febbraio 20, 2005 MAPPE / I distinguo della guerra e la scelta dell´UnioneILVO DIAMANTI LA GUERRA è tra noi. E, anche volendo, non ce ne possiamo scordare. Dimenticare l´Iraq: non è possibile. Ieri centinaia di migliaia di persone hanno manifestato, a Roma, per la libertà di Giuliana Sgrena. Ostaggio della guerra contro cui si è battuta e ha testimoniato. Nei giorni scorsi il Parlamento ha votato sul finanziamento delle truppe italiane in Iraq. In modo opposto. Il centrodestra a favore e l´Unione di centrosinistra contro. Con molti dubbi e molte riserve. Ma ha votato contro. La guerra. Continua ad attraversare la nostra società, il nostro sistema politico e la nostra coscienza. Soprattutto da due anni, in seguito all´intervento armato in Iraq, promosso dagli Usa. Due soli attori si fronteggiano, scrisse allora il Nyt. Bush ?il presidente della potenza globale americana- e l´Opg. L´Opinione (o, meglio, l´Opposizione) Pubblica Globale. A cui l´Italia offrì un contributo massiccio, vista la grande partecipazione alle manifestazioni di protesta, prima e durante l´intervento in Iraq. Visto il grande dissenso popolare: quasi il 90% degli italiani, nel febbraio 2003, riteneva ingiusta l´operazione militare guidata dagli Usa. Sono passati due anni, da allora. L´intervento si è concluso. Non la violenza in Iraq. Che prosegue. Senza rallentare. La costruzione della democrazia, peraltro, procede, per quanto faticosamente. Le elezioni irachene di alcune settimane fa ne costituiscono un passaggio significativo. Di queste vicende, gli italiani sono divenuti spettatori e attori. Con le loro truppe, le loro vittime, i loro ostaggi. Militari e civili. La guerra è tra noi. E ci ha cambiati, in questi due anni. La società: si rivela più inquieta, ma anche più divisa e più dubbiosa. Come appare dai dati di un sondaggio condotto da Demos nei giorni scorsi (dopo il voto al Senato sulla missione e dopo il drammatico videomessaggio di Giuliana Sgrena). Il dissenso verso l´intervento in Iraq resta maggioritario. Oltre sei italiani su dieci (fra quelli intervistati) lo considerano ingiusto. Un dato stabile, dopo la caduta del regime di Saddam Hussein. Mentre sulla missione italiana in Iraq le posizioni appaiono più contrastanti. Rivelano divisioni profonde e crescenti. Quasi il 40% di chi risponde ritiene giusto ritirare le nostre truppe. Subito. Mentre solo il 15% pensa - al contrario- che si debba rimanere. Senza se e senza ma. Rispetto a un anno fa, ciò significa che l´opposizione alla presenza dei militari italiani in Iraq è aumentata. Tuttavia, come nella primavera del 2004, anche oggi il 45%, quindi la maggioranza (relativa), si dice favorevole alla presenza italiana, ma in un quadro che veda l´Onu e la Ue maggiormente coinvolte. Al di là della facile (e legittima) obiezione circa i limiti dimostrati in questa, come in altre crisi internazionali, dall´Onu e dalla Ue, questo orientamento sottolinea l´avversione verso la politica unilaterale degli Usa. Mentre rivendica un maggiore coinvolgimento della comunità internazionale. Una prospettiva che si potrebbe rafforzare nei prossimi giorni, quando Bush, in occasione della sua visita, si confronterà con il leader europei. Peraltro, l´orizzonte dell´area di guerra, agli occhi dei cittadini, si è fatto meno cupo. Un italiano su due pensa che si riuscirà a «instaurare un regime democratico in Iraq». Una quota superiore del 4% rispetto a un anno fa. Mentre il 45% (+4%) ritiene che nel Medio Oriente si stiano creando condizioni di «maggiore stabilità». Questi dati potrebbero fornire l´idea di una società che riproduce, costanti, i suoi valori e le sue attese. Non è così. Soprattutto se la osserviamo più da vicino, se entriamo dentro le tensioni e le passioni che la attraversano. Allora, la società italiana ci appare ancora divisa. Più di un anno fa. Molto