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Per la Cdl lombarda, in teoria, è un giorno di festa. L'approvazione della devolution dovrebbe sancire la fine di ogni ostilità, consentire alla Lega di sventolare il suo successino, e portare una coalizione più distesa verso il voto in Senato sulla riforma elettorale. Tutti contenti, dunque, i militanti e dirigenti lombardi? Non proprio. Perché la nuova legge elettorale farà cre
scere il numero di parlamentari
lombardi di centrosinistra, e
calare quelli di un cen
trodestra che nel 2001
aveva fatto man bassa.
Alleanza Nazionale, ad esempio, negli
scorsi anni non è riuscita a radicarsi in
Lombardia, e vive una
stagione di transizione,
segnata da un costante de
flusso di voti. Il proporzionale non è certo un tocca
sana. Il partito lombardo
ha firmato una pax pre
elettorale, ma le asprezze dei
mesi scorsi non sono certo supe
rate. Una prima verifica si avrà
quando si stileranno la liste dei
candidati, visti i pochi posti
che toccheranno ad An. Conoscendo le dinamiche del
partito, peraltro, non è difficile immaginare che la dirigenza storica della Destra
milanese - feudolarussiano per definizione, a dispetto dei cambi imposti da Fini - avrà diritto di prelazione sui primi posti in lista, con buona pace dei teorici del ricambio generazionale. Che la passione proporzionalista di An sia sbocciata per salvare una dirigenza che sente la nave affondare? «Non credo» dice Vittorio Pesato, giovane dirigente già candidato alle Europee e alle Regionali, «nel lungo periodo questa legge potrebbe favorire un bipolarismo identitario, e quindi le componenti più connotate nei due poli, e la selezione di una classe dirigente realmente radicata. Ad An questo non può che fare bene. A patto, certo, di rafforzare il bipolarismo e di scongiurare derive neocentriste».
Ma se il neoproporzionalismo non fa sorridere la destra lombarda, c'è anche chi piange di fronte alla riforma, o quantomeno vorrebbe farlo e non può. Naturalmente è la Lega Nord, che dal ritorno al proporzionale ha solo da perdere, nella «sua» Lombardia. Col Mattarellum, cinque anni fa, portò in Parlamento trenta deputati e diciassette senatori. Tanti, fra questi, erano lombardi, mentre un
beffardo 3,9% negò al Carroccio di partecipare alla spartizione dei seggi assegnati su base proporzionale. Molti indicatori e qualche sondaggio danno il movimento fondato da Umberto Bossi in buona salute. La soglia dei 4%, fissata dal Mattarellum come limite di sbarramento per il riparto proporzionale, non sarebbe stata fuori portata, anzi. Si aggiunga che i tanti bocconi amari diligentemente ingoiati dalla Lega - non certo addolciti da una devolution zoppa e votata di malavoglia a fine legislatura - avrebbero obbligato ad un risarcimento elettorale. E cioè ad un'assegnazione generosa di collegi uninominali praticamente sicuri a candidati leghistí, proprio nelle aree in cui, senza Lega, la Cdl è destinata a perdere. Vedi, ad esempio, le floride province di Bergamo o di Varese. Col Mattarellum, insomma, i rappresentanti leghisti a Roma sarebbero addirittura potuti crescere, e il Carroccio sarebbe stato l'unico "vincitore', in termini di numeri, in una compagine stesa al tap
peto dalla probabile batosta. Roba da fregarsi le mani, per un movimento che si è dimostrato sempre a suo agio quando c'è da fare opposizione.
Sennonché la riforma sta arrivando, e sono in tanti a mormorare che la volontà di relativizzare la Lega e «l'asse del Nord» sia
stato uno dei suoi propulsori politici, soprattutto in vista del futuro post-berlusconiano
che il centrodestra dovrà presto affrontare. «Speriamo almeno di non smenarci troppo» ride laconico Giancarlo Pagliarini, ex ministro del primo governo Berlusconi e leghista della prima ora. Eppure per il Carroccio dovrebbe essere un bel giorno, con la devolutìon finalmente approvata. «Ma andava fatta ad inizio legislatura, non agli sgoccioli. E poi non basta...». Cioè? «Senza realizzare un federalismo fiscale pieno e competitivo non possiamo dirci davvero soddisfatti». Par di capire che il baratto devolution-proporzionale non soddisfi davvero l'ex ministro. «Ennò, ma che ci vogliamo fare? Abbiamo preso il 3,9 % l'ultima volta, forse non era proprio possibile ottenere di più».
Torna alle parole d'ordine che hanno fatto la storia della Lega: «Dobbiamo lottare per un'Europa dei popoli e per il superamento degli stati-nazione», «Dovremmo vietare che si possa stare in Parlamento per più di due legislature consecutive, e sbarrare così la strada ai professionisti della politica», «Vedo una patina di neo-statalismo preoccupante». Come se il ritorno all'antico sistema elettorale spingesse a riscoprire la vocazione e i lessici di un tempo. Proprio niente da salvare, in questa riforma? «Beh, una cosa buona c'è.. Col proporzionale, se tirano troppo la corda, la Lega può tornare da sola...».
DI JACOPO TONDELLI
Il Riformista 21-10-2005
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