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Ormai
è chiaro che la riforma elettorale passerà. Tra l'altro al Senato si voterà
a scrutinio palese e questo non lascia spazio a sorprese dell'ultima ora. Su
quale sia il rischio di paralisi parlamentare, qualora la legge passasse nella
versione attuale, si è già scritto (si veda Il Sole-24 Ore del 27 ottobre).
Ma la strada dell'ostruzionismo a oltranza seguita finora dall'opposizione non
porta da nessuna parte. A questo punto il centrosinistra farebbe bene a valutare
seriamente la possibilità di migliorare la legge approfittando dei timidi, ancorchè
contraddittori, segnali di disponibilità giunti nei giorni scorsi dalla maggioranza
di Governo. Gli emendamentifiume e gli emendamenti-trappola non servono. Potrebbero
servire, invece, tre correttivi mirati su altrettanti aspetti critici della
riforma.
Premio di maggioranza. Va aumentato. Alla Camera il
premio di maggioranza corrisponde al 54% dei seggi; al Senato è fissato sulla
carta al 55% ma, in pratica, difficilmente supererà il 52% a causa della sua
distribuzione per regione. Sono percentuali troppo basse per assicurare un'effettiva
governabilità in un contesto di elevata frammentazione partitica. Con margini
di maggioranza così risicati qualunque governo sarebbe alla mercé del potere
di condizionamento anche di partiti e :dì-;Ibbby rappresentativi di miao-iríEétgssi.
Uno degli argo menti della -maggioranza di Governo a sostegno cena norma ,e
- la sua derivazione dalla "legge'Tatarella" che ha introdotto a livello
regionale il premio di maggioranza. Ebbene, perché non copiare fino in fondo
le Regioni e prevedere che il premio possa salire al 60% se la coalizione vincente
ottiene più del 45% dei voti? Tra l'altra accettando questa modifica la Cdl
dimostrerebbe di non volere questa riforma perché convinta di perdere le prossime
elezioni.
Il voto di coalizione. Occorre introdurre un voto
per la coalizione accanto a quello per il partito. Anche questa è una caratteristica
dei sistemi elettorali delle Regioni a statuto ordinario. Visto che il premio
di maggioranza va alla coalizione, sarebbe corretto dare all'elettore la possibilità
di esprimere sia un voto al partito che un voto alla coalizione, al suo programma
e al suo leader. Questo elemento rafforzerebbe l'identità delle coalizioni,
il vincolo tra i partitì alleati e, -quindi, il bipolarismo. Non solo. Esso
darebbe ai tanti elettori che fanno fatica a riconoscersi nei singoli partiti
la possibilità di votare il soggetto-coalizione. Alle ultime elezioni regionali
più di tre milioni di elettori (l'8,1% dell'elettorato e il 12% dei voti validi)
hanno scelto di votare solo il candidato presidente espresso da Cdl e Unione
senza votare liste di partito. È una scelta di voto diffusa sia a sinistra che
a destra e diffusa soprattutto nelle grandi metropoli. A Milano alle ultime
regionali la scelta di voto alla sola coalizione ha toccato il 23% dei voti
validi. Lo stesso dato per tutta la Lombardia è il 17,2 per cento.
I voti delle liste. Sarebbe bene eliminare la possibilità
che i voti delle liste sotto la soglia del 2% alla Camera e del 3% al Senato
concorrano all'assegnazione del premio di maggioranza. L'attuale norma è un
incentivo alla proliferazione di liste locali dì ogni genere create al solo
scopo di incanalare voti verso la coalizione. Non è in questo modo che si incentiva
la partecipazione elettorale. In questo modo si favorisce solo il degrado del
sistema partitico. Abbiamo tutti sotto gli occhi quello che succede nelle Regioni
dove esiste una norma simile. Liste come Forza Roma o Forza Lazio non hanno
ragione di essere né a livello di elezioni regionali né tanto meno a livello
di elezioni per il Parlamento nazionale.
Il Solre 24 Ore, 01-11-2005
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