marzo 27, 2005 MAPPE / DEMOCRAZIA ELETTORALE E GUERRA VIRTUALESiamo una repubblica elettorale. Un´osservazione che potrebbe apparire perfino banale, visto che le democrazie rappresentative si fondano sul voto, come "metodo" – per la scelta di chi governa il paese – e come "rito", che dà legittimazione istituzionale al "potere" dei cittadini. Tuttavia, l´Italia costituisce, sotto questo profilo, un caso singolare. Non esiste, infatti, un altro caso, in Occidente, in cui le elezioni, tutte, indistintamente, vengano caricate di altrettanto significato. Fino ad essere drammatizzate. Come si sta verificando, puntualmente, in questa fase. Soprattutto nel "campo (mediatico) di battaglia" attualmente più importante: il Lazio. Dove nell´ultimo mese è successo davvero di tutto. Prima, la discesa in campo di Alessandra Mussolini, con una lista (che colleziona diversi estremismi e populismi di destra) sicuramente scomoda per la coalizione guidata da Storace. Poi la sua esclusione, decretata dal Tar del Lazio, per una vicenda di firme false (a presentazione della lista), comunque penosa. Contraddetta da una successiva decisione del Consiglio di Stato. Infine, negli ultimi giorni le polemiche sollevate da un´intervista pubblicata dall´Unità, che denunciava un episodio di violenza - poi risultato falso - commesso dal padre di Storace durante il fascismo (ma se anche si fosse rivelato vero, quale responsabilità ne avrebbe avuto, il governatore?). Infine, le contropolemiche della destra contro la campagna d´odio promossa dalla sinistra. Un clima da "guerra civile" - almeno a parole - del tutto spropositato per una consultazione a carattere "regionale". Come ha denunciato ieri il presidente della Camera, Casini. Il fatto è che non esistono, in Italia, elezioni di "medio termine". Oppure periferiche e irrilevanti. Tutte contano e tutte hanno significato politico "nazionale". In particolare per i leader e per i partiti. Tutte. Anche le suppletive, svolte in pochi collegi. E, visto che da noi per qualche motivo si vota ogni sei mesi, vige un clima di campagna elettorale perenne. Una incessante lotta muro contro muro. Si tratta, in gran parte, di un male genetico della Repubblica, contratto all´indomani della guerra, quando nelle elezioni si riprodussero le profonde divisioni sociali, culturali, religiose e territoriali del paese. Nel 1946: fra Repubblica e monarchia. E soprattutto il 18 aprile del 1948, quando le elezioni si trasformarono in un referendum tra fedeltà al blocco occidentale e a quello socialista, fra America e Russia, fra democrazia di mercato e comunismo. Ma anche fra Chiesa e anticlericalismo. Basta scorrere la propaganda elettorale del tempo, quando sui manifesti campeggiavano immagini truci di "Padroni vaticani e americani" che affamavano i lavoratori; oppure di elettori spaesati, accompagnati dallo slogan: "Nel segreto dell´urna Dio ti vede, Stalin no". Le elezioni, allora, costituivano molto più di un metodo per scegliere chi governa. Non a caso, per circa cinquant´anni, in ampie zone del paese si è votato perlopiù allo stesso modo, in tutte le elezioni. Per la Dc nelle regioni del Nord Est e nelle province periferiche del Nord. Per il Pci e la sinistra, in Emilia Romagna e nelle altre regioni del centro. Zone bianche e rosse. Dove il voto rifletteva la forza organizzativa locale dei partiti e delle istituzioni "religiose", che orientavano e accompagnavano la vita della gente. Esprimeva appartenenza sociale e territoriale. Un atto di fede. In una certa misura, ciò avveniva anche in altre aree. Per questo, in Italia, nel corso della prima Repubblica, si registrano tassi di partecipazione elettorale fra i più alti nei sistemi democratici; e, insieme, indici di mutamento del voto fra i più bassi. E´ che il voto rappresentava una "scelta di civiltà". Questo orientamento si riproduce in modo sempre più inerziale e disincantato, ma, senza significative discontinuità, fino alla caduta del muro, nel 1989. E al successivo crollo della prima Repubblica, (in parte conseguente). Si pensava, allora, che, insieme alla nuova Repubblica, si sarebbe aperta una nuova stagione elettorale, caratterizzata da un voto meno ideologico e più consapevole. L´epoca dell´alternanza e della stabilità dei governi. Non è stato così, evidentemente. O meglio, alcune cose sono cambiate. Si è realizzata una certa alternanza, nel governo del paese, delle regioni e delle città. L´esito delle elezioni è divenuto molto più incerto, rispetto al passato. Ma per altri versi la situazione è la stessa. Le parole, i riferimenti della lotta politica. Ritornano. Berlusconi ha conservato e rilanciato il mito dei "comunisti", anche dopo la fine del comunismo, imponendo se stesso come "alternativa". Ha riprodotto la frattura che aveva attraversato la prima Repubblica, fra comunismo e libertà, in opposizione fra comunismo e berlusconismo. Di recente abbiamo assistito anche al ritorno della parola "fascismo", nonostante la rimozione dell´anti-fascismo. Riesumata, paradossalmente, dalla destra per stigmatizzare la lista guidata dalla Mussolini. Insidiosa, per motivi elettorali. Rispetto al passato, però, appare profondamente diverso il rapporto fra politica e società. Ieri, le divisioni che attraversavano la politica erano socialmente condivise e territorialmente radicate. E, per questo, non avevano bisogno di essere accentuate dal linguaggio. Perché le distanze erano evidenti. Oggi, invece, quasi più di ieri, nella competizione politica prevalgono l´insulto, la bestemmia, la violenza verbale. Perché si tratta di dare significato a polemiche che appaiono, a molti elettori, prive di significato. Insignificanti. Incomprensibili. Costruite ad arte, per ragioni di marketing elettorale. Per l´esigenza di accendere passioni fra elettori largamente disamorati e scettici. Con il risultato di delegittimare, insieme al voto, la democrazia. Come credere ancora nel "mito democratico" se si scopre che le regole per accedere alla competizione elettorale possono venire eluse con trucchi e furberie? Quando il risultato della consultazione, oltre che al giudizio degli elettori, appare esposta a quello dei tribunali? E´ questa la differenza che separa la democrazia elettorale delle due Repubbliche e il clima, altrettanto aspro, che ne caratterizza le consultazioni, di ogni livello. Allora, con molti limiti, la politica interpretava la società, ne assecondava e alimentava le divisioni; i motivi di fedeltà e ostilità. Oggi fa spettacolo, seguendo le regole del conflitto mediatico; e usa, per questo, i modi sguaiati che ritroviamo in mille reality, in mille telepiazze e telesalotti. Ieri, trasferiva le tensioni e le fratture della società, le parole della guerra, sul piano elettorale, per neutralizzarle. Oggi, al contrario, esaspera il linguaggio e inventa motivi di conflitto per risvegliare identità in sonno e passioni sopite; per contrastare il disamore e l´indifferenza di ampi settori della società; per rafforzare i legami deboli con gli elettori. No. Non siamo tornati al 1948. Siamo nel 2005. E manca ancora un anno al 2006. Auguri. ILVO DIAMANTI la Repubblica - 27 marzo 2005 |