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La riforma elettorale della Casa delle libertà solleva
questioni di metodo e di merito. Sul primo punto si è espresso recentemente
il presidente della Camera, Pier Ferdinando Casini, affermando con forza il
«diritto della maggioranza» a riformare le regole di voto. Questo diritto esiste,
senza dubbio. La materia elettorale non è materia costituzionale. La questione
è molto semplice: se i costituenti avessero voluto proteggere questa regola
del gioco dalle insidie del principio di maggioranza l'avrebbero costituzionalizzata.
Non lo hanno fatto.
Quindi dobbiamo concludere, piaccia o no, che il legislatore
ha preferito questa soluzione a quella di irrigidire un meccanismo che può essere
utile poter adattare alle mutate condizioni politiche senza dover ricorrere
a supermaggioranze, che in una materia che tocca interessi vitali di chi la
deve approvare, sono difficili da assemblare. Un argomento forte.
Ma esiste un altro argomento altrettanto convincente che
fa a pugni con questo. Se si accetta la legittimità dell'uso del principio di
maggioranza in materia elettorale la conseguenza logica e politica è quella
di inserire nel sistema delle regole un elemento di permanente instabilità.
L'uso di questo principio da parte della Cdl oggi legittima l'uso dello stesso
principio da parte di future e diverse maggioranze domani. In tal modo si crea
un fortissimo incentivo distruttore dell'ordine politico; un incentivo a manipolare
a favore di una parte le regole comuni che presiedono alla formazione della
rappresentanza e del governo del Paese. Ogni vincitore sarà allora tentato di
usare la posizione di vantaggio di cui gode per acquisire benefici di parte
che gli consentano di non perdere le elezioni o di perderle meglio. Con quali
conseguenze sulla stabilità e legittimità del sistema? Ora, può anche succedere
che alla fine di un processo, più o meno lungo, in cui ciascuna maggioranza
si fa le regole di voto che vuole il sistema trovi un equilibrio intorno a un
dato meccanismo elettorale. Ma nessuno garantisce che questo avverrà né è in
grado di dire con quali costi in termini di stabilità per il Paese. È per questo
motivo che le regole del gioco, anche se non protette da una norma costituzionale,
dovrebbero far parte di una convenzione non scritta che le sottragga alla politica
degli interessi di parte.
E se la riforma voluta dalla Cdl non ricadesse nella categoria
degli interessi di parte? Se fosse una riforma tendente a risolvere problemi
di interesse generale del Paese? Potremmo allora concludere che in queste caso
l'uso del principio di maggioranza sia giustificato? E qui che la questione
del metodo si intreccia con quella del merito.
Questa riforma consolida o indebolisce il bipolarismo? Aumenta
o riduce la frammentazione del sistema partitico? Rafforza o attenua il principio
che le elezioni siano un vero "giorno del giudizio" per chi ha governato
e per chi aspira a governare? E soprattutto questa riforma favorisce o meno
la capacità dei governi di durare e di decidere? Sono queste le domande cui
i suoi sostenitori dovrebbero rispondere. Perché questi sono i nodi da sciogliere
per migliorare veramente il funzionamento della nostra democrazia.
Ebbene, la nostra opinione è che questa riforma, che pure
non consideriamo un attentate alla democrazia, non serva alle scopo. Lo diciamo
pur essendc convinti che l'attuale sistema elettorale non sia senza difetti
Li ha puntualmente enumerati il presidente della Confindustria, Luca Cordero
di Montezemolo, nel convegno di Capri e ieri li ha ribaditi il vicepresidente
degli imprenditori, Marcc Tronchetti Provera, in un'intervista al Corriere della
Sera Questo maggioritario non ha garantito il grado di governabilità che si
aspettavano i tanti sostenitori del referendum del 1993 Certamente dovrebbe
essere riformato e soprattutto completato con una serie di misure che facilitino
il funzionamento di una democrazia bipolare. Dai poteri del Governo ai regolamenti
parlamentari, al finanziamento pubblico dei partiti, tanto per citare alcuni
esempi.
