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agosto 4, 2005

MAPPE di Ilvo Diamanti / L'ITALIA CHE PRETENDE LA SERIE A GARANTITA

È UN'ITALIA in rivolta. Focolai di protesta, in diversi punti del paese. Senza rispettare le tradizionali divisioni: nord e sud, metropoli e provincia. Non è la disoccupazione, ad accendere questi fuochi, a mobilitare le persone. Né la guerra, la corruzione politica oppure la minaccia d'un inceneritore vicino a casa propria. È il calcio. La retrocessione della squadra locale in serie B o, peggio, in C.

PARALLELAMENTE: la richiesta che la squadra della propria città venga "ripescata", in serie A o B. Per demeriti fiscali e morali. Altrui. Così, assistiamo a blocchi autostradali. A Genova. Mentre i tifosi del Messina ostacolano i traghetti che fanno servizio sullo Stretto. E separano la Sicilia dalla penisola. Ma la protesta si propaga: a Bologna come a Perugia.A Napoli come a Torino e a Vicenza. Dovunque, i tifosi promettono proteste clamorose. E i loro capicurva minacciano ritorsioni politiche. Contro i parlamentari locali, incapaci di difendere adeguatamente gli interessi della città. Tanto rumore per così poco, potrebbe osservare, fra il sorpreso e l'indignato, qualche commentatore fuori tempo e fuori luogo. Che non avesse capito bene le cose italiane. Quasi che il calcio, la politica, la finanza, l'economia e i media -viaggiassero lungo strade diverse e separate. In Italia. Quasi che la società assistesse, innocente e passiva, vittima di un gioco che altri praticano, senza di lei. Non è così, naturalmente. Il calcio, la politica, la finanza e l'impresa si intrecciano e si annodano. E la società, una parte ampia di essa, contribuisce, attivamente, a produrre questo viluppo inestricabile.

D'altronde, siamo un paese in cui il presidente del Consiglio e anche il patron (padrone) del Milan e di Mediaset, la maggiore catena mediatica privata. Che sul calcio fonda una parte significativa del suo fatturato. Della sua audience. E che sul calcio investe molto (come dimostra, da ultima, la vicenda dei diritti in chiaro della serie A).

Un paese in cui il nome del partito di maggioranza relativa risuona come l'incitamento alla nazionale sportiva: Forza Italia! E i suoi iscritti hanno lo stesso "colore politico" dei giocatori delle nazionali: azzurri. Siamo nel paese dove a un politico, di qualsiasi schieramento, conviene tifare per un club. Ostentare la propria "fede" calcistica. Assistere alla partita, posizionato in snodo ben visibile nelle tribune (posti gratuiti, riservati alle autorità, naturaliter). Siamo nel paese in cui i tele-bar, a partire da quello gestito da Biscardi (da sempre il meglio), sono affollati da (pochi) addetti ai lavori. E da molti leader e giornalisti politici, avvocati, magistrati e imprenditori. Cose note, si dirà. Tanto note e tanto "consumate" che neppure ce ne accorgiamo più. Ci passano davanti agli occhi e neppure le vediamo. Perché, questo è il problema, non c'è più confine, fra questi mondi e la nostra vita. Dovunque, la stessa, desolante perdita del limite. Normativo ed etico. La stessa, desolante abitudine all'amorale pubblica, alla furberia come requisito per conquistare il successo. Al bypassamento delle regole come regola.

Si è abituata, la società-tifosa, all'imprenditorialità rapace e tele-narcisa, che confida nella complicità delle istituzioni, nella logica dei condoni, nel "nero" alla luce del sole, nei debiti mai saldati, nel salvataggio delle banche. Imprenditori piccoli, medi, grandi e grandissimi che hanno fatto del calcio una vetrina. E un business. Gestendo i bilanci secondo i criteri della "finanza creativa". Secondo la moda politica del tempo. Imprenditori emersi e affondati, insieme alle loro squadre. E alle loro città.

Ma questo degrado ha trascinato con sé anche la società, Una parte ampia e importante della società. Che, ormai, assiste al calcio, condividendone lo stesso cinismo. Lo stesso dis-incanto etico.

