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agosto 7, 2005

LA SINDROME DEL CONTROLLO AVANZA

Convivono però segnali contrari: voglia di privacy e desiderio di apparire

«Ma le intercettazioni che vengono fatte riguardano anche noi?»; così esordiva ieri mattina alla radio la telefonata di un cittadino, uno qualunque, al garante della privacy Stefano Rodotà. E su uno dei principali quotidiani appariva lappello alla privacy di un signore, preoccupato che la gente in coda alla cassa potesse "vedere" i suoi dati personali mentre, al supermercato, firmava un ticket-restaurant.

Segnali di angoscia. L' angoscia di venir ascoltati, registrati o addirittura filmati comincia a serpeggiare nel nostro paese. Memori, almeno alcuni di noi, del comportamento di Gene Hackman nel famoso film di Coppola La conversazione, sembrano emergere i primi segnali di una possibile paranoia collettiva: il Grande Fratello ci sta spiando davvero?

Attraverso i nostri conti correnti, le tessere del bancomat o della carta di credito, la fidelity card dei supermercati e dei centri commerciali o la tessera sanitaria, le centinaia di telecamere segrete ai caselli autostradali, negli uffici pubblici o nelle banche, negli alberghi e nei villaggi-vacanze; perfino la presenza davanti al computer nei luoghi di lavoro può oggi venir facilmente controllata, e le navigazioni su Internet, così come il numero di telefonate fatte e i destinatari di queste conversazioni telefoniche.

Ogni nostra azione, ogni nostra parola, ogni nostro comportamento, negli acquisti, nei consumi o sul lavoro, viene registrato e memorizzato: potrebbe rappresentare un elemento di giudizio nei nostri confronti. Potremmo essere licenziatí, o multati, o considerati dei cattivi cittadini sulla base delle informazioni che si dispongono su ciascun aspetto della nostra vita. Ognuno di noi diventa importante, decisivo ai fini della buona coesione sociale.

Negli ultimi tempi poi, a causa del crescente timore del terrorismo, i controlli vengono intensificati. Fino a sfiorare la lesione del diritto individuale della privacy: come riesco a sapere se tu sei o meno un potenziale terrorista, se non posso avere informazioni dettagliate e preventive su di te? E come posso ottenere queste informazioni se non ledendo la tua privacy?

E' una sorta di "gatto che si morde la coda", una specie di "Comma 22" applicato non più ai soldati ma, poco alla volta, all' intera popolazione mondiale: ti controllo oggi, costantemente, per evitare che tu in futuro possa compiere azioni illecite; e se ti rifiuti di venir controllato significa che hai qualcosa da nascondere, forse che hai in mente di compierle, queste azioni illecite...

Ma la sindrome del controllo avanza. Da un pò di tempo si sta intensificando anche tra i potenziali intervistati delle indagini demoscopiche, tra chi cioè viene contattato per rispondere alle semplici domande di un questionario per un sondaggio di opinione. Come noto, sono ormai molti (almeno il 70-80% dei contatti) i cittadini che rifiutano l' intervista, adducendo motivazioni a volte serie a volte pretestuose; tra questi, una percentuale sempre crescente lo fa perché teme che il suo nome possa venir associato alle risposte che egli fornirà e che, forse, potrebbero essere inserite in una sorta di data-base politico o sociale. Un giorno, chissà, quelle sue dichiarazioni verranno utilizzate contro di lui, gli verranno negati dei diritti (o dei favori) sulla base delle opirioni espresse quel giorno in cui, preso alla sprovvista, aveva dichiarato senza rifletterci la sua alterità a Berlusconi oppure a Prodi.

E non si tratta di esagerate illazioni. Sono parole e preoccupazioni che ho sentito pronunciare da un mio studente ad un master unìversitario sulla comunicazione politica. Un esperto della materia, dunque. Se questa sindrome è presente in lui (e nei suoi colleghi di corso che assentivano), possiamo figurarci quale sia l'opinione di cittadini un poco più sprovveduti, quale- la loro possibile sensazione di costante accerchiamento. Segnali di angoscia. Che convivono, però, con segnali di natura contraria: parlando in un cellulare, tutti raccontano a tutti i fatti propri, ad alta voce, in qualsiasi scompartimento ferroviario, in autobus, in ogni luogo in cui si trovano, perfino al cinema. O vanno in tv, oppure alla radio, a parlare dei propri problemi di coppia, dei difficile rapporto con i figli, con il vicino, con il compagno di lavoro. Senza un' ombra di vergogna. E si beano di finire sugli schermi televisivi, per venir riconosciuti; al limite anche come ultras, come piccoli delinquenti. Basta apparire.

Sono strani, gli italiani: vogliono tutelare la propria privacy, ma fanno di tutto per non tutelarla. Loro per primi.

PAOLO NATALE

EUROPA 04-08-2005