febbraio 7, 2005 Anche i Ds si sono berlusconizzati: finalmente / Ma il vantaggio sul Polo è ridotto di 10 PuntiBAROMETRO. LA SCOPERTA DIESSINA DEL MARKETING ELETTORALE E L'ALLARME SONDAGGI E le uniche analisi conosciute sui collegi indicano che oggi con il Nespolum il centrodestra stravincerebbeDi Mauro Calise Il congresso dei Ds ha sancito un altro importante step del processo di berlusconizzazione della politica italiana. Anche il partito che resisteva come l'ultimo dei dinosauri della - un tempo - onnipotente partitocrazia italiana si è piegato (nemmeno tanto suo malgrado) alle leggi del marketing elettorale. Invece che una platea di dibattito tra diverse mozioni e fazioni, e al posto di un'occasione per procedere a rilevanti riorganizzazioni interne, il meeting al Palalottomatica (anche il nomen della sede ha un suo omen) è servito esclusivamente a lanciare il messaggio più galvanizzante possibile al popolo della sinistra chiamato alla campagna elettorale più lunga e più difficile della sua storia. Lasciamo al lettore di decidere se sia stata una scelta dettata da un'attenta valutazione dei rischi - e imperativi - della fase attuale. E quindi sia stata varata da un'accorta cabina di regia in funzione di una sagace strategia. O se, più prosaicamente, si sia trattato dell'ennesima chiusura autoreferenziale di una leadership che - nella peggiore tradizione del centrosinistra - conosce, nel momento del pericolo, solo il rito dell'autocelebrazione. Che sia stata obbligata o meditata, si è trattato della scelta giusta. Detto in modo brutale, infatti, l'Ulivo - elettoralmente - è già sull'orlo di una crisi di nervi. Al punto che, almeno al grande pubblico, sembra già più opportuno nascondere la gravità della situazione (anche alla luce della ben nota propensione italiota a saltare rapidamente sul carro in odore di vincitore). E dedicarsi, invece, allo sforzo di tamponare con ogni mezzo la falla. Evitando che le novità congiunturali, emerse nell'ultimo trimestre, si stabilizzino in un nuovo trend. Le novità principali riguardano tutti e due i fronti su cui si sta combattendo la guerra di trincea dei sondaggi. Partiamo dai dati nazionali, quelli che fanno più rumore e notizia, anche se non sono sempre e necessariamente i più importanti. Gli ultimi tre mesi hanno visto, per la prima volta dopo un anno di sostanzioso e stabile vantaggio da parte del centrosinistra, profilarsi prima il fantasma e poi l'incubo di un recupero del centrodestra.11 primo indicatore a segnalare - come spesso succede - l'allarme è stato la domanda «winner», quella che riguarda la previsione del vincitore. Si tratta di un indicatore che i tecnici del polling monitorizzano con la massima attenzione. Perché segnala un cambiamento di clima d'opinione che, quasi sempre, anticipa anche una modifica nell'orientamento di voto. Soprattutto gli elettori meno politicizzati e più indecisi, e quindi più propensi a rifugiarsi nel silenzio dell'astensione, si riaffacciano sulla scena elettorale solo dopo che si sono convinti che la propria parte può vincere. E' quello che sta succedendo, da tre mesi, all'interno del centrodestra. A ottobre del 2004, secondo i più accreditati istituti di opinione, il centrosinistra aveva quasi venti punti di vantaggio nei confronti del centrodestra nella previsione di vincita. Nel volgere di meno di due mesi, lo scarto si è bruscamente assottigliato. Con due conseguenze importanti. La prima, più che comprensibile, sulla psicologia della leadership (di entrambi gli schieramenti) che compulsa settimanalmente il barometro degli umori elettorali. La seconda, più che prevedibile, sulle intenzioni di voto registrate attraverso i sondaggi, che hanno cominciato a riflettere il mutamento di clima. Ovviamente, su questo piano, gli smottamenti sono meno consistenti. Come gli esperti di voto sanno bene, i due blocchi politici in Italia sono estremamente stabili. Si modificano lentamente, pescando - e perdendo - consensi prevalentemente al proprio interno, nell'area grigia dell'astensione. Nondimeno, il sommovimento c'è stato, e di portata molto rilevante. Soprattutto se si guarda alle intenzioni di voto al maggioritario, il dato tradizionalmente più favorevole al centrosinistra. Qui il vantaggio sul centrodestra si è ridotto, nel giro di due mesi, di oltre dieci punti percentuali. Portando le due coalizioni a un'incollatura l'una dall'altra Questo quadro da preoccupante si fa drammatico (per l'Ulivo e Prodi) se si passa dallo scenario nazionale a quello delle proiezioni sui collegi. Che è il secondo fronte sul quale sono giunte, in queste settimane, novità rilevanti e inquietanti. Qui anche il lettore bene dis-informato è