marzo 14, 2005 MAPPE / L´Italia che vuole lasciare l´Iraq
È durato poco il comune sentire degli italiani di fronte alla guerra. Alimentato dalla pietà per il sacrificio di Calipari. Rafforzato dal sollievo per la liberazione di Giuliana Sgrena. Oggi, quegli episodi sono diventati motivo di polemica politica. Intorno alle responsabilità dell´incidente, da parte degli Usa. Alle opinioni della Sgrena, che si "ostina" a pensarla come prima del suo rapimento, sull´intervento in Iraq. Ma anche e soprattutto intorno alla missione militare in Iraq e al ruolo degli Usa. D´altronde, su questi temi è cambiato, in modo rapido e profondo, anche l´atteggiamento della società.Oggi, fra gli italiani, l´opposizione alla presenza delle nostre truppe in Iraq è divenuta maggioritaria. Mentre la diffidenza verso gli Usa è cresciuta. Molto. L´indagine di Demos-Eurisko (condotta nel corso della settimana appena conclusa) fornisce, al proposito, indicazioni molto chiare. 1. Il 47% degli italiani (quasi uno su due) sostiene la necessità di ritirare il contingente dall´Iraq. Un anno addietro era il 29%, solo un mese fa il 35%. Parallelamente è calata la quota di coloro che accetterebbero di restare se la missione fosse guidata dall´Onu o dalla Ue: dal 40% al 30%. Ciò significa che l´atteggiamento dei cittadini verso la missione si è inasprito. 2. Queste tendenze interessano entrambi i poli, che pure presentano orientamenti molto diversi. Se la domanda di ritiro fra gli elettori di centrosinistra sale dal 46% al 59%, nel centrodestra cresce nella stessa misura (+14%): dal 12% al 26%. Nel centrosinistra, però, si sono ridotte le differenze fra gli elettorati di partito: tutti condividono, in larga maggioranza, l´opposizione alla presenza in Iraq. Mentre, semmai, è nel centrodestra, soprattutto nella base di An, che si rilevano i maggiori ripensamenti, a questo proposito. Occorre sottolineare, peraltro, come anche fra gli elettori incerti (oltre il 20% del campione) la domanda di ritiro sia salita fino a divenire maggioritaria. 3. Circa la posizione geopolitica del paese sulla scena internazionale, gli italiani mostrano un atteggiamento incerto e contrastato. Interrogati su quale sia la strategia da assumere, per tutelare la sicurezza nazionale, si dividono quasi equamente fra quanti privilegiano l´Onu, la Ue, e quanti vorrebbero restare equidistanti dai blocchi (che non ci sono più) e dalle alleanze (28-29% in tutti e tre i casi). Peraltro, l´orientamento neutralista è quello che, più degli altri, si dimostra in crescita (+ 28%), rispetto a quattro anni fa, all´indomani dell´attentato alle Torri gemelle. A esprimerlo sono soprattutto gli elettori incerti e reticenti; i "non allineati", che rifiutano di collocarsi lungo lo spazio politico. Il che suggerisce la natura di questo atteggiamento. Che associa la domanda di sicurezza alla tentazione di chiamarsi fuori. Fingendo che sia possibile evitare di prender parte. Una tentazione antica, rilevata, peraltro, da una indagine condotta dalla rivista di geopolitica Limes, nel 2000. Ma che oggi si presenta di proporzioni quasi raddoppiate. 4. Nel ventaglio delle strategie e delle alleanze possibili, per tutelarsi e agire in ambito internazionale, gli Usa incontrano pochi consensi. Li considera un referente privilegiato, per la sicurezza del nostro paese, il 7% degli italiani. La metà rispetto a quattro anni fa. Mentre quasi un terzo li ritiene (ma più del 40%, se escludiamo chi non si esprime) una "minaccia" per i nostri interessi. 