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febbraio 27, 2005

DEMOS / Scuole, pensioni, sanità agli italiani piace il pubblico
Il taglio fiscale viene considerato "molto influente" solo dal 2% dei cittadini

C´è una forte domanda di pubblico nella società italiana. Sebbene i servizi dello Stato incontrino valutazioni critiche rispetto a quelli gestiti dai privati. Gli italiani attribuiscono all´intervento pubblico un ruolo fondamentale nell´ambito del welfare. Questo giudizio si estende perfino al servizio televisivo. Sull´alternativa meno tasse o più servizi gli italiani si dividono. E la recente riduzione delle imposte, quando effettivamente percepita, viene ritenuta perlopiù ininfluente rispetto al reddito. Questo, in sintesi, emerge dalla 6° indagine dell´Osservatorio sul Capitale sociale degli italiani - curata da Demos per Coop - che si è concentrata sul tema dei servizi come aspetto rilevante dell´integrazione sociale e politica.
Il clima sociale generale resta pessimista, ma non più del passato. Nel suo complesso si è stabilizzato; i cittadini sembrano adattarsi alle difficoltà congiunturali. La metà, 49%, continua a vedere il futuro incerto e carico di rischi. E´ una prospettiva che mal si concilia con progetti personali e familiari di lungo periodo. Inoltre, coloro che un anno fa definivano la classe sociale della propria famiglia media o alta erano il 68%, oggi sono il 5-6% in meno. Si tratta di italiani che nel corso di questo periodo ritengono di essere scivolati in basso nella scala sociale.
In questa cornice le istituzioni pubbliche con i loro servizi si configurano come un importante fattore di integrazione. Sul piano della soddisfazione le scuole pubbliche superano le corrispettive private (scuole per l´infanzia e asili nido 61% vs. 57%; le restanti scuole 52% vs. 45%). E le poste raccolgono il gradimento di oltre la metà degli italiani (55%). La sanità pubblica, invece, suscita un grado di soddisfazione sensibilmente più basso rispetto alle strutture private (35% vs. 58%). Limitato appare anche il gradimento dei trasporti urbani (35%) e in particolare quello delle ferrovie (23%). Secondo il 28% dei cittadini i servizi dello Stato sono peggiorati nel corso degli ultimi anni. E il personale delle pubbliche amministrazioni viene giudicato meno disponibile e competente rispetto a quello del settore privato.
Nonostante questo l´indagine Demos-Coop rileva che gli italiani auspicano la gestione pubblica delle principali istituzioni del welfare: scuola (77%), sanità (69%), pensioni (64%). Il mercato, in questi ambiti, viene guardato con una certa diffidenza. Un sentimento che coinvolge anche la televisione, dove il 54% degli italiani ritiene più opportuna la gestione da parte dello Stato. La domanda di pubblico presenta un profilo sociale netto: è espressa da persone con più di 45 anni, lavoratori del pubblico impiego, pensionati, elettori dello schieramento di centro-sinistra. Questo orientamento si collega probabilmente alle incertezze e alle difficoltà che continuano a caratterizzare la capacità di consumo e di risparmio degli italiani.
Un trade-off importante sta nel nesso tasse e servizi. Cosa deve fare lo Stato? Mirare alla riduzione delle imposte oppure al potenziamento dei servizi? L´opinione degli italiani si divide in due. Su 100 cittadini 46 vedono nel calo delle tasse una priorità (ma di questi solo 10 sarebbero disposti a pagare il costo di una limitazione dei servizi). Mentre i restanti 54 riconoscono nel potenziamento dei servizi un obiettivo da perseguire (di questi, 24 si dicono disposti anche a fronteggiare l´incremento del prelievo fiscale). L´aumento del reddito grazie alla recente riduzione delle tasse - nella pensione o nella busta paga di gennaio - è stato riscontrato dal 14% dei lavoratori dipendenti e dei pensionati. Di questa minoranza poco più di uno su dieci (14%) ha trovato tale aumento più alto di quanto si aspettava. La metà uguale alle attese, e uno su tre più basso. E circa il 2% ritiene tale incremento «molto» influente rispetto al proprio reddito.