più di due anni fa. In primo luogo, la frattura fra destra e sinistra (fino a quando continueremo a usare la formula, un po´ ipocrita, di centro/destra e centro/sinistra?) si è notevolmente allargata. L´intervento in Iraq: due anni fa, alla vigilia dell´operazione militare, venne giudicato «sbagliato» oppure «ingiusto» dalla maggioranza degli elettori in entrambe le coalizioni. Oggi, invece, fra i due versanti si è aperto un solco profondo. ´85% degli elettori dell´Unione di centrosinistra continua a ritenerlo sbagliato, ma il 60% degli elettori di centrodestra lo considera una scelta giusta. Poi, quasi metà degli elettori di centrosinistra vogliono il ritiro delle nostre truppe. Il 37% di quelli di centrodestra ne approva, all´opposto, la permanenza. Senza condizioni e senza esitazioni. Ancora: la quota di coloro che credono nel progresso della democrazia in Iraq non arriva al 40% a centrosinistra, raggiunge il 75% a centrodestra. Insomma, oggi, a differenza di due anni fa, il premier non naviga più controcorrente. Perché il vento di destra, almeno, soffia nella sua direzione. Infatti, su questi argomenti non si osservano grandi differenze nella base dei partiti della Cdl. Gli elettori di Fi, An, ma anche dell´Udc e della Lega dimostrano, su questi temi, orientamenti analoghi. Associati a una notevole fiducia negli Usa (rilevata non in questa, ma in altre indagini). Diversamente da quel che si osserva nel centrosinistra. Dove le distinzioni ? visibili - non mancano. I Ds: i meno convinti che le nostre truppe si debbano ritirare. Gli elettori della Margherita: persuasi, in grande maggioranza, del processo di democratizzazione in Iraq e del miglioramento delle prospettive di pace in Medio Oriente, dopo l´intervento militare nell´area. Solo la base elettorale di Rifondazione Comunista, com´era prevedibile, mostra un orientamento coerente. Contro la guerra, contro la presenza militare italiana. Diffidente dei segni di distensione e democrazia che affiorano nell´area. Ciò spiega ?e giustifica- il disagio che ha attraversato l´Unione, alla prima seria prova delle "istituzioni" e delle regole unitarie. Difficile trovare un comune orientamento su una questione che non suscita un comune sentimento, non solo nei gruppi dirigenti, ma prima ancora fra gli elettori. Perché la logica "maggioritaria", che ispira la costruzione dell´Unione e della Federazione (su materie più ampie), induce a mettere da parte i se e i ma. E favorisce, in casi come questi, i soggetti politici (come Rc) che dispongono di una base meno assillata da se e ma. Così, la leadership dell´Unione ha scelto di opporsi al finanziamento della missione, in continuità con il passato (anche se i suoi elettori non sembrano contrari alla presenza delle nostre truppe in Iraq, nel quadro di una guida "multilaterale"). Ha scelto, inoltre, di coltivare l´elettore incerto e periferico, che continua a nutrire diffidenza nei confronti della guerra irachena e i suoi derivati. Ha scelto, infine, di affermare la logica della coesione e dell´unità, come valore in sé . Perché, evidentemente, questo voto costituisce un segno della "cessione" di sovranità dei partiti nei confronti di un soggetto politico altro, diverso ed esterno. È un passo evidente verso la costruzione dell´Unione oltre i partiti. Al di là di ogni dubbio. Tuttavia, un dubbio resta (a me, almeno). Se "unificare" posizioni tanto diverse e distinte - sempre e comunque, senza sottolineare le differenze e senza distinguere - sia davvero giusto. E utile. Se, di fronte a questioni ad alto contenuto simbolico e di valore, come la guerra e la democrazia (la vita e la morte, la fede e la laicità), l´unità (l´Unione?) sia - sempre e comunque - una virtù. Da perseguire a ogni costo. L´unità assoluta sancita con un voto a maggioranza relativa. la Repubblica - 20 febbraio 2005 |