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Messa momentaneamente da parte la polemica sui capilista dell'Ulivo («La questione si risolverà più avanti, a porte chiuse e senza altre polemiche», giurano al Botteghino, dove restano convinti di poter convincere Romano Prodi a non capeggiare la lista ovunque), nel centrosinistra si fanno i conti - letteralmente - con gli scenari aperti dalla nuova legge elettorale. Ieri è stata posta la parola fine, ammesso e non concesso che un inizio ci sia mai stato, al dibattito sull'opportunità di varare anche in Italia una Grande coalizione per risanare e rilanciare il paese: «Nessuna grande coalizione, non prendiamo in giro gli italiani», è l'epitaffio con cui Prodi ha spento in poche parole un dibattito mai veramente decollato nel centrosinistra, né dopo la prima proposta avanzata da Giulio Tremonti, né con l'ultimo rilancio, ieri su Repubblica, per opera di Marco Follini. Lo stop del Professore a ogni ipotesi di incontro al centro tra i due poli dopo le elezioni politiche del prossimo aprile è stato accompagnato dal sarcasmo di Massimo D'Alema, che non ha risparmiato la frecciata all'ex segretario dell'Udc: «Ci alleeremo solo con lui», ha ghignato il presidente della Quercia. In realtà, se si esclude Clemente Mastella, preoccupato di presiedere l'unico partito dell'Unione seriamente a rischio quorum, non si vede come la questione possa tornare d'attualità. «La Grande coalizione è una sciocchezza. Il centrosinistra deve puntare a vincere, e bene», dice il segretario organizzativo della Margherita Franco Marini. Sul significato di quel «bene» gli uffici elettorali dei partiti e lo staff prodiano a Santi Apostoli si interrogano da giorni. Da queste riflessioni sono scaturite valutazioni e decisioni importanti. La prima riguarda l'estensione dei confini della lista dell'Ulivo. Dentro sicuri Ds, Margherita e Repubblicani europei, l'unico che ha chance di aggregarsi alla compagnia è Antonio Di Pietro, ma anche lui non può dirsi sicuro, perché sia dentro i Ds che nella Margherita sono in molti a ritenere che l'ex pm possa attirare più voti presentandosi col suo nome e simbolo. Ragionamento, quest'ultimo, che è già una sentenza (contraria) all'ingresso dei Verdi, considerati più utili fuori dall'Ulivo, per capitalizzare quel due per cento storico di consensi che potrebbe riversarsi solo in minima parte nella lista unitaria. Anche perché è vero sì che col proporzionale gran parte delle probabilità di successo dell'Unione sono legate al buon risultato dell'Ulivo, ma senza la tenuta di tutte le forze esterne, il centrosinistra rischia la beffa. La divisione dei compiti è così colpita: l'Ulivo deve puntare al 35 per cento, gli altri devono raccogliere il restante 15 (ovviamente si può vincere anche senza superare il 50 per cento, ma gli analisti prevedono che eventuali coalizioni terze raccoglieranno briciole). I sondaggi in mano ai partiti dicono che il 35 per cento dell'Ulivo, sull'onda della riproposizione del simbolo storico e del nome del candidato premier Prodi ben stampigliato nel cerchio, è obiettivo raggiungibile. E il risultato dei piccoli a preoccupare di più Prodi. Il Prof teme che Verdi e Comunisti italiani, che hanno quasi definitivamente rinunciato a presentarsi insieme, siano cannibalizzati da quella che buona parte dell'elettorato percepirà come la "lista Prodi". Rifondazione sembra inchiodata al 6 per cento. L Udeur, se davvero Mastella opterà per la corsa solitaria, per raggiungere il quorum del 2 per cento può solo sperare di intercettare alla Camera un po' di voti margheritini in libera uscita, mentre il 3 al Senato è fattibile solo cercando un'alleanza con la stessa Margherita. Senza una solida affermazione della Rosa nel pugno - occorre che i radical-socialisti tocchino e superino il 4 per cento - potrebbe insomma materializzarsi lo spettro del pareggio. Eventualità che in questo momento non è tenuta in gran conto, perché il margine sul centrodestra continua a essere rassicurante. Il problema è però che, sulla base dei primi conti di Santi Apostoli, non disperdere questo margine dipende più dai destini di Pecoraro, Diliberto e Boselli che dal successo di Prodi, Rutelli e Fassino.
Il Riformista 12-11-2005
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