LUIGI CECCARINI

Un ragionevole desiderio di Stato

Chiedere un fisco meno pesante e allo stesso tempo servizi migliori non è poi così irrazionale, la politica rifletta
Finita l´epoca in cui il sistema pubblico era svalutato, e l´alternativa con il privato oggi non è più così netta

ILVO DIAMANTI 

la Repubblica - 27 febbraio 2005


Pubblico e privato. Normalmente, concetti alternativi. Normalmente. Il confronto politico, in particolare, li oppone, come due poli della bussola che regola gli interventi in materia sociale ed economica. I riferimenti di due diverse visioni, due diversi pensieri: liberista e laburista. Così, non a caso, le due coalizioni che si affrontano, in Italia, hanno scelto, come bandiera ("una", fra le più importanti), due progetti che li richiamano, in modo esplicito. Il centrodestra: la riduzione fiscale. Il centrosinistra: la ripresa dello stato sociale. Tradotti in slogan: meno tasse e più servizi sociali. Meglio: meno tasse o meno servizi. E, parallelamente, più o meno pubblico; più o meno privato; più stato o più mercato.
Tuttavia, il confronto con la percezione sociale, come avviene spesso, induce a considerare con maggiore prudenza queste alternative.

Che, nell´opinione pubblica, non appaiono così irriducibili, così nette. Così alternative. Così "normali". Lo sottolineano, da ultimo, i risultati dell´indagine condotta, nei giorni scorsi, da Demos nell´ambito dell´Osservatorio sul Capitale sociale degli italiani.
L´indagine, in primo luogo, conferma, una volta ancora, che la "stagione del privato", in Italia, si è conclusa. L´epoca in cui il sistema pubblico era svalutato - in ogni settore, in ogni attività - è finita. (E sospettiamo che l´enfasi sul privato, anche allora, fosse, almeno, in parte, più ideologica che socialmente condivisa). Oggi, invece, la maggioranza della popolazione considera opportuno attribuire al "pubblico" la gestione di tutti o quasi i servizi di rilevanza sociale. Non solo l´istruzione o la sanità, ma perfino il trasporto aereo e (incredibile!) la televisione. Tuttavia, sarebbe errato spiegare questo "ritorno" con un ritrovato prestigio del - o una rinnovata passione per il - pubblico. Nella percezione sociale, gli antichi vizi del settore restano. La qualità dei servizi pubblici, assai più di quelli privati, appare peggiorata. Così come resiste l´idea che il pubblico sia più inefficiente e "inospitale" - incapace, cioè, di proporre relazioni "umane" con le persone - rispetto al privato.
La fine del "mito privato", quindi, non ha cambiato il giudizio dei cittadini verso il pubblico. Al quale i cittadini si affidano non per amore. Ma per forza e per paura. Perché, quando le prospettive dell´economia e della sicurezza diventano incerte, come in questa fase, si afferma la domanda di riferimenti stabili. Soprattutto negli strati sociali più bassi (e, come mostra l´Osservatorio, continua a crescere la quota di coloro che percepiscono una perdita di posizione sociale).
Poi, va ricordato, c´è la memoria dei meriti del sistema pubblico, che in passato ha garantito, a gran parte della popolazione, l´accesso all´istruzione e un´assistenza dignitosa di fronte ai rischi della salute. Favorendo protezione e promozione sociale.
Necessità e nostalgia, insieme, fanno del "pubblico" un appiglio solido e resistente per i cittadini. Che lo rivendicano, pur senza celebrarne le virtù. Vorrebbero, gli italiani, un pubblico che garantisse le prestazioni del privato. O un privato che garantisse la "protezione" del pubblico. Come di fronte all´alternativa fra meno tasse e più servizi: gli italiani sembrano dividersi. Si spaccano a metà. Ma è solo apparenza. Le due posizioni, più che contrapporsi si sovrappongono. Vorrebbe, infatti, la maggior parte dei cittadini, che lo Stato investisse soprattutto nei servizi, ma senza aumentare le tasse. Oppure, simmetricamente, che riducesse le tasse, ma senza ridimensionare l´offerta di servizi sociali. Vorrebbero, gli italiani, meno tasse e più servizi, insieme. Il che può apparire un segno, l´ennesimo, dell´irrazionalità umana. Oppure dell´anomalia italiana. Della nostra incapacità di divenire normali. Gli italiani. Popolo maestro nell´arte di arrangiarsi, ma abituato, nel contempo, a pretendere tutto senza pagare il pegno. La botte piena e la moglie ubriaca. Però conviene non rassegnarsi a questi stereotipi e cercare altre spiegazioni, magari meno semplici e rassicuranti, ma, forse, più realistiche.
