aprile 1, 2005 SONDAGGI / I GIORNI PEGGIORI DEL SONDAGGISTAPochi giorni di attesa, e dopo le prime proiezioni di lunedì pomeriggio sapremo (o almeno così speriamo) come si sono realmente comportati gli elettori delle 14 regioni chiamate alle urne. Fino ad allora l'ansia dei politici, dei candidati e, in misura certo inferiore, dei cittadini sarà costantemente crescente. Ma, forse, il maggior stress viene vissuto in questo periodo da Nando Pagnoncelli, presidente di Ipsos, e come lui dai tanti responsabili degli istituti di ricerca che si occupano di sondaggi politici. Già da qualche mese, diciamo dallo scorso gennaio, il pollster è stato bombardato da decine e decine di richieste provenienti da diverse direzioni: i partiti volevano inizialmente sapere quale dei possibili candidati fosse il più adatto a convincere gli elettori distaccati dalla politica o incerti tra le diverse coalizioni; poi, una volta selezionato il candidato da presentare, speravano di conoscere con largo anticipo se la loro scelta avesse portato quel valore aggiunto che mancava per superare l'avversario, mobilitando la gran parte dell'opinione pubblica non schierata. I settimanali ed i quotidiani insistevano per avere in esclusiva sondaggi affidabili, a prova di errore, cercando di battere la concorrenza, ma avendo a disposizione soltanto poche migliaia di euro. I candidati stessi infine davano fondo agli ultimi spiccioli rimasti per commissionare sondaggi confidenziali, dei cui risultati nessurialtro doveva venire a conoscenza, soprattutto se non erano particolarmente favorevoli. E Pagnoncelli, così come gli altri pollster ed i rispettivi staff operativi, era costretto a farsi in quattro per fornire stime attendibili di orientamenti e comportamenti di voto, a partire dalle risposte di intervistati che spesso non erano nemmeno a conoscenza, non soltanto dei candidati in competizione, ma nemmeno del fatto che ci fosse di lì a poco una competizione elettorale. Il tutto in tempi ovviamente rapidissimi, con le opportune rielaborazioni degli scarni dati, che potessero anche fornire elementi significativi sulla possibile evoluzione della campagna elettorale e previsioni convincenti sull'esito finale del voto. All'indomani ad esempio dell'esclusione di Alessandra Mussolini nel Lazio, decine di interlocutori volevano immediata una stima del mutamento di scenario competitivo, per ricostruire strategie comunicative o per elaborare corretti servizi giornalistici: cercando in sostanza i fattori di cambiamento in una popolazione che a malapena si stava accorgendo dell'esistenza della consultazione stessa Quanto è cambiato l'orientamento dell'opinione pubblica? Chi viene favorito da questa esclusione? Cosa pensano coloro che avrebbero votato per Alternativa sociale? Cosa faranno in termini di voto? Domande spesso senza alcuna possibilità di risposta, dovendosi basare su ipotesi comportamentali non ancora sedimentate e presto contraddette dal mutamento di offerta politica. Ma Pagnoncelli, pazientamente, era costretto a mobilitare la sua squadra di analisti, per fornire risposte attendibili, benché fondate su opinioni fuggevoli, su tendenze di voto ancora poco assimilate dagli intervistati. E nel contempo, pazientemente, era costretto a spiegare ai suoi interlocutori la difficoltà di rilevare queste opinioni, dovendo a volte entrare nella parte di colui che non è in grado di fornire stime attendibili. Impossibilitato a dichiarare apertamente l'insensatezza di alcune delle domande rivoltegli. Poi, finalmente, è arrivato il tempo del black-out sui sondaggi, che ne vieta la pubblicazione dei risultati. Una fetta importante di richieste, quelle provenienti dai media, è venuta meno; intensificando però, nel contempo, le domande di contorno: sulla previsione di affluenza alle urne, sull'importanza di questa o quella dichiarazione rispetto al possibile mutamento di opinione degli elettori, sull'influenza di questo o quel fatto sugli orientamenti di voto finali. Insieme, accavallandosi ai media, i partiti e i candidati hanno incrementato le richieste di sondaggi, uno ogni due-tre giorni, per comprendere finalmente (ora che il giorno delle elezione è così prossimo) da che parte tira il vento. Bisogno di conoscenza che, come ho scritto la scorsa settimana, è inversamente proporzionale alla capacità dei sondaggi di fornire stime attendibili. Le regioni in bilico diventano materia di incessanti rilevazioni demoscopiche che, infallibilmente, forniscono risultati in bilico. Ora, se è vero che per Pagnoncelli e per gli altri pollster tutta questa mole di sondaggi è certamente gradita dal punto di vista economico, è altrettanto vero che - insieme alle elevate probabilità di compiere errori dovuti all'incertezza delle stime - lo stress che deriva da questa incessante lavorio non è alla lunga salutare, per il necessario equilibrio personale. Per fortuna qualcuno ha inventato l'election day: reggere più di un appuntamento elettorale l'anno porterebbe a conseguenze nefaste! PAOLO NATALE EUROPA 31-03-2005 |