Ma ciò premesso, siamo al. trettanto convinti che un sistema
proporzionale con premio di maggioranza non sia migliore dell'attuale perché
non è i sistema adatto a risolvere i nostri problemi di governabilità La natura
proporzionale del si stema non farà che accrescere la competizione tra partiti,
rendendo le coalizioni ancora pii ingestibili. Il sistema delle so glie di sbarramento
per avere seggi non è sufficiente a ridurre la frammentazione e anzi una delle
norme attualmente previste non farà che alimentarla ulteriormente soprattutto
a livelle locale. La presenza del premic di maggioranza favorisce sì la creazione
di coalizioni pre-elettorali, quindi un assetto bipolare, ma sarà un bipolarismo
molto più debole dell'attuale. Un bipolarismo non cementato da candidati comuni
e soprattutto senza incentivi alla formazione di grandi partiti di cui abbiamo
bisogno per essere una democrazia ben funzionante. Né le coalizioni saranno
più stabili e più omogenee. Il premio di maggioranza previsto è troppo basso
per assicurare governi capaci di durare e di decidere in un contesto di elevata
frammentazione partitica. Ed è certo che Rifondazione e Lega saranno comunque
necessarie per vincere e governare a causa del premio di maggioranza.
E questo vale anche per i partiti più piccoli il cui potere
di ricatto non diminuirà ma aumenterà perché saranno liberi di entrare e uscire
a piacimento dalle coalizioni dato che il sistema proporzionale garantirà loro
comunque una presenza in Parlamento pari alla loro consistenza elettorale. Avremo
così le stesse coalizioni "acchiappatutto" di oggi, altrettanto frammentate
ed eterogenee, senza quel forte vincolo coalizionale rappresentato dal collegio
uninominale. In sintesi, coalizioni più deboli e partiti più forti. E questo
ciò di cui ha bisogno'il Paese per affrontare soprattutto i nodi dell'economia
che richiedono scelte coraggiose? Un esempio su tutti: sarà certamente più difficile
la strada delle liberalizzazioni.
E infine non è nemmeno certo che il premio serva a garantire
nel tempo un assetto bipolare. Contiene un paradosso che è impossibile eliminare.
Nel sistema proposto viene assegnato alla coalizione con più voti indipendentemente
dal loro ammontare, che potrebbero essere anche meno del 30 per cento. Questo
può incoraggiare alcuni partiti a tentare la strada del terze polo. Ma se fosse
inserita una soglia di voti più elevata - diciamo il 40% - per ottenere il premio,
diventerebbe un incentivo per gli stessi partiti a non entrare in coalizione
proprio per non farlo scattare. E in questo caso il sistema si trasformerebbe
in un sistema proporzionale puro. E così torneremmo definitivamente all'antico.
n conclusione, questo è un sistema che creerà maggiore instabilità e un minore
legame tra elettori ed eletti. Qualcuno, soprattutto nell'opposizione, si potrà
consolare col pensiero che domani possa essere sostituito con un sistema più
virtuoso. Il Centro-sinistra nelle sue critiche al disegno di legge sbaglia
spesso i toni: dalle accuse di attentato alla democrazia al curioso rovesciamento
(lo notava ieri il "Riformista") della posizione sul tema dei poteri
del premier. Davanti alla riforma costituzionale del Centro-destra si paventava
il pericolo che fossero eccessivi, oggi ci si lamenta perché il proporzionale
li indebolirebbe in misura inaccettabile.
Purtroppo, il nuovo sistema elettorale va incontro ai desideri
di troppi partiti. Solo le elezioni vicine e i calcoli di parte nascondono le
vere preferenze degli attori in gioco. E, passate le elezioni, si cristallizzeranno
interessi forti legati al suo mantenimento. Sarà difficilissimo in futuro mettere
insieme una maggioranza per cambiarlo. In prospettiva rappresenta un punto di
equilibrio stabile. Ma è un equilibrio che tiene conto degli interessi dei partiti
e della classe politica e non degli interessi del Paese. Per questo ci auguriamo
che il dibattito parlamentare serva a chiarire che non è la riforma di cui abbiamo
bisognc oggi. È una questione sia di metodo che di merito.
ROBERTO D'ALIMONTE
Il Sole 24 Ore 11-10-2005
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