In primo luogo, non è così irrazionale, per una persona, cercare di conciliare tutto, chiedendo buoni servizi al prezzo medesimo (o, addirittura, scontato). Non sono tenuti, i cittadini, alla coerenza, al rigore. Perché è un compito che spetta alla politica e alle istituzioni: educare al civismo, imporre scelte "razionali", anche se impopolari; e dimostrarne l´utilità e il vantaggio per il "bene comune", nel medio periodo. Mentre nel nostro paese ciò avviene raramente. E solo di fronte a grandi emergenze o a grandi convenienze. Così, il carico fiscale è cresciuto, in misura esponenziale, dagli anni Ottanta fino all´ingresso nella UE, per fare fronte al debito pubblico e per contenere i conti dello Stato. Per rispettare i vincoli internazionali. Mentre le tasse sono state tagliate, di recente, con grande enfasi, per rispettare un "patto con i cittadini" preso in campagna elettorale. E per contrastare un clima d´opinione sempre più depresso e avverso al governo. Tuttavia, il centrosinistra, che negli anni Novanta ha traghettato l´Italia nella UE, al prezzo di finanziarie pesantissime, non è riuscito, al contempo, a riqualificare il sistema pubblico, a "riformare" lo Stato e le sue istituzioni. E quando ci ha provato, introducendo, ad esempio, nella scuola criteri di merito nella valutazione e nella retribuzione del personale docente, ha dovuto frenare e tornare precipitosamente sui suoi passi. Mentre il centrodestra, o meglio, il premier Berlusconi, quando ha imposto (anche agli alleati) la riduzione delle tasse, presentandola come una rivoluzione, (quasi un Thatcher o un Reagan italiano), si è in effetti limitato a un´operazione di basso profilo e ad alta visibilità. Ostentata dovunque, ma, nella realtà quotidiana, percepita da pochi. Se è vero, come segnala l´Osservatorio di Demos, che solo il 14% dei lavoratori dipendenti e dei pensionati afferma di aver rilevato un effettivo aumento della retribuzione, in seguito al provvedimento del governo. E, di questi, solo il 14% (quindi il 2% scarso della popolazione interessata) l´ha trovato tale da influire sul reddito.
In altri termini, le tasse sullo stipendio sono calate, ma lo stipendio, nella percezione di tutti o quasi i lavoratori, è rimasto lo stesso. Cioè inadeguato. Anche perché, contemporaneamente, i prezzi dei consumi, le tariffe dei servizi, la fiscalità locale non hanno subito un calo, ma, semmai, hanno continuato a crescere.
Un discorso analogo si può fare riguardo alle prestazioni del pubblico e del privato. Visto che negli ultimi dieci anni abbiamo assistito al paradossale estendersi dei vizi pubblici alle imprese private (si pensi alle vicende che hanno coinvolto alcune importanti aziende, con penose conseguenze per molte persone "fiduciose" nelle prestazioni del privato).
Il che suggerisce di considerare con attenzione e senza ironia le questioni che abbiamo proposto in precedenza.
Auspicare meno tasse e, al contempo, servizi migliori. Esprimere una domanda di pubblico e apprezzare le virtù del privato. Non è irrazionale. Semmai è irragionevole ritenerlo tale. Segno della - cattiva - abitudine di considerare "normale" il nostro Stato (e il nostro privato). Ma rivendicare un fisco più leggero, uno Stato migliore e un pubblico più efficiente, in un paese dove il fisco pesa come un macigno, lo Stato è inefficiente, i servizi costosi e insoddisfacenti: è così irragionevole?