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IL PALAZZO e la Piazza. Luoghi contigui, nella città. Distanti; anzi:
opposti, uno all´altro, nella politica. L´immagine è retorica, quanto
consumata. Non fatichiamo ad ammetterlo. Eppure mantiene un´indubbia
utilità evocativa. Capace di abbozzare, meglio di altre, la posizione
del governo e di chi governa: chiusi nel Palazzo.
Quando dalla società sale, costante, il brusio dell´insoddisfazione. E
le piazze, non solo la Piazza, si riempiono di persone che marcano la
loro distanza – anche senza, necessariamente, protestare: semplicemente
perché partecipano. Peraltro, questa suggestione rivela un
retropensiero assai discutibile: che la "gente", l´opinione pubblica,
siano nel giusto. Ma la Piazza non sempre ha ragione. Spesso, anzi, è
vero il contrario. E il Palazzo non può adeguarsi alle grida di chi
scende in piazza. Ma, semmai, ascoltarle, senza rinunciare alla sua
autorità. Tuttavia, la politica vive di immagini semplici e
semplificate. Tanto più efficaci, tanto più incisive, quanto più
riescono a dividere il mondo in due. Il Palazzo e la Piazza, così,
tendono a venire identificate – e a identificarsi - con la Destra e la
Sinistra. Perché, nel bipolarismo dell´immaginario, il Centro non
esiste.
Basta pensare alle vicende delle ultime settimane. La destra di
governo, determinata a concludere l´iter dei progetti legislativi di
bandiera: la legge elettorale proporzionale, la devolution. Proseguendo
con la ex Cirielli (definita dall´opposizione di sinistra:
"salva-Previti"). Per finire con l´abolizione della "par condicio".
Provvedimenti che suscitano insofferenza e, al più, fastidio presso la
maggioranza dell´opinione pubblica. La devolution, a torto o a ragione,
considerata un pericolo per il Paese, soprattutto nel Mezzogiorno. E,
comunque, guardata con una certa indifferenza anche nel Nord. Le altre
leggi: il proporzionale, la ex Cirielli, l´abolizione della par
condicio. Percepite come iniziative ad hoc. Finalizzate a tutelare gli
interessi del centrodestra e dei suoi leader. E per questo proposte e
affrontate con grande fretta. Mentre persiste, denso, un pessimismo
sociale che non permette di apprezzare i segni di miglioramento
dell´economia, certificati dalle statistiche nazionali e
internazionali. D´altronde, l´isolamento del Palazzo è messo in
evidenza, a maggior ragione, dal dinamismo sociale della sinistra.
Dalla sua capacità di mobilitare la piazza e la società. Come hanno
mostrato le primarie di domenica scorsa, caratterizzate da un´affluenza
sorprendente. Perfino per la leadership dei partiti che le hanno
promosse e organizzate.
Il Palazzo e la Piazza. E´ un antagonismo metaforico antico. Evocato,
con molta forza, nel decennio scorso. Ma a parti invertite.
La società, il territorio, la piazza: negli anni 90 erano luoghi di
egemonia della destra, allora, di opposizione. Forza Italia:
raccoglieva e amplificava l´insofferenza verso le politiche fiscali e
verso i partiti della sinistra. Stigmatizzati, tutti insieme,
attraverso il termine "comunisti". Che associava i post-comunisti e i
neo-comunisti agli ex democristiani. Colpevoli, tutti insieme, di
essere figli del vecchio regime "partitocratrico". Soggetti
"statalisti" e "centralisti".
An: partito d´ordine, in tempi attraversati dall´insicurezza, dalla paura prodotta dalla criminalità comune.
E infine, soprattutto, la Lega. Madre di tutti i dissensi, di tutti i
malesseri, di tutte le proteste che hanno preparato e accelerato la
crisi della Prima Repubblica. La Lega: soggetto politico di massa,
organizzato come il vecchio Pci. A differenza di Forza Italia - partito
leggero, mediatico e senza territorio - la Lega era greve, come il
linguaggio di Bossi. E stava ben piantata sul territorio, nei paesi
della pedemontana del Nord. Dove respirava ed esalava l´insoddisfazione
dei lavoratori autonomi e dei piccoli imprenditori. Antagonista dello
Stato centrale. Dei vecchi partiti e dei grandi imprenditori. Popolana.