opportuno, infatti, che ricordi come l'Italia - in fatto di sondaggi - sia davvero uno strano paese. In parte per quei ritardi culturali su cui meritoriamente il Riformista ha aperto, su queste pagine, un dibattito. E in parte, più biecamente, per miopia o tirchieria di chi dovrebbe su una materia così decisiva per la salute democrati ca offrire un servizio pubblico ade• guato, i sondaggi di cui si parla in Italia sono quelli di una - inesistente - competizione presidenziale. Ci indicano le quotazioni del Polo e dell'Ulivo allargato come se, tra un anno, dovessimo tutti votare per eleggere Berlusconi o Prodi in un collegio unico nazionale. Invece, come tutti sanno ma fanno finta di non sapere, si voterà in 475 collegi maggioritari, e il restc dei seggi alla Camera andrà assegnato su base proporzionale. Ciò significa che ogni scenario plausibile sugli esiti effettivi della competizione nazionale deve basarsi su previsioni di ciò che avverrà nei collegi stimati uno per uno. Per fare questo, anche i non addetti ai lavori capiscono che è necessario un numero enormemente maggiore di informazioni rispetto a quelle solitamente disponibili per le stime aggregate. Informazioni che ci consentirebbero di capire se, ad esempio, il vantaggio dell'Ulivo - esile o consistente che sia - si concentri prevalentemente (e del tutto inutilmente) nelle zone dove già era forte. O se invece, molto più proficuamente, vada a erodere consensi - e seggi - del Polo in quelle zone dove è possibile (ed essenziale) fare il sorpasso. Detto in estrema sintesi: cosa sta succedendo - e si prevede che succederà - nei collegi chiamati, in gergo, marginali, cioè quelli in cui lo scarto tra i due poli è tale che appare possibile un cambiamento di casacca? L'unica analisi che ha provato a bucare il muro di ignoranza e silenzio che persiste su questo fronte decisivo è quella di Paolo Natale pubblicata su Europa, quasi due mesi fa, il 17 e 18 dicembre (e consultabile in dettaglio all'indirizzo http://brunik.altervista.org/20041217084535.html ). Visto che se ne è parlato pochissimo, è opportuno ripassare i numeri insieme ai lettori di New Polidcs. Si tratta di stime ancora grezze. I calcoli sono stati operati sulla base dell'insieme delle 50mila interviste che l'Ipsos - l'Istituto di sondaggi guidato da Nando Pagnoncelli - ha svolto nel corso dell'ultimo anno. Non potendo, cioè disporre, di un numero sufficientemente ampio di interviste svolte simultaneamente, Natale ha scelto di azzerare le differenze temporali nel campione, visto l'arco relativamente breve di tempo (12 mesi) e anche considerato il fatto che non si erano registrati scarti temporali troppo consistenti. Inoltre, per disporre di una base numerica sufficientemente ampia, i collegi sono stati raggruppati per cluster quanto più omogenei possibile. E' chiaro che per un quadro più preciso sarebbe necessario disporre di un numero sufficiente di interviste fatte per ciascun singolo collegio. Ma in mancanza - e attesa! - di questo, diamo un rapido sguardo ai risultati che emergono da questa analisi. Il quadro, per il centrosinistra, è tutt'altro che rassicurante. Pur in presenza di un vantaggio consistente sul dato maggioritario aggregato (un vantaggio che negli ultimi mesi, come abbiamo visto sopra, è andato considerevolmente erodendosi), la Gad riuscirebbe a malapena a conquistare, alla Camera, il pareggio. Ritto ciò con la legge attuale. Ma se Berlusconi riuscisse a modificarla nel senso del cosiddetto Nespolum, dal pareggio si passerebbe a una netta affermazione del Polo. Una quarantina di collegi, soprattutto localizzati al Sud, rimarrebbero al centrodestra, col risultato che, al maggioritario, si passerebbe dalla parità a uno scarto di 75 seggi a favore del Cavaliere. Come si vede, si tratta di dati che non hanno bisogno di commenti. Avrebbero, invece, bisogno di una presa di posizione e una direzione di rotta strategica da parte dei leader dell'Ulivo. Con la creazione di una cabina di regia in cui, invece di discettare su improbabili spartizioni ministeriali, si cominciassero a schierare le truppe migliori sul territorio. Ne parleremo - se il lettore avrà pazienza - al prossimo appuntamento con New Polidcs. Intanto, converrebbe andarsi a rileggere quello che fece Blair col New Labour. Senza scimmiottare Berlusconi, che può vendere nei collegi soltanto la propria faccia (un po' avvizzita, malgrado il lifting). Ma studiandosi, con cinque anni di ritardo, come funziona la democrazia maggioritaria nel paese che l'ha inventata. E come una sinistra che creda davvero nei propri mezzi può ancora vincere una gara che appare, di settimana in settimana, più in salita. Il Riformista 07-02-2005 |