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ottobre 23, 2005 Mappe di Ilvo Diamanti

Populisti senza popolo

 

IL PALAZZO e la Piazza. Luoghi contigui, nella città. Distanti; anzi: opposti, uno all´altro, nella politica. L´immagine è retorica, quanto consumata. Non fatichiamo ad ammetterlo. Eppure mantiene un´indubbia utilità evocativa. Capace di abbozzare, meglio di altre, la posizione del governo e di chi governa: chiusi nel Palazzo.

Quando dalla società sale, costante, il brusio dell´insoddisfazione. E le piazze, non solo la Piazza, si riempiono di persone che marcano la loro distanza – anche senza, necessariamente, protestare: semplicemente perché partecipano.
Peraltro, questa suggestione rivela un retropensiero assai discutibile: che la "gente", l´opinione pubblica, siano nel giusto. Ma la Piazza non sempre ha ragione. Spesso, anzi, è vero il contrario. E il Palazzo non può adeguarsi alle grida di chi scende in piazza. Ma, semmai, ascoltarle, senza rinunciare alla sua autorità. Tuttavia, la politica vive di immagini semplici e semplificate. Tanto più efficaci, tanto più incisive, quanto più riescono a dividere il mondo in due. Il Palazzo e la Piazza, così, tendono a venire identificate – e a identificarsi - con la Destra e la Sinistra. Perché, nel bipolarismo dell´immaginario, il Centro non esiste.
Basta pensare alle vicende delle ultime settimane. La destra di governo, determinata a concludere l´iter dei progetti legislativi di bandiera: la legge elettorale proporzionale, la devolution. Proseguendo con la ex Cirielli (definita dall´opposizione di sinistra: "salva-Previti"). Per finire con l´abolizione della "par condicio". Provvedimenti che suscitano insofferenza e, al più, fastidio presso la maggioranza dell´opinione pubblica. La devolution, a torto o a ragione, considerata un pericolo per il Paese, soprattutto nel Mezzogiorno. E, comunque, guardata con una certa indifferenza anche nel Nord. Le altre leggi: il proporzionale, la ex Cirielli, l´abolizione della par condicio. Percepite come iniziative ad hoc. Finalizzate a tutelare gli interessi del centrodestra e dei suoi leader. E per questo proposte e affrontate con grande fretta. Mentre persiste, denso, un pessimismo sociale che non permette di apprezzare i segni di miglioramento dell´economia, certificati dalle statistiche nazionali e internazionali. D´altronde, l´isolamento del Palazzo è messo in evidenza, a maggior ragione, dal dinamismo sociale della sinistra. Dalla sua capacità di mobilitare la piazza e la società. Come hanno mostrato le primarie di domenica scorsa, caratterizzate da un´affluenza sorprendente. Perfino per la leadership dei partiti che le hanno promosse e organizzate.
Il Palazzo e la Piazza. E´ un antagonismo metaforico antico. Evocato, con molta forza, nel decennio scorso. Ma a parti invertite.
La società, il territorio, la piazza: negli anni 90 erano luoghi di egemonia della destra, allora, di opposizione. Forza Italia: raccoglieva e amplificava l´insofferenza verso le politiche fiscali e verso i partiti della sinistra. Stigmatizzati, tutti insieme, attraverso il termine "comunisti". Che associava i post-comunisti e i neo-comunisti agli ex democristiani. Colpevoli, tutti insieme, di essere figli del vecchio regime "partitocratrico". Soggetti "statalisti" e "centralisti".
An: partito d´ordine, in tempi attraversati dall´insicurezza, dalla paura prodotta dalla criminalità comune.
