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ROMA - «Perché dovrei fare questo favore alla sinistra?».
Da tempo l'election day andava scolorendo nell'agenda di Silvio Berlusconi.
E con l'avvicinarsi delle elezioni, quell'idea è diventata sempre più un appuntamento
da cancellare. E già, perché la possibilità che gli elettori siano chiamati
a votare contemporaneamente per il Parlamento e per la guida di alcune grandi
città, come Roma, da tempo preoccupa il Cavaliere.
Non è un caso che lunedì abbia ricevuto a Milano quello che
sembrava dover essere il "campione" del centrosinistra a Milano, ossia
Umberto Veronesi. E non è nemmeno un caso che appena possibile rivolga pubblicamente
i suoi complimenti al sindaco di Rorna, Walter Veltroni. È capitato anche quando
il Campidoglio ha organizzato la "notte Bianca" a settembre. Un riconoscimento
che va oltre i corretti rapporti istituzionali.
Stadi fatto che il premier vuole evitare a tutti i costi
l' «effetto traino» dei sindaci del centrosinistra. Sapendo che il serbatoio
di voti detenuto in primo luogo da Veltroni può essere fondamentale nella competizione
del 2006. «Sarebbe un favore alla sinistra», ripete ad ogni piè sospinto. Tant'è
che già da luglio aveva incaricato il ministro dell'interno, Beppe Pisanu, di
studiare le varie soluzione tecniche per evitare la sovrapposizione tra tornata
"politica" e "amministrativa". Per lo stesso motivo l'ipotesi
di far slittare il voto a maggio, da due-tre mesi a questa parte, non è mai
stata concretamente sponsorizzata da Sua Emittenza. Il 9 aprile dunque costituisce
di fatto l'unica data che rende praticabile l'aggiramento dell'election day.
Anche perché, l'ultimo sondaggio commissionato da Via del Plebiscito, indica
un distacco di 5 punti del centrodestra rispetto all'Unione. Un gap difficile
da colmare e che diventerebbe impossibile da compensare se in campo scendessero
i sindaci, gli amministratori ulivisti e i tanti candidati delle liste locali.
Senza dimenticare che i risultati dell'Unione in questo tipo di competizione
sono sempre stati premianti rispetto al voto nazionale. «La campagna elettorale
si trasformerebbe in una guerra - ammonisce il Cavaliere - e io farei la fine
di Pinocchio che viene processato e mandato in galera perché derubato». Secondo
Berlusconi, dunque, è «necessario» far girare il «vento» che ha permesso a Prodi
di esultare alle primarie. Una delle mosse, allora, è stoppare l'election day
e poi rendere evidente l'appoggio che alcuni settori del mondo imprenditoriale
hanno manifestato a favore dell' Unione. «Quei banchieri che sono andati ai
seggi delle primarie - attacca - l'hanno fatto perché sono di sinistra o perché
volevano farsi vedere e riconoscere? Bisogna rompere questo giochetto».
Non solo. A Palazzo Chigi, considerano ormai indispensabile
aprire le urne ad aprile anche per un altro motivo: evitare che l'ingorgo istituzionale
possa assumere dimensioni maggiori e produrre effetti ancor più negativi per
la Casa delle libertà. Perché nella scaletta personale del Cavaliere, dopo il
voto, c'è prima la formazione del governo e quindi l'elezione del nuovo capo
dello Stato. «Se vinciamo, e sono sicuro di vincere, in questo modo prima si
mette al riparo la presidenza del consiglio e poi si passa al Quirinale». Una
vicenda quest'ultima che può scombussolare la maggioranza e soprattutto delegittimare
il candidato premier se bruciato» da qualche voto negativo nella seduta congiunta
del Parlamento. «Invece - ha spiegato Berlusconi - bisogna fare tutte le
cose con calma: si vota ad aprile, poi Ciampi incarica il
nuovo presidente del consiglio e poi si sceglie il successore al Colle». E per
seguire pedissequamente questo scadenzario - tutto da verificare sul piano costituzionale
- il 9 aprile viene giudicata a Palazzo Chigi 1' ultima data utile, considerato
appunto che il mandato del presidente della Repubblica scade il 10 maggio. Dopo
di che la "prorogatio" sarebbe formalizzata e le nuove Camere sarebbero
obbligate a procedere preventivamente con la nomina del nuovo capo dello Stato.
In più, lo stesso Ciampi ha fatto pervenire al governo il «consiglio» di non
indire le elezioni troppo a ridosso della fine del settennato. Proprio per non
rendere più complesso il cosiddetto ingorgo istituzionale. «Al Quirinale hanno
sempre rivendicato puntualmente le loro competenze -ha ricordato il premier
- e io ho tutte le intenzioni di rispettarle. Ogni volta che ho parlato di presidente
del consiglio, mi hanno fatto notare che sono loro a nominarlo. Quindi...».
di CLAUDIO TITO
La Repubblica 19-10-2005
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