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luglio 11, 2005

Calcio & Politica
PROPRIO VERO, LA POLITICA È ANDATA NEL PALLONE (OPPURE È IL CONTRARIO?)

Due mondi ormai legati a filo doppio. Colpa dei media e del vuoto lasciato dal crollo dei partiti. Ma soprattutto della discesa in campo di Berlusconi. Che ha vinto le elezioni ma ha perso i tifosi di sinistra del suo Milan

E difficile scindere la politica dal calcio, ìn Italia (e non solo). Hanno sempre camminato insieme, perché il calcio è lo sport più popolare, il più seguito. Quello che suscita maggiore passione. Da sempre. E da sempre è stato, per questo, veicolo di promozione politica. Per dirigenti e presidenti che intendevano monetizzare sul piano elettorale il consenso ottenuto grazie al calcio. Per parlamentari e leader che, frequentando il mondo del calcio, cercavano di ricavarne beneficio e sostegno politico, anche quando il loro tifo non era strumentale, esibito tatticamente.

D'altronde, non è solo la popolarità a rendere il calcio un buon veicolo di consenso politico. È che, più di altri sport, più di altre passioni, assomiglia alla politica, ne accompagna, riflette e prepara le trasformazioni. Riproduce fedelmente, per esempio, la politica della Prima repubblica, caratterizzata dai partiti di massa: soggetti capaci di suscitare appartenenza, di promuovere identità, dotati di un seguito popolare ampio, organizzato, attivo. Come le squadre di calcio, appunto.

Molto è cambiato, peraltro, nel rapporto fra il calcio e la politica, nel corso della Seconda repubblica. Perché è cambiato il calcio e, prima ancora, è cambiata la politica. La politica e i partiti hanno perso la capacità di generare passione, di mobilìtare le persone. La loro presenza e loro influenza nella società sono sfumate. A differenza del calcio, che riempie la vita di tutti i giorni, più di prima.

Infatti, se solo una persona su dieci si dichiara impegnata politicamente, quasi una su due si dice tifoso. Il 35 per cento lei tifosi si sente un «militante» della squadra per cui tifa. Sostenitore appassionato e partecipe.

Ciò che accomuna, con diversi e opposti esiti, il calcio e la politica, nel nostro tempo, sono i media, è l'importanza che hanno assunto, per entrambe queste attività, i giornali e soprattutto la televisione. Il calcio è spettacolo televisivo quotidiano, durante tutto l'anno. Il tempo che gli è dedicato ìn tv, al pari della spazio che gli è riservato dai giornali, sì è dilatato senza limiti. Ognì lamentazione circa l'effetto di saturazione prodotto da tanta esposizione, ogni polemica circa la credibilità del calcio, incredibilmente, non ne scalfisce gli indici di audience, la capacità di «far vendere» i giornali, di ipnotizzare davanti al video il pubblico. È come se i sospetti sull'onestà di arbitri e dirigenti, sull'autonomia dei vertici della federazione, non solo non riducessero l'interesse verso il calcio ma, al contrario, lo incentivassero. Così, le polemiche sul potere esercitato dai grandi club, Juve in testa, non hanno abbassato l'attenzione nei confronti del calcio né la passione per la Juve. La più amata e la più odiata dagli italiani. Perché il calcio, con le sue miserie, le sue ombre, il doping e la corruzione, gli arbitri comprati e venduti, i gol inesistenti convalidati, e quelli validi annullati, è lo specchio della vita pubblica, ma anche di quella privata. Così, almeno, pensa la gente. Il sopruso reiterato, le ingiustizie ripetute che si consumano nel calcio, a vantaggìo dei grandi club e a scapito dei piccoli, appaiono il riflesso dei rapporti di potere. Un segno di forza. E senza forza e potere, chi può pensare di prevalere nella vita (pubblica o privata, non importa)? Per questo il calcio, più di altre forme di spettacolo, oggi incrocia la politica. Ne è uno specchio, e a sua volta la rispecchia.

Ma c'è di più. Calcio, media e politica, oggi, sono difficilmente discernibili, distinguibili, dopo la «discesa In campo» (formula usata In modo non casuale dal protagonista) di Silvio Berlusconi. Che ha mutuato e trasferito dal calcio modelli organizzativi, simboli, identità, che la politica disincantata, dopo la fine della Prima repubblica, ormai aveva perduto.

Silvio Berlusconi. Proprietario dì Mediaset e del Milan, capo di Forza Italia del governo. Come distinguere fra queste attività? I media, il calcio e la politica? Fra queste versioni della stessa persona? Forza Italia è l'urlo degli italiani che tifano per la nazionale. L'azzurro, prima di connotare la bandiera del partito di Berlusconi, è il colore delle maglie dell' Italia nel calcio (e negli altri sport). Il modello di partito, poi, mutua la formula dell'associazionismo dei tifosi: una rete di club, diffusa sul territorio, a basso tasso di ideologia e ad alto grado di identificazione personale. L'idea della politica promossa da Forza Italia evoca quella della competizione sportiva. E viceversa. Messaggi duri, sempre più espliciti. In entrambi i campi. Perché se declinano le appartenenze ideologiche, le identità politiche, allora c'è più bisogno di prima di distanziarsi dagli altri, di marcare e di gridare la propria diversità. Come nel calcio. Dove metà dei tifosi non si limita ad amare la propria squadra, ma «odia» le altre squadre, e qualcuna in particolare. I confini tra la politica e lo sport diventano, per questo, sottili. Soprattutto per quel che riguarda ìl calcio. E chi ha successo nel calcio appare - si presenta - come un vincente anche in politica.

Il processo di mimesi, fra questi ambiti, peraltro, si è sviluppato, con la complicità e li concorso attivo del media, al punto che i linguaggi e gli stilemi sì sovrappongono e coincidono. Le trasmissioni specializzate nell'uno o nell'altro di questi campi, in effetti, propongono gli stessi protagonisti e gli stessi comprimari. Le tribune calcìstiche, a partire dal Processo di Biscardi, sono affollate di giornalisti, uomini dì sport. E di politici. Che fanno i tifosi, anche quando non lo sono. E i salotti di politica ai leader politici accostano i calciatori (accanto alle veline scosciate, ai cuochi e ai tele-esperti).

Ha cambiato la politica, Berlusconi. E il calcio. Li ha resi simili, l'una all'altro. Così oggi è difficile non trovare tracce dì questa «occupazione di campo» negli orientamenti dei tifosi italiani. L'indagine LaPolis-Lìmes ne offre molte. Alcune particolarmente suggestive, oltre che descrittive.

1. La relazione fra tifo e politica, anzitutto: è divenuta così stretta che il peso dì coloro che si pongono fuori dallo spazio politico - i disillusi, i disinteressati - cala in proporzione al crescere dell'intensità del tifo. Per cui, fra i militanti del tifo, la quota di persone che si estraniano dallo spazio politico fra destra e sinistra risulta minima: mentre è massima fra coloro che non provano passione per una squadra di calcio. Calcio e politica sembrano rinforzarsi reciprocamente, nell'esperienza e nella sensibilità sociale.

2. Peraltro, l'identità politica dei club è cambiata, rispetto a un tempo. Prima dell'era Berlusconí (per limitarsi alle squadre che hanno seguito nazionale) il tifo del Milan era di sinistra, quello dell' Inter dì destra, mentre la Juve stava al centro. Solo quest'ultimo dato è rimasto costante, Perché la Juve era e resta, nei football, il potere, ma anche il soggetto nazionalpopolare. Per cui dispone di una base di sostenitori più tiepida della media, ma trasversale, distribuita in misura equa da sinistra a destra, passando per il centro, con una quota ragguardevole di persone «politicamente distratte e indifferenti». Per le quali la Juve è l'unica appartenenza.

Il Milan, nel frattempo, è scivolato a centrodestra. I suoi tifosi titano per Berlusconi e per Forza Italia. li Milan, come Berlusconi, peraltro, è la squadra più detestata dagli elettori di sinistra e di centrosinistra. Tifare contro il Milan, nelle competizioni nazionali e internazionali, per molte persone di sinistra (non importa se interessate al calcio oppure no) è automatico. Un riflesso condizionato dell'avversione per Berlusconi.

I sostenitori dell'Inter, invece, da centrodestra si sono spostati a centrosinistra. Per reazione. Il che può apparire una metafora significativa di ciò che è avvenuto nella politica nazionale, nel corso della Seconda repubblica. Il centrodestra vincente, come il Milan, e la sinistra perdente, come l'Inter. Fino a ieri, però. Perché nell'ultimo periodo le cose sembrano aver intrapreso una direzione diversa, se non inversa. Visti gli insuccessi del Milan, in Italia come in Europa, consumati quando pareva avere già vinto. E proprio per questo più dolorosi. Visti i primi - ancora piccoli - successi conquistati dall'Inter, vittoriosa, quest'anno, in Coppa Italia.

Il che, probabilmente, suggerirà a Berlusconi, nella comunicazione pubblica, di allentare, provvisoriamente, il legame forte tra calcio e politica stretto fin dall'inizio. Gli consiglierà, soprattutto, di accantonare il mito, che egli stesso ha coltivato, secondo cui il calcio è una metafora e una profezia politica. Almeno fino a quando il Milan non tornerà a vincere.

di Ilvo Diamanti

IL VENERDI di Repubblica 08-07-2005