definitivamente il nodo: la Chiesa può influenzare il voto?

La Chiesa, dopo l'occupazione di Roma da parte dell'esercito italiano nel 1870 e la fine del suo potere temporale, aveva infatti reagito scomunicando tutti i responsabili della presa di Porta Pia e, nel 1874, papa Pio IX aveva emanato il famoso decreto "non expedit", che proibiva ai cattolici di partecipare alla vita politica del nuovo Stato italiano.

L'influenza delle decisioni della Chiesa sulle scelte politiche è dunque argomento di dibattito da molti anni, e non è mai stato definitivamente risolto. La contrapposizione tra laici e cattolici, come argomenta Paolo Segatti sul prossimo numero di Italianieuropei, ha avuto un ruolo spesso decisivo nella formazione del sistema dei partiti, condizionando il comportamento elettorale di milioni di italiani. Una frattura, quella tra Stato e Chiesa, che si è dimostrata almeno fino agli anni ottanta molto più rilevante anche di quella esistente tra capitale e lavoro. Come ben testimoniano i conflitti letterari e cinematografici tra Peppone e Don Camillo.

E oggi? Si può parlare ancora, in un paese che sembra così secolarizzato, di influenza decisiva della Chiesa sul comportamento di voto?

Le indagini più recenti testimoniano come le dichiarazioni della Chiesa cattolica siano giudicate piuttosto importanti nell'orientare la scelta di voto degli italiani. Secondo un sondaggio Ipsos, realizzato poche settimane fa, ben il 35 per cento della popolazione attribuisce molta o abbastanza rilevanza al parere delle gerarchie ecclesiastiche, nella personale decisione del proprio specifico comportamento elettorale.

Una quota che arriva a toccare i 50 punti percentuali tra i cattolici più assidui: un elettore su due, tra i praticanti, dichiara dunque apertamente di essere condizionato dalla Chiesa nel momento del voto, di tener il: considerazione il suo punto di vista nello scegliere il partito o il candidato. L'affiato ecclesiale continua a soffiare dunque in maniera persistente, oggi come un tempo. Tanto che ben il 36 per cento giudica accresciuta, negli ultimi tempi, l'influenza della Chiesa cattolica sulla vita politica italiana.

Certo, è vero che nella situazione odierna, dopo la scomparsa del partito cattolico "per eccellenza", i cattolici praticanti si sono distribuiti in maniera quasi equivalente tra le due principali coalizioni e sono presenti secondo quote non significativamente differenti in quasi tutti i partiti. E dunque il "condizionamento" viene filtrato anche dalla vicinanza a questa o quella forza politica di riferimento. Generando a volte conflitti interni alla propria personalità: privilegio la coalizione cui mi sento più vicino o il parere delle mie gerarchie religiose? Un dilemma che spesso viene risolto scindendo la propria coscienza. Nel caso di singole issues, ad esempio referendarie, privilegio il giudizio della Chiesa; nel caso di voto politico, scelgo viceversa il partito che più si avvicina al mio punto di vista complessivo. Una scissione, come si sa, che passa anche nella mente dei cattolici osservanti, sia pure secondo una logica opposta: si accetta il magistero della Chiesa, ma poi ci si comporta - in alcuni frangenti specifici - come comanda la coscienza individuale. La capacità della Chiesa di condizionare una quota rilevante degli elettori italiani è dunque assodata. Per uno Statb che vorrebbe rimanere laico, l'unica speranza è che essa si auto-limiti, che circoscriva il proprio intervento a tematiche di rilevanza unicamente spirituale.

Ma il punto decisivo è forse un altro: in una situazione come quella attuale, dove sono quasi del tutto assenti istituzioni o forze politiche di forte riferimento per i cittadini, cosa succederebbe se la Chiesa si ponesse l'obiettivo di diventare un soggetto anche "politico", in senso complessivo, di entrare cioè prepotentemente nel dibattito delle scelte da effettuare per lo sviluppo futuro della nostra società?

PAOLO NATALE

EUROPA 17-11-2005