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BOLOGNA — A prima
vista gli italiani sembrerebbero stanchi di democrazia. Sono
infatti in maggioranza, anche se di poco (51,8%), coloro che non
esitano a confessare il proprio disagio di fronte a una delle
massime espressioni del processo democratico: il voto elettorale
e referendario. Più di un terzo (33,9%) considera «una
seccatura» il fatto di recarsi alle urne «perché non servirà a
cambiare nulla». E un'altra fetta (17,9%) rivela di
sentirsi «indeciso e in difficoltà» al momento della scelta.
Attenzione però a trarre conclusioni affrettate. C'è
infatti un 48,2% che dichiara di «provare soddisfazione» nel
partecipare al voto. Ed è del tutto irrisoria (3%) la quota di
chi vagheggia l'esistenza o il ritorno a un regime
imperniato attorno a un solo partito. E allora? Più che
un'avversione verso la tanto faticosamente conquistata
democrazia, ciò che emerge dal sondaggio nazionale effettuato
dall'istituto bolognese «Carlo Cattaneo» in settembre (1438
intervistati tra i 18 e i 64 anni) è un'Italia venata da
una profonda delusione per come vengono esercitati i passaggi
democratici. Un Paese che punta il dito contro la sua classe
politica: il 49,4% considera i nostri rappresentanti «peggiori
della società» da cui provengono, solo un 3,5% li considera
migliori, mentre il 47,1% li vede come lo specchio della
collettività. Un Paese che, di fronte a decisioni di particolare
rilevanza, preferirebbe di gran lunga il ricorso al referendum
(52,3%), alla democrazia diretta, piuttosto che lasciare mano
libera a leader di partito e parlamentari (47,7%). E che
addirittura, nel caso di provvedimenti che riguardano
l'intera collettività, si sentirebbe più garantito (66,8%)
da «persone competenti» (scienziati e imprenditori) anziché «dai
politici eletti». Un Paese che chiede regole. Che, sfinito dalla
cronica litigiosità tra i Poli, invoca a gran voce (74,5%)
«accordi tra i due schieramenti» su determinati temi. E che,
alla riduzione delle tasse, preferirebbe una più alta qualità
dei servizi (60,4%). Altro aspetto della ricerca, curata da
Rinaldo Vignati e che sarà illustrata al Salone europeo della
Comunicazione pubblica in programma da giovedì a sabato a
Bologna, riguarda l'informazione politica. Si scopre che i
tanto vituperati tg sono la principale fonte di conoscenza
politica. Quasi il 75% afferma di seguirli tutti i giorni o
quasi, mentre solo il 36,6% si affida alla lettura dei
quotidiani. Sul piano dell'affidabilità, il 38,7% mette al
primo posto i tg della tv pubblica, relega quelli della tv
privata al 10,1%, concedendo a quotidiani e settimanali il 27%
di credibilità. Nessun dubbio infine sul declino
dell'Italia: quasi il 90% lo percepisce, compresi elettori
di centrodestra.
Corriere della Sera 01-11-2005
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