E poi federalista, indipendentista, secessionista. Insomma per la
libertà del Nord produttivo contro Roma assistenzialista e
dissipatrice. La Lega. Negli anni Novanta promuove le sue lotte e le
sue rivendicazioni attraverso manifestazioni militanti. Nelle piazze,
nelle campagne, nelle strade. Fino alla marcia sul Po. Organizzata per
"marcare" il confine fra la Padania e l´Italia. La Lega. Insieme agli
altri soggetti politici della destra, interpreta la piazza, la società,
il territorio. E – fra un tax day e una mobilitazione indipendentista -
contribuisce a rendere visibile, perfino acida, la solitudine del
potere. A scavare un fossato intorno al Palazzo. Facendo emergere come
la sinistra fosse maggioranza di governo e minoranza – delegittimata -
nella società. Oggi quella storia si ripete, a parti invertite. La
destra si compiace della sua ritrovata unità, della sua capacità di
decidere, in fretta. Di imporsi da sola. Senza l´opposizione, che è
minoranza nel Palazzo. E maggioranza nella società. Sfidando la Piazza,
che oggi sta all´opposizione. Con un atto di forza che è segno di
forza. Anche a costo di contraddire gli orientamenti seguiti
nell´ultimo decennio. Modificando, in poche settimane, il sistema
elettorale in senso proporzionale. Dopo aver coltivato e sostenuto, per
anni, l´ipotesi opposta. Mentre la devolution, malattia senile del
federalismo, viene approvata in Senato, dopo anni di faticosi
aggiustamenti, fra strappi e mediazioni. Ricatti e cedimenti. Proprio
mentre si assiste al ritorno dello Stato. Che accentua i controlli e i
vincoli sulle competenze e sui bilanci locali. La devoluzione in tempi
di neocentralismo. Quasi un ossimoro. La Lega di Palazzo, peraltro,
irride alla mobilitazione degli elettori di sinistra, in occasione
delle primarie. Alla partecipazione "popolana", affollata di gente
comune, più che da militanti. Una sorta di nemesi. A cui sfuggono solo
alcuni protagonisti della Lega della prima ora. Maroni, ad esempio. (Ma
immaginiamo che Bossi la pensi allo stesso modo). Forse per nostalgia.
Una considerazione di passaggio merita la "piazza mediatica", che negli
anni 90 aveva rispecchiato e amplificato, talora ad arte, quella
"reale". Mettendo in scena grandi "processi" al potere. Che hanno, per
questo, investito, "danneggiato" la legittimità dei partiti di governo.
A prescindere dall´orientamento politico degli anchor men. E dei
governi. Negli ultimi anni le "piazze mediatiche" sono state
"oscurate". Insieme ai loro animatori. Rimpiazzate dai salotti. Ma ora
tornano, anch´esse. Nella veste di telecerimonie celebrate da
telepredicatori. Com´è avvenuto nei giorni scorsi, quando si è
consumato il rito purificatore della libertà televisiva, guidato da
Celentano. Cui hanno partecipato oltre undici milioni di "fedeli"
spettatori.
E´ come se gli attori politici che negli anni Novanta avevano
interpretato le parti della società civile, dopo aver conquistato il
potere, risalissero il cammino degli avversari di ieri. Un po´ per
scelta. Per realizzare, almeno, alcune delle "promesse" fatte agli
italiani. Un po´ per necessità. Per ostacolare la sinistra, in vista
delle prossime elezioni politiche. Per dimezzarne il successo
(possibile, magari probabile, ma non certo. Perché le piazze non
contengono l´intera società. E l´opinione pubblica, per definizione,
può cambiare umore..). Per preparare, nel caso il Palazzo venisse
espugnato, il prossimo assedio. Trasformando, di nuovo, la Piazza -
reale e mediatica - in un terreno di lotta.
Perché in questo Paese la Piazza e il Palazzo continuano costituire i
riferimenti contrapposti di un bipolarismo simbolico integrale. Che
nessuna ipotesi proporzionale può correggere o modificare.
A conferma della difficoltà di condurre la democrazia oltre la porta stretta fra populismo e oligarchia.
da Repubblica - 23 ottobre 2005
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