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dicembre 24, 2004


Posti di lavoro e religione, un italiano su tre dice no alla Turchia

Timori più diffusi tra chi vota a destra e vive in piccoli centri. Ma la maggioranza è favorevole all’ingresso in Europa

Più di un cittadino su tre si dichiara esplicitamente ostile all'ingresso della Turchia nella UE. Mentre la quota di favorevoli supera di poco il 50%. Per la verità, la simpatia relativamente scarsa degli italiani nei confronti della Turchia era già emersa in occasione di diverse ricerche precedenti. Ad esempio, il sondaggio realizzato dal Corriere poco prima dell'allargamento dell'Unione a 25 paesi, aveva mostrato come la percentuale di quanti auspicavano l'ammissione della Turchia fosse ancora inferiore a quella rilevata oggi. E da una ricerca condotta qualche mese fa, nell'ambito della quale si chiedeva di esprimere il grado di fiducia verso i cittadini delle altre nazioni comprese (o candidate) nell'Unione, emergeva come i turchi si collocassero, assieme ai bulgari, all'ultimo posto, finendo così col costituire una delle nazioni verso cui venivano espressi meno consensi. I turchi risultavano particolarmente meno amati dalla generazione di mezzo, tra i 30 e i 40 anni. E, c'erano, naturalmente, significative differenziazioni in relazione all'orientamento politico. Che vedevano esprimere una molto minor stima verso la Turchia da parte dei votanti di forze politiche di destra, come An, Alternativa Sociale e Fiamma Tricolore, nonché ovviamente da parte della Lega. Come si è detto, oggi la situazione non è sostanzialmente cambiata di molto. La Turchia risulta «antipatica» a grossomodo metà della popolazione. E una larga parte di costoro vede di conseguenza con sfavore il suo possibile ingresso nella UE.
Questo atteggiamento è dettato da una serie di giudizi e di pregiudizi. Come spesso accade in questi casi, le resistenze maggiori provengono da preoccupazioni nell'ambito della sfera socio-economica. In particolare, si teme - lo afferma quasi il 40% della popolazione - che il minor costo della manodopera in Turchia possa danneggiare i livelli occupazionali in Italia.
Ma, accanto a questa motivazione economica, trova largo spazio quella «culturale», fondata sull'idea che l'ingresso della Turchia nella UE costituisca una minaccia per le nostre tradizioni civili, culturali, religiose. Benché meno diffusa di quella relativa alla situazione occupazionale, questa opinione è sostenuta da una quota amplissima di cittadini, pari a grossomodo un quarto della popolazione adulta. Con una accentuazione tra gli anziani (tra chi ha superato i 65 anni, più di uno su tre ritiene che l'inserimento della Turchia rappresenti un pericolo per la nostra civiltà) e, ancora una volta, tra chi si colloca nel centrodestra.
Si tratta spesso di pregiudizi, fondati sul sentito dire. Non è un caso, forse, che i timori «culturali» risultino significativamente più numerosi tra quanti risiedono nei comuni di minori dimensioni, ove i giudizi negativi sull'ammissione nella UE costituiscono la maggioranza. Si può ragionevolmente ipotizzare che nei centri più piccoli, i contatti «veri» con i cittadini turchi e la Turchia siano tendenzialmente meno frequenti. E che l'immagine di quel paese si formi perlopiù in modo «virtuale», attraverso i media.
In definitiva, l'ostilità all'ingresso della Turchia nella UE risulta molto diffusa, forse più di quanto ci si poteva aspettare. Essa si basa in larga misura su motivazioni poco fondate, su pregiudizi. Che tendono ad incrementarsi in peri odi di crisi economica e sociale come quello attuale. Per questo sono presenti in ampi strati di popolazione, che finiscono col costituire un mercato di consensi e di voti verso il quale diverse forze politiche guardano con grande interesse.