dicembre 19, 2004  Perché ci sentiamo in un brutto Stato
di Ilvo Diamanti. IL VENERDI di RepubbIica 17-12-2004 Si coglie, fra gli italiani, una crisi di credibilità e di legittimità dello Stato, delle istituzioni, degli attori politici e di governo. Senza che i soggetti del mercato e dell'impresa riescano a contrastare la delusione, suscitata negli ultimi anni. E' come se, dopo tante mobilitazioni e tante proteste, i cittadini avessero ceduto alla rassegnazione. Stretti tra sfiducia nel privato e infelicità pubblica. E' la prima, inquietante, indicazione che emerge, scorrendo i dati della VII Indagine siigli italiani e lo Stato, condotta da Demos per la Repubblica. Suggerisce la crisi del patto fra i cittadini e lo Stato, fra i cittadini e i soggetti pubblici, fondato, nel Dopoguerra, su due premesse (e promesse). Tutela e reddito, servizi e sviluppo, sicurezza e consumi. Stato sociale e benessere degli individui e delle famiglie. Lo Stato sociale. E' stato messo in discussione, a partire dagli anni Ottanta, nel nostro Paese, perché considerato oneroso e inefficiente, oltre che incapace di garantire servizi personalizzati e di migliore qualità.
Così, negli anni Novanta, si è imposto il modello dell'imprenditore diffuso e del fai-da-te. Mentre, in parallelo, si è affermata l'idea che i compiti dello Stato dovessero ridursi al minimo. Tutti «liberi da». Dallo Stato, dalle tasse, dai partiti, dai sindacati, dal «pubblico». Anche questo orientamento, però, quando ormai pareva affermato, ha perduto consenso. Il terrorismo, le guerre preventive, hanno dato senso di incertezza al futuro delle persone e accentuato il senso di solitudine degli individui. Generato spaesamento. Mentre l'instabilità e la depressionee dei mercati hanno scardinato le certezze economiche. Indebolito il mito e la pratica dell'imprenditore. Così, le inchieste sugli Italiani e lo Stato degli ultimi anni (2002 e 2003) hanno rivelato tendenze che sembravano sopite da tempo. Il ritorno dello Stato e della domanda di pubblico. La ripresa della partecipazione, della protesta politica, della mobilitazione, dell'impegno. Segnali di cambiamento, che riflettono domanda di comunità, di valori, di sicurezza «sociale», di solidarietà. Risposte alle minacce globali, all'incertezza, al pragmatismo cinico. Oggi questi sentimenti, questi comportamenti si agitano, un po' penosamente, in un lago di delusione . La partecipazione. Mantiene livelli molto alti. Soprattutto fra i più giovani. A conferma che l'effervescenza degli ultimi anni non scaturiva da cause contingenti. Da paure temporanee. La domanda di «intervento pubblico». Resta alta. Diffusa. Tuttavia, contrariamente a un anno fa, questi orientamenti si scontrano con una pesante caduta della soddisfazione verso i servizi pubblici e della fiducia verso le istituzioni. Le recenti riforme della previdenza, del lavoro, della scuola, realizzate in nome della razionalizzazione, dell'efficienza, del risparmio e del mercato, probabilmente, hanno comunicato la sensazione di un sostanziale, ulteriore indebolimento dello Stato sociale. Il che ha determinato ulteriore frustrazione. