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aprile 8, 2005

UN RISULTATO AL DI LÀ DEI SONDAGGI

Abbiamo finalmente saputo come sono andate le cose dal punto di vista del comportamento di voto degli italiani che, nelle 13 regioni chiamate alle urne, si sono recati alle urne. Avremo occasione nei prossimi giorni di tornare su alcune interpretazioni, più o meno avventate, che sono state fatte per comprendere ciò che è accaduto. Vorrei concentrarmi invece, in questa rubrica, sul rendimento che hanno avuto i sondaggi pre-elettorali, considerando in particolare quelli che sono stati resi pubblici fino a due settimane prima del voto.
Occorre dire, innanzitutto, che il clima complessivo che regnava nel paese durante la campagna elettorale è stato sostanzialmente ben colto dalle indagini demoscopiche. Esse attribuivano infatti molte più chances di vittoria complessiva alla coalizione dell’attuale opposizione di governo nazionale. In generale, la quasi totalità dei sondaggi ha infatti correttamente previsto l’incremento sia di voti che di regioni in direzione dell’Unione.
E anche le aspettative degli elettori sono apparse andare nella corretta direzione: il noto indicatore “winner”, che misura la percezione degli intervistati sul probabile vincitore delle consultazioni elettorali esaminate, ha fatto registrare, in particolare negli ultimi giorni, una netta impennata nei confronti del centrosinistra.
Come ormai costantemente accade.
Tutto bene, dunque? I vituperati sondaggi sono stati per una volta impeccabili? Non del tutto. O, quanto meno, non tutti e non completamente. Vediamo dove, e perché.
Innanzitutto, che io sappia, nessun istituto demoscopico (direttamente o sulla base di rielaborazioni indirette), nessun pollster né alcun politologo ha colto in pieno la possibile attribuzione di tutte le regioni, con l’eccezione del lombardo- veneto, al centrosinistra. Vuoi per calcoli probabilistici, vuoi per dis-uniformità dei risultati dei sondaggi, il risultato di 11 a 2 (o 12 a 3, considerando per acquisita la Basilicata al centrosinistra) è stato sì preso in considerazione da qualcuno, ma senza mai crederci fino in fondo.
Un risultato oggettivamente e ovviamente non facile da pronosticare, ma che avrebbe fatto la fortuna, quanto meno a livello di immagine, di qualsiasi istituto di ricerca, emergente o “storico” che fosse.
In secondo luogo, nessuno aveva preso in considerazione il consistente numero di voti di distacco tra i candidati delle due coalizioni, soprattutto in alcune regioni del centro e del sud, come la Campania, la Calabria, l’Abruzzo e lo stesso Lazio. La vittoria dell’Unione nelle prime tre regioni era stata da quasi tutti ampiamente prevista, ma con percentuali di voto molto più ravvicinate, rispetto ai 20 e più punti fatti registrare dai candidati dell’Unione. E anche a livello complessivo, un disavanzo tra centrodestra e centrosinistra di quasi venti punti, nella parte “maggioritaria”, non era stato certo previsto.
In terzo luogo, e in particolare a seguito della morte del pontefice, molti si erano sbilanciati ipotizzando un forte calo della partecipazione al voto, in parte strutturale in parte congiunturale. Il lieve calo dei votanti, di circa un punto e mezzo, ma con sensibili incrementi rispetto alle Europee in alcuni regioni, è stata un po’ una sorpresa per tutti.
Infine, a livello di partiti, le stime di voto degli elettori non sono mai state così imprecise. Ma in questo caso due elementi di giustificazione appaiono sicuramente ascrivibili agli istituti di ricerca: il primo è legato alla presenza di numerose liste anomale (legate alla figura del candidato presidente), che difficilmente possono essere colte attraverso sondaggi telefonici; il secondo è legato all’abitudine ormai invalsa da parte degli elettori a votare spesso, in elezioni di questo tipo, per il solo candidato (sindaco presidente di provincia o regione): nelle elezioni del 3- 4 aprile, oltre l’undici per cento dei votanti non ha espresso un voto di lista, ma soltanto quello al candidato. Un comportamento anche in questo caso quasi impossibile da rilevare, quanto meno in tali dimensioni, attraverso un’indagine telefonica. In definitiva, pur con qualche debacle su alcune regioni da parte di blasonati istituti, il giudizio conclusivo sulla qualità complessiva dei sondaggi effettuati nel periodo pre-elettorale è sufficientemente positivo. Diciamo: tra il 6 e il 7 in pagella.
Altra cosa, e altro giudizio, riguarda invece la lentezza talvolta esasperante, con stime spesso altalenanti, con cui sono giunti a casa degli italiani i risultati delle proiezioni elettorali effettuate da Rai e Mediaset. Pur in presenza di spogli forse esageratamente estenuanti, non è possibile dover aspettare le 8 o le 9 di sera (cinque-sei ore dopo la chiusura dei seggi) per avere un dato minimamente attendibile sulle regioni più interessanti, come il Piemonte o il Lazio. Con risultati finali che non hanno poi confermato il testa-a-testa che era stato indicato nel corso del pomeriggio televisivo.
Ma, forse, l’obiettivo di fondo era quello di tener incollati ai teleschermi il maggior numero di telespettatori possibile, per alzare l’audience. Peccato soltanto che i collegamenti fossero così limitati, visto ciò che andava prefigurandosi!

di PAOLO NATALE

Europa, 07-04-2005