E infine, soprattutto, la Lega. Madre di tutti i dissensi, di tutti i malesseri, di tutte le proteste che hanno preparato e accelerato la crisi della Prima Repubblica. La Lega: soggetto politico di massa, organizzato come il vecchio Pci. A differenza di Forza Italia - partito leggero, mediatico e senza territorio - la Lega era greve, come il linguaggio di Bossi. E stava ben piantata sul territorio, nei paesi della pedemontana del Nord. Dove respirava ed esalava l´insoddisfazione dei lavoratori autonomi e dei piccoli imprenditori. Antagonista dello Stato centrale. Dei vecchi partiti e dei grandi imprenditori. Popolana. E poi federalista, indipendentista, secessionista. Insomma per la libertà del Nord produttivo contro Roma assistenzialista e dissipatrice. La Lega. Negli anni Novanta promuove le sue lotte e le sue rivendicazioni attraverso manifestazioni militanti. Nelle piazze, nelle campagne, nelle strade. Fino alla marcia sul Po. Organizzata per "marcare" il confine fra la Padania e l´Italia. La Lega. Insieme agli altri soggetti politici della destra, interpreta la piazza, la società, il territorio. E – fra un tax day e una mobilitazione indipendentista - contribuisce a rendere visibile, perfino acida, la solitudine del potere. A scavare un fossato intorno al Palazzo. Facendo emergere come la sinistra fosse maggioranza di governo e minoranza – delegittimata - nella società. Oggi quella storia si ripete, a parti invertite. La destra si compiace della sua ritrovata unità, della sua capacità di decidere, in fretta. Di imporsi da sola. Senza l´opposizione, che è minoranza nel Palazzo. E maggioranza nella società. Sfidando la Piazza, che oggi sta all´opposizione. Con un atto di forza che è segno di forza. Anche a costo di contraddire gli orientamenti seguiti nell´ultimo decennio. Modificando, in poche settimane, il sistema elettorale in senso proporzionale. Dopo aver coltivato e sostenuto, per anni, l´ipotesi opposta. Mentre la devolution, malattia senile del federalismo, viene approvata in Senato, dopo anni di faticosi aggiustamenti, fra strappi e mediazioni. Ricatti e cedimenti. Proprio mentre si assiste al ritorno dello Stato. Che accentua i controlli e i vincoli sulle competenze e sui bilanci locali. La devoluzione in tempi di neocentralismo. Quasi un ossimoro. La Lega di Palazzo, peraltro, irride alla mobilitazione degli elettori di sinistra, in occasione delle primarie. Alla partecipazione "popolana", affollata di gente comune, più che da militanti. Una sorta di nemesi. A cui sfuggono solo alcuni protagonisti della Lega della prima ora. Maroni, ad esempio. (Ma immaginiamo che Bossi la pensi allo stesso modo). Forse per nostalgia.
Una considerazione di passaggio merita la "piazza mediatica", che negli anni 90 aveva rispecchiato e amplificato, talora ad arte, quella "reale". Mettendo in scena grandi "processi" al potere. Che hanno, per questo, investito, "danneggiato" la legittimità dei partiti di governo. A prescindere dall´orientamento politico degli anchor men. E dei governi. Negli ultimi anni le "piazze mediatiche" sono state "oscurate". Insieme ai loro animatori. Rimpiazzate dai salotti. Ma ora tornano, anch´esse. Nella veste di telecerimonie celebrate da telepredicatori. Com´è avvenuto nei giorni scorsi, quando si è consumato il rito purificatore della libertà televisiva, guidato da Celentano. Cui hanno partecipato oltre undici milioni di "fedeli" spettatori.
E´ come se gli attori politici che negli anni Novanta avevano interpretato le parti della società civile, dopo aver conquistato il potere, risalissero il cammino degli avversari di ieri. Un po´ per scelta. Per realizzare, almeno, alcune delle "promesse" fatte agli italiani. Un po´ per necessità. Per ostacolare la sinistra, in vista delle prossime elezioni politiche. Per dimezzarne il successo (possibile, magari probabile, ma non certo. Perché le piazze non contengono l´intera società. E l´opinione pubblica, per definizione, può cambiare umore..). Per preparare, nel caso il Palazzo venisse espugnato, il prossimo assedio. Trasformando, di nuovo, la Piazza - reale e mediatica - in un terreno di lotta.
Perché in questo Paese la Piazza e il Palazzo continuano costituire i riferimenti contrapposti di un bipolarismo simbolico integrale. Che nessuna ipotesi proporzionale può correggere o modificare.
A conferma della difficoltà di condurre la democrazia oltre la porta stretta fra populismo e oligarchia.

da Repubblica - 23 ottobre 2005