Guardiamo l'indagine sulla popolazione, condotta di recente da Demos per Limes (e pubblicata nel quaderno speciale intitolato "La palla non è rotonda"). Il 43% degli italiani tifa per una squadra. Il 32% in modo molto intenso. Metà dei tifosi, peraltro, non si limita ad amare la propria squadra. Ma ne "odia" un'altra. Un popolo di militanti, che ha sostituito (o assimilato) la passione calcistica a quella politica (anche perché, come abbiamo detto, la distanza fra questi mondi si è pressoché vanificata. D'altronde, tempo fa, ho sentito mio figlio minore chiarire a un amico: «Mio fratello è comunista, io sono del Chievo»). Nonostante dimostrino, gli italiani, scarsa o nulla fiducia nel calcio. L'80% di loro (senza troppe differenze fra tifosi e non), infatti, ritiene il calcio non credibile "perché ci sono troppi interessi sotto"; il 60% "perché è al centro di troppi interessi politici". Mentre solo una minoranza ridotta (il 39% fra i tifosi e il 26% fra quanti non lo sono) ritiene che "il calcio è uno sport vero, dove vince il migliore". Continuano a seguire il calcio, gli italiani. E a tifare. "Nonostante". Rassegnati al sospetto. All'iniquità.

O forse no. Forse più che di rassegnazione, conviene parlare di "adeguamento". Ri-conversione. Tifano sapendo che nel calcio le regole contano fino a un certo punto. Che, come suggerisce Edmondo Berselli, si tratta di una competizione "asimmetrica". Dove alcuni club-due, al più tre-esercitano un potere superiore a tutti gli altri: sugli arbitri, sul mercato, sulle regole, sui media. Che molti gol inesistenti convalidati, molti gol validi annullati, molte ammonizioni e molte espulsioni inique, non sono riconducibili - solo - all'errore umano. Alla sfortuna. Ma tifano egualmente. Perché, comunque, considerano il potere, la furbizia, l'irregolarità, elementi connaturati al calcio. Come, peraltro, avviene in altri ambiti, ben più "autorevoli". La politica. Il mercato. La finanza. (Chi può pretendere di far credere, oggi, che nelle vicende bancarie l'arbitro sia imparziale? Che le imprese agiscano in un regime senza monopoli e senza privilegi? Che il mercato "economico e finanziario", in Italia, sia aperto e trasparente?). La vita di tutti i giorni.

Per cui non si tifa "nonostante". Ma proprio "perché," il calcio è così. Malmostoso e opaco. E ci si indigna quando le regole vengono applicate e la tua squadra viene penalizzata o esclusa. Ma non contro il presidente e il manager, che hanno truccato i bilanci, evaso il fisco, non hanno pagato gli stipendi ai giocatori; né contro quelli che hanno comprato/venduto una partita, taroccato un incontro, corrotto un giocatore oppure un arbitro. Ci si indigna, piuttosto, contro le istituzioni e i giudici che, per una volta, fanno rispettare le regole e ne traggono le conseguenze. Perché... non è previsto. Sanzionare le irregolarità in un mondo per definizione sregolato. E irregolare. Inaccettabile. Così, contro l'ingiustizia della giustizia sportiva che pretende di fare giustizia giusta, si ricorre alla giustizia ordinaria. E si esercita pressione, attraverso la mobilitazione collettiva.

Diffusa e localista. Come gli allevatori, i controllori di volo, gli autoferrotranvieri. Producendo disagio agli utenti incolpevoli, per suscitare malessere sociale. Fino all'estremo limite: bloccare il campionato. Il che significherebbe disorientare la società, disarmare i media e tutti gli - enormi - interessi collegati al fenomeno.Ancora: i tifosi minacciano le forze politiche locali, iparlamentari e i partiti. Di non votarli. Divotare contro di loro. E, d'altronde, "i politici" sono particolarmente sensibili al clima dell'opinione pubblica. Turbata dalle tempeste sportive.

Questa società. Indulgente, verso ogni pulsione locale e localista. Abituata a disattendere le regole. E a ricevere, dalle istituzioni e dai governi, il condono. Ha perduto il senso della colpa e del peccato. Del mercato e della competizione. Per cui rivendica: da Genova a Messina, da Torino a Bologna. Tutti in serie A. E non si accorge che, ormai, siamo retrocessi tutti in serie B.

E forse anche in C1.

Ilvo Diamanti

La Repubblica  31-07-2005