5. In altri termini: l´Iraq è troppo vicino e l´America più lontana. E una quota ampia e crescente di italiani vorrebbe allargare ulteriormente la distanza che ci separa: dalla guerra in Iraq, ma anche dagli Usa. Va detto che questi atteggiamenti hanno componenti e ragioni diverse. La domanda di ritiro, in particolare, riassume giudizi politici (di sinistra), che vedono nella missione il proseguimento dell´intervento militare, senza soluzione di continuità. Ma riflette anche il sentimento di settori sociali particolarmente sensibili all´insicurezza generata da avvenimenti che rammentano il nostro coinvolgimento nella guerra. Che siamo in guerra. Le donne e le casalinghe, soprattutto (il 60% delle quali vorrebbero il ritorno dei nostri militari dall´Iraq). Le stesse figure che vorrebbero l´Italia fuori dalle fratture geopolitiche. La diffidenza verso la politica internazionale degli Usa ha radici profonde, come documenta un recentissimo saggio di Sergio Fabbrini ("L´America e i suoi critici", Il Mulino). E resistenti, visto che, osserva l´autore, «la cultura pubblica italiana continua a pensare l´America come l´altro, il diverso da noi». Oggi più che mai, suggerisce questa inchiesta. A causa del ruolo assunto dagli Usa nel conflitto iracheno e nella lotta al terrorismo internazionale, certamente. Sulla spinta, contingente, degli avvenimenti recenti, che hanno provocato la morte di Calipari. Ma non solo. Visto che ne avevamo rilevato segni evidenti insieme alle mobilitazioni per la pace, precedente all´intervento in Iraq. Oggi si ripresenta. Più profonda di prima. A differenza dell´opposizione alla missione, la sfiducia negli Usa è interpretata dalle componenti intellettuali e soprattutto dai giovani e dagli studenti. 6. In che misura, queste tendenze, possono condizionare e modificare le scelte politiche degli elettori? E, prima ancora, quanto possono durare, riprodursi, stabilizzarsi? Vanno, cioè, intese come il prodotto di avvenimenti drammatici, che determinano onde emotive, ma sono destinate a venire riassorbite; oppure riflettono fratture e tendenze di lungo periodo, che scavano nell´identità degli italiani? Evidentemente un rimbalzo di queste proporzioni, nel clima d´opinione, non è casuale. In una certa misura risente degli avvenimenti della settimana scorsa. Tuttavia, è difficile credere che si tratti di eventi tanto specifici quanto episodici. Il progetto di lotta al terrorismo non ha una scadenza ravvicinata. E la guerra contro il terrorismo, peraltro, non ha un teatro delimitato, stabile, riconoscibile. Meglio, allora, prepararsi ad altri momenti di angoscia e di apprensione. Al rinnovarsi delle paure. Le fratture che attraversano l´opinione pubblica di fronte alla guerra, ma anche agli Usa, per questo, sono probabilmente destinate a riprodursi nel tempo, anche se ridimensionate. Quanto ai possibili effetti di tutto ciò, sul piano politico e del voto, non è facile indovinarli. Ma non c´è dubbio che le maggiori resistenze, circa la presenza in Iraq, oltre che da centrosinistra, vengono dagli elettori più incerti e disincantati. I delusi e gli "antipolitici". Tradizionalmente più sensibili al richiamo del centrodestra. Ma costantemente tentate dall´astensione. Dall´idea di "chiamarsi fuori". Come vorrebbero facesse l´Italia, sul piano internazionale. Il che costituisce un problema, per il governo e per il suo premier, sospeso e conteso tra due "fedeltà": l´America di Bush e l´opinione pubblica. Ciò che ha prodotto scelte politiche - e linguistiche - ardite e ambivalenti, in questi ultimi anni. Appoggiare l´intervento Usa senza parteciparvi, prima. Operare in un teatro di guerra con una missione di pace, poi. Mediare, per salvare la vita degli ostaggi italiani, ribadendo la logica della fermezza. Oggi. L´identità degli italiani, che vorrebbero muoversi in diversi elementi, nello stesso momento. È destinata a restare anfibia. ILVO DIAMANTI La Repubblica, 13 MARZO 2005 |