maggio 15, 2005 PRAGMA/ GLI ITALIANI E LE TASSEQuesto Fisco è un fiasco Bocciato il sistema tributario. E bocciato il governo Berlusconi. In anteprima un sondaggio delle Acli. Da cui emerge un paese che si sente sfiduciato e tartassato Che ingrati, questi italiani! Lui ha tagliato le tasse e loro sono vieppiù convinti che il rapporto tra cittadini e Fisco sia peggiorato. Proprio irriconoscenti: Lui ha lasciato intendere che l'evasione è una via obbligata e giustificabile di fronte alle eccessive pretese dell'erario e loro sono sempre più dell'opinione che la disobbedienza tributaria dipenda da controlli insufficienti più che dallo Stato ingordo. Assolutamente incontentabili: Lui ha ridotto l'Irpef e quasi il 68 per cento è convinto o che siano aumentate altre tasse o che i ricchi abbiano ottenuto un po' di soldi e i poveri solo briciole. È una vera débàcle per Silvio Berlusconi, che della riforma fiscale aveva fatto il suo principale cavallo di battaglia, il sondaggio realizzato dalla Pragma per conto delle Acli. Una ricerca su cosa ne pensano e quali aspettative hanno gli italiani nei confronti del sistema fiscale che ai molti motivi di interesse aggiunge quello di ripeterne una analoga dei '99, di modo che possiamo misurare se e quanto è mutata la percezione dello Stato esattore da parte dei contribuenti. Quasi il 40 per cento degli italiani ritiene dunque che il rapporto tra cittadini e Fisco sia peggiorato; un altro 36,8 che sia rimasto uguale (cioè pessimo). Solo il 14,8 pensa che vi sia stato un miglioramento. Ma per quali motivi va a farsi benedire la primaria "scommessa" (e promessa) berlusconiana? Al primo posto del "cahier de doléances" troviamo l'eccessiva tassazione delle famiglie. Alla faccia della riduzione delle aliquote, il 30,6 per cento del campione pensa che questo sia uno dei problemi maggiori della fiscalità tricolore. Un'opinione in sensibile crescita: nel '99, infatti, lo lamentava solo il 21,5 per cento degli intervistati. Non solo: al terzo posto si piazza l'ingiusta distribuzione delle tasse, denunziata dal 15,7 per cento degli intervistati, un'indicazione parecchio affine alla precedente. La sensazione di peggioramento è strettamente correlata alla crescita del "popolo della quarta settimana", di quelle famiglie che verso la fine del mese non sanno che pesci pigliare e sono in difficoltà ad acquistare beni di prima necessità. Ben il 48,5 per cento dei nuclei che spesso si ritrovano in cattive acque nella settimana che precede il "27" protesta per l'eccessiva tassazione sulle famiglie. E la "vulnerabilità sociale" è direttamente legata al numero dei componenti tamiliari e inversamente a quello dei redditi percepiti. Al secondo posto tra i maggiori problemi compare l'evasione fiscale (22,5) e, a seguire, la difficoltà e numerosità degli obblighi fiscali (stazionaria), l'inefficacia e lentezza degli uffici (in miglioramento), l'eccessiva tassazione sulle imprese. Ma perché i contribuenti non contribuiscono come dovrebbero? Che cosa lì spinge a evadere? Rispetto al '99 il giudizio sulle cause dei reati fiscali è cambiato. Allora, come commenta l'Iref, istituto studi delle Acli, «i cittadini italiani concordavano soprattutto con la tesi dello Stato-legacciouno Stato che vessava i contribuenti, spingendoli così verso l'assunzione di comportamenti illegali». Ne erano convinti il 41,5 per cento degli italiani. Oggi lo pensa "solo" il 35,2. Gli italiani che individuavano nella "sfiducia nelle istituzioni e insoddisfazione nei servizi" la causa primaria della renitenza alle tasse diminuivano ancor più sensibilmente: dal 29,4 al 18,1. La "spinta propulsiva" della battaglia contro la "proposition 13" negli Stati Uniti di fine anni '70, e dei segnali di ribellione fiscale nell'Italia degli anni '90, pare essersi esaurita. Ne è controprova il fatto che nel '99 il 21,6 per cento dei contribuenti indicava nell'inadeguatezza di controlli e sanzioni il principale incentivo all'evasione. Ora questa quota ha fatto un salto di ben 17 punti, balzando al 38,6 e conquistando il primo posto. «Nel 1999 gli italiani invocavano uno Stato più leggero; oggi domandano uno Stato vigile», sintetizzano le Acli. «Una misura iniqua o una sorta di alchimia contabile»: questo il netto giudizio negativo di oltre due terzi degli italiani sulla riduzione delle tasse varata dal governo Berlusconi con la Finanziaria 2005. Iniqua perché darebbe « i soldi ai ricchi e le briciole ai poveri» (la pensa così il 34,6 per cento), alchemica perché «in realtà fa aumentare altre tasse» (33,2). Ma anche i presunti beneficiati riservano qualche sgradevole sorpresa al premier: solo il 6,4 per cento delle famiglie a reddito più alto (oltre 3 mila euro mensili) ritiene che la riforma «per la prima volta riduca davvero le tasse», mentre il 25,6 dei medesimi benestanti la considera «un piccolo segnale positivo», dove è dubbio se l'accento vada posto su positivo o su piccolo. Il taglio all'Irpef è stato ovviamente finanziato con riduzioni di spese e aumenti di imposte. Chiamati a giudicare la manovra nel merito, una maggioranza decrescente di italiani ha condiviso la riduzione delle spese dei ministeri, l'aumento delle imposte sulle sigarette, di bolli e concessioni, financo (al 53,2 per cento) la riduzione del personale della pubblica amministrazione. Altre misure risultano invece invise ai più: così il condono edilizio (contrari il 61,4 per cento) e soprattutto i tagli dei trasferimenti agli enti locali (bocciati dal 67,1 per cento). Insomma, come notano i curatori dell'indagine, gli italiani paiono auspicare «meno spese da parte dello Stato centrale, uguali spese da parte dei Comuni». Qualche acuto dolore il sondaggio lo causa anche al centrosinistra. Interrogati sulle loro aspettative fiscali nei confronti appunto di un ipotetico governo di centro-sinistra, gli italiani la mettono giù dura: il 49,2 percento pensa che «non cambierebbe nulla, tutti i partiti fanno soltanto i propri interessi». Un 8,4 per cento, poi, si attende da Prodi & C. un aumento delle tasse: berlusconiani irriducibili. Non magra consolazione, il 30 per cento dei contribuenti è convinto che un governo di centro-sinistra «garantirebbe di più le famiglie bisognose». Ridurre le tasse o le spese pubbliche? Sulla questione l'indagine non approda a pareri condivisi da larghe maggioranze. Se anche i tre quarti degli intervistati, nei panni di un' primo cittadino, ridurrebbero le spese di alcuni servizi pubblici pur di non aumentare le imposte, sono moltissimi quelli che vorrebbero fossero dati più soldi al sistema sanitario pubblico (32,2 per cento), all'istruzione (13,7), alla ricerca (10,8) e a diversi altri settori. Altrettanti vorrebbero poi ottenere dal Fisco agevolazioni su voci quali le spese mediche (30,1), quelle scolastiche (15,2), quelle per la cura degli anziani (15) e via elencando. Una comprensibile ossessione per sanità e istruzione pubbliche, cioè due baluardi di un welfare delle pari opportunità cui gli italiani non vogliono proprio rinunciare. Chiamata a scegliere tra "meno tasse e meno servizi" e "più tasse e più servizi", l'Italia si spacca a metà. Il 51,4 per cento dei contribuenti opta per uno Stato "leggero" e il 48,6 per uno "pesante". Ma qui arriva la vera sorpresa della ricerca. Non sono i più diseredati a volere uno Stato pesante. Al contrario, il 69,6 per cento delle famiglie con reddito per componente inferiore ai 400 curo mensili vorrebbero uno Stato leggero, mentre il 58,2 di quelle con reddito oltre i 750 curo lo vorrebbe pesante. E non è finita: meno tasse e meno servizi zi sono invocati dal 62,6 per cento delle famiglie che nell'ultimo anno sono incappate in difficoltà economiche; più tasse e più servizi dal 53,3 per cento di quelle che non hanno dovuto affrontare problemi finanziari. Ancora, la scelta "leggera" è di gran lunga più gettonata da chi ha un titolo di studio inferiore (64,4 di quelli con solo la scuola dell'obbligo) e quella "pesante" dai laureati; la prima piace soprattutto nel povero Sud e nelle isole (58,1), la seconda nell'opulento Nord-est (54,6). Morale del sorprendente risultato, secondo le Acli: «La precarietà vissuta spinge gli intervistati verso un orientamento difensivo nei confronti della sfera pubblica». I cittadini meno abbienti «manifestano un chiaro desiderio di avere più risorse per tentare di affrontare le molte falle di un sistema di servizi pubblici verso cui nutrono sentimenti di evidente sfiducia», ovvero di «avere più soldi in tasca per affrontare una quotidianità penalizzante». Rispetto ai malesseri anni '90, quando professionisti, manager, imprenditori erano pronti a scendere in piazza per contestare l'eccessiva invadenza del Fisco, lo Stivale appare oggi capovolto.
di Paolo Forcellini L'Espresso 13-05-2005 |