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aprile 9, 2005

LA TELEVISIONE DELLE ELEZIONI

LA TORNATA ELETTORALE di domenica e lunedì scorsi, per quanto oscurata nei suoi risvolti mediatici dalla celebrazione funebre di Giovanni Paolo li, ci ha lasciato in eredità alcuni dati nient'affatto trascurabili. Ci riferiamo ovviamente al puro aspetto televisivo; l'analisi del dato politico, infatti, è già stata svolta su queste pagine da Paolo Píllitteri. Restando, dunque, fermi sul versante della tv, non possiamo fare a meno di registrare come esito delle elezioni regionali due importanti certezze e un motivo di piacevole soddisfazione. Cominciamo con le certezze. Possiamo essere definitivamente sicuri che con la televisione non si vincono le elezioni. Da quando il centro-destra ha il sostegno di cinque reti nazionali su sette, avendo occupato le prime due pubbliche e godendo, sia pur in misura e forme diverse, della simpatia di quelle del suo leader, non ha più vinto un'elezione; anzi ha subito batoste assai pesanti e imprevedibili nella loro durezza. È un dato su cui devono riflettere sia la destra, probabilmente convinta che il sostegno televisivo alla propria politica bastasse indipendentemente dalle scelte e dai risultati, sia la sinistra che ha spesso vissuto apocalitticamente questo squilibrio come una deriva incontrastabile. Questo non vuol che i media non influenzino l'opinione pubblica - se fossi convinto di questo, cambierei mestiere -; vuol dire però che i loro condizionamenti si avvertono più a lungo che a breve termine e che la formazione del sentimento, della fiducia politica è un fenomeno complesso che passa attraverso una molteplicità di esperienze, di conoscenze, di cui il consumo televisivo è solo un elemento.

La seconda certezza che abbiamo portato a casa riguarda la previsione dei risultati. Gli exit-poli e le proiezioni funzionano, perfettamente. Non so se il problema sia quello della società che fa i rilevamenti, ma certo non può essere un caso: Nexus - e non è la prima volta che succede- le ha azzeccate tutte. Ho conservato una stampata del primo exit poli, che lunedì pomeriggio una gentile collega mi ha passato mentre ero bloccato all'interno di una commissione di laurea priva di contatti con il mondo esterno. Si tratta di un dato delle 15,30, mezz'ora dopo la chiusura dei seggi, un exit poli, si badi, neanche un proiezione di voti già scrutinati. Ebbene in un'elezione che ha dato esiti assolutamente imprevisti, quell'exit poli aveva azzeccato tutti i risultati, le vittorie nette e quelle risicate, gli aumenti e le diminuzioni. Come sono lontani i tempi in cui un politico, di fronte a una previsione non felice per il suo partito, poteva spiritosamente esclamare "ma la Doxa dà i numeri". Ed è ormai archeologia anche uno dei più celebri ed eccitanti show teleelettorali: lo show delle bandierine rosse e azzurre messe e tolte dal disegno delle regioni per una notte intera da Emilio Fede. Sono passati dieci anni giusti da quella indimenticabile notte, ma siamo evidentemente in un'altra epoca, che non consente più errori, ribaltamenti e cambi di umore, in cui i rinvii, i silenzi, i piccoli trucchi di riferirsi ai voti "realmente scrutinati" invece che a quelli "proiettati", si rivelano immediatamente per quello che sono: stupide, infantili bugie.

Infine, il motivo di piacere e di speranza. Ce lo ha regalato Ballarò, martedì sera. Non avrei mai creduto, i lettori lo sanno, di potermi ancora divertire davanti a un talk show politico. E invece è accaduto, grazie a Floris e ai suoi ospiti, o meglio alla felicissima combinazione degli ospiti, le due coppie Alemanno-Berlusconi e D'Alema-Rutelli, che hanno messo ìn scena quello che tutti dicono che non si deve fare ma che tutti fanno regolarmente e che, se lo fanno bene, può regalare spunti di impagabile divertimento: il teatrino della politica. Un autentico pezzo di grande teatro, con dentro tutta la tradizione italiana, dalla commedia dell'arte, alla commedia all'italiana, fino a Casa Víanello, con i personaggi che si conoscono così bene che non si sopportano più, ma sanno che devono convivere e lo accettano, fino a rivelare affetti e tolleranze incrociati. Per carità, non che alla fine si sia veramente saputo qualcosa di più su chi ha responsabilità del debito pubblico o su quale posto occupi l'Italia nella graduatoria dei paesi che producono innovazione; il secondo in Europa come sostiene Berlusconi o l'ultimo, come dice Rutelli? Ma non pretendiamo troppo da un talk   postelettorale, accontentiamoci di essere usciti per una sera dal tunnel della prevedibilità, della recita sempre uguale di pessimi attori, teniamoci strette queste due ore di inattese simpatie, di eleganti carognate, di garbati sfottò, di manifestazione autentica dei sentimenti, che la regia andava a cogliere in una mimica, ìn una gestualità degne del miglior Alberto Sordi.

GIORGIO SIMONELLI

.com 08-04-2005