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Romano Prodi sbanca il voto delle primarie senza avere mai
sbancato l'Auditel. Intendiamoci, una scelta voluta e studiata, quasi che i
comunicatori del leader unionista abbiano voluto sottolineare la distanza del
Prof da questa televisione, pubblica o privata che sia, di destra o di sinistra.
Prova ne è la «rumorosa» assenza di Prodi dalla trasmissione
forse più sensibile ai messaggi ulivisti, cioè Ballarò, dove finora non si è
mai visto. A differenza di Fassino e Rutelli, ospitati nel molto seguito salotto
di Floris per ben sette volte ciascuno nell'ultimo anno (settembre 2004/settembre
2005).
Insomma il metamessaggio dell' ex presidente del Consiglio
è chiaro: si vince anche senza la tv, anche quella più simpatetica e militante.
Una vittoria ancor più fragorosa se si considera in parallelo che il sistema
Mediaset sta subendo in modo sempre più pesante le pressioni di normalizzazione
polista, tanto che ieri i tg del Cavaliere, pur dando correttamente la notizia,
enfatizzavano oggettivamente oltre il dovuto la fronda interna di Mastella,
come a dire che a sinistra anche quando vincono litigano...
Tuttavia, evidenziare che la vittoria di Prodi sia solo un
plebiscito contro la televisione sarebbe sbagliato. Intanto, l'affluenza record
parte dal lontano. Precisamente dal 2002, anno in cui, freschi di batosta elettorale,
i diessini decisero di trasformare l'esilio televisivo in un punto di forza
sviluppando un «ritorno al territorio» capillare e palmo a palmo. Ricordate?
Piero Fassino, al congresso di Pesaro eredita un partito demotivato, scollato,
impiccato a equilibrismi politico mediatici assolutamente autoreferenziali.
Il ritorno al territorio della gauche faceva quindi di necessità virtù ma fu
un'intuizione sacrosanta: più circoscrizioni, più sezioni, più comizi in risposta
all'esclusione dal mezzo radiotelevisivo.
In secondo luogo, al netto del marketing politico, la scelta
di Prodi di identificarsi sul piano mediatico all'area diessina (l'investitura
al Congresso di febbraio al PalaLottomatica), ha gettato le basi di un piano
di comunicazione efficace: individuare un core business (cioè la Quercia) attorno
al quale costruire il consenso. Anche a costo di creare frizioni con la Margherita.
A proposito di Margherita: Prodi, giustamente incalzato da
Rutelli, ben sapeva che il consenso della base ex comunista non sarebbe bastato,
di qui l'insistenza sulla sopravvivenza anche mediatica dell'idea ulivista da
coltivare appunto attraverso le primarie. Detto fatto: i dati di ieri vanno
ben al di là della dimensione strettamente partitica, e forse per la prima volta
sconfinano davvero in quella mitica area moderata, utilizzando l'apparato come
cavallo di troia per la conquista di consensi fuori dall'area di riferimento.
Non basta. Il voto di domenica suggerisce altre due considerazioni.
Uno. In comunicazione la continuità di nomi, simboli e volti è sempre un valore
prezioso. Non a caso le case automobilistiche non cambiano più i nomi dei loro
prodotti leader, sanno che è un suicidio, una scelta impopolare. Traslando sull'Unione:
l'esigenza di unità, armonia, coesione e riconoscibilità è assolutamente reale.
Le risse hanno stancato. Il popolo dell' Unione ha scelto chiaramente Prodi
e mandato un segnale netto ai suoi leder: state uniti. Per chi si occupa di
strategie di comunicazione, si tratta di un'assoluta ovvietà; per la comunicazione
politica italiana (e qui la critica di Prodi ai giornali trova un reale fondamento),
un amaro monito.
Due. L'affluenza di ieri ha provocato anche una specie di
inversione di ruoli. Mi spiego: una parte dell'Unione sembra ormai aver smesso
di demonizzare il premier (la partecipazione di ieri è stata tutta positiva
e gioiosa, non livida), confinando nel ruolo degli antipatici Pierini i vari
Cicchitto, Gardini, Bondi e Calderoli che hanno dedicano una buona dose delle
loro dichiarazioni pubbliche a parlar male della sinistra e degli avversari.
Con la coda francamente patetica del ministro La Loggia, che via tg e radio
ha ridicolizzato la scelta di quattro milioni di italiani, un harakiri del marketing
berlusconiano un tempo impensabile.
Resta il fatto, per concludere, che se l'Unione dovesse davvero
vincere le prossime elezioni, lo farà senza passare da un'overdose di tv, in
specie quella militante che ne decretò nel 2001 una memorabile, storica sconfitta.
Una filosofia della comunicazione che se si ripetesse, si dimostrerebbe inutile,
dannosa e controproducente, elezioni alla mano. Con un candidato che del gioco
dell'assenza in video ne fa un efficace tratto identitario, foriero, lo speriamo,
di una futura autonomia del sistema radiotelevisivo dai partiti. Ma soprattutto,
il voto di domenica spinge il centrosinistra a essere meno videofobico senza
dimenticare il territorio. Le due cose si tengono. Una scelta che alla gente
sembra piacere.
Klaus Davi
LA STAMPA 18-10-2005
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