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ottobre 11, 2005

Osservatorio Politico di Roberto D'Alimonte

RAPPRESENTANZA E STABILITÀ

Il maggioritario ha difetti Questa legge li peggiora

 

 La riforma elettorale della Casa delle libertà solleva questioni di metodo e di merito. Sul primo punto si è espresso recentemente il presidente della Camera, Pier Ferdinando Casini, affermando con forza il «diritto della maggioranza» a riformare le regole di voto. Questo diritto esiste, senza dubbio. La materia elettorale non è materia costituzionale. La questione è molto semplice: se i costituenti avessero voluto proteggere questa regola del gioco dalle insidie del principio di maggioranza l'avrebbero costituzionalizzata. Non lo hanno fatto.

Quindi dobbiamo concludere, piaccia o no, che il legislatore ha preferito questa soluzione a quella di irrigidire un meccanismo che può essere utile poter adattare alle mutate condizioni politiche senza dover ricorrere a supermaggioranze, che in una materia che tocca interessi vitali di chi la deve approvare, sono difficili da assemblare. Un argomento forte.

Ma esiste un altro argomento altrettanto convincente che fa a pugni con questo. Se si accetta la legittimità dell'uso del principio di maggioranza in materia elettorale la conseguenza logica e politica è quella di inserire nel sistema delle regole un elemento di permanente instabilità. L'uso di questo principio da parte della Cdl oggi legittima l'uso dello stesso principio da parte di future e diverse maggioranze domani. In tal modo si crea un fortissimo incentivo distruttore dell'ordine politico; un incentivo a manipolare a favore di una parte le regole comuni che presiedono alla formazione della rappresentanza e del governo del Paese. Ogni vincitore sarà allora tentato di usare la posizione di vantaggio di cui gode per acquisire benefici di parte che gli consentano di non perdere le elezioni o di perderle meglio. Con quali conseguenze sulla stabilità e legittimità del sistema? Ora, può anche succedere che alla fine di un processo, più o meno lungo, in cui ciascuna maggioranza si fa le regole di voto che vuole il sistema trovi un equilibrio intorno a un dato meccanismo elettorale. Ma nessuno garantisce che questo avverrà né è in grado di dire con quali costi in termini di stabilità per il Paese. È per questo motivo che le regole del gioco, anche se non protette da una norma costituzionale, dovrebbero far parte di una convenzione non scritta che le sottragga alla politica degli interessi di parte.

E se la riforma voluta dalla Cdl non ricadesse nella categoria degli interessi di parte? Se fosse una riforma tendente a risolvere problemi di interesse generale del Paese? Potremmo allora concludere che in queste caso l'uso del principio di maggioranza sia giustificato? E qui che la questione del metodo si intreccia con quella del merito.

Questa riforma consolida o indebolisce il bipolarismo? Aumenta o riduce la frammentazione del sistema partitico? Rafforza o attenua il principio che le elezioni siano un vero "giorno del giudizio" per chi ha governato e per chi aspira a governare? E soprattutto questa riforma favorisce o meno la capacità dei governi di durare e di decidere? Sono queste le domande cui i suoi sostenitori dovrebbero rispondere. Perché questi sono i nodi da sciogliere per migliorare veramente il funzionamento della nostra democrazia.

Ebbene, la nostra opinione è che questa riforma, che pure non consideriamo un attentate alla democrazia, non serva alle scopo. Lo diciamo pur essendc convinti che l'attuale sistema elettorale non sia senza difetti Li ha puntualmente enumerati il presidente della Confindustria, Luca Cordero di Montezemolo, nel convegno di Capri e ieri li ha ribaditi il vicepresidente degli imprenditori, Marcc Tronchetti Provera, in un'intervista al Corriere della Sera Questo maggioritario non ha garantito il grado di governabilità che si aspettavano i tanti sostenitori del referendum del 1993 Certamente dovrebbe essere riformato e soprattutto completato con una serie di misure che facilitino il funzionamento di una democrazia bipolare. Dai poteri del Governo ai regolamenti parlamentari, al finanziamento pubblico dei partiti, tanto per citare alcuni esempi.

Ma ciò premesso, siamo al. trettanto convinti che un sistema proporzionale con premio di maggioranza non sia migliore dell'attuale perché non è i sistema adatto a risolvere i nostri problemi di governabilità La natura proporzionale del si stema non farà che accrescere la competizione tra partiti, rendendo le coalizioni ancora pii ingestibili. Il sistema delle so glie di sbarramento per avere seggi non è sufficiente a ridurre la frammentazione e anzi una delle norme attualmente previste non farà che alimentarla ulteriormente soprattutto a livelle locale. La presenza del premic di maggioranza favorisce sì la creazione di coalizioni pre-elettorali, quindi un assetto bipolare, ma sarà un bipolarismo molto più debole dell'attuale. Un bipolarismo non cementato da candidati comuni e soprattutto senza incentivi alla formazione di grandi partiti di cui abbiamo bisogno per essere una democrazia ben funzionante. Né le coalizioni saranno più stabili e più omogenee. Il premio di maggioranza previsto è troppo basso per assicurare governi capaci di durare e di decidere in un contesto di elevata frammentazione partitica. Ed è certo che Rifondazione e Lega saranno comunque necessarie per vincere e governare a causa del premio di maggioranza.

E questo vale anche per i partiti più piccoli il cui potere di ricatto non diminuirà ma aumenterà perché saranno liberi di entrare e uscire a piacimento dalle coalizioni dato che il sistema proporzionale garantirà loro comunque una presenza in Parlamento pari alla loro consistenza elettorale. Avremo così le stesse coalizioni "acchiappatutto" di oggi, altrettanto frammentate ed eterogenee, senza quel forte vincolo coalizionale rappresentato dal collegio uninominale. In sintesi, coalizioni più deboli e partiti più forti. E questo ciò di cui ha bisogno'il Paese per affrontare soprattutto i nodi dell'economia che richiedono scelte coraggiose? Un esempio su tutti: sarà certamente più difficile la strada delle liberalizzazioni.

E infine non è nemmeno certo che il premio serva a garantire nel tempo un assetto bipolare. Contiene un paradosso che è impossibile eliminare. Nel sistema proposto viene assegnato alla coalizione con più voti indipendentemente dal loro ammontare, che potrebbero essere anche meno del 30 per cento. Questo può incoraggiare alcuni partiti a tentare la strada del terze polo. Ma se fosse inserita una soglia di voti più elevata - diciamo il 40% - per ottenere il premio, diventerebbe un incentivo per gli stessi partiti a non entrare in coalizione proprio per non farlo scattare. E in questo caso il sistema si trasformerebbe in un sistema proporzionale puro. E così torneremmo definitivamente all'antico. n conclusione, questo è un sistema che creerà maggiore instabilità e un minore legame tra elettori ed eletti. Qualcuno, soprattutto nell'opposizione, si potrà consolare col pensiero che domani possa essere sostituito con un sistema più virtuoso. Il Centro-sinistra nelle sue critiche al disegno di legge sbaglia spesso i toni: dalle accuse di attentato alla democrazia al curioso rovesciamento (lo notava ieri il "Riformista") della posizione sul tema dei poteri del premier. Davanti alla riforma costituzionale del Centro-destra si paventava il pericolo che fossero eccessivi, oggi ci si lamenta perché il proporzionale li indebolirebbe in misura inaccettabile.

Purtroppo, il nuovo sistema elettorale va incontro ai desideri di troppi partiti. Solo le elezioni vicine e i calcoli di parte nascondono le vere preferenze degli attori in gioco. E, passate le elezioni, si cristallizzeranno interessi forti legati al suo mantenimento. Sarà difficilissimo in futuro mettere insieme una maggioranza per cambiarlo. In prospettiva rappresenta un punto di equilibrio stabile. Ma è un equilibrio che tiene conto degli interessi dei partiti e della classe politica e non degli interessi del Paese. Per questo ci auguriamo che il dibattito parlamentare serva a chiarire che non è la riforma di cui abbiamo bisognc oggi. È una questione sia di metodo che di merito.

ROBERTO D'ALIMONTE

Il Sole 24 Ore 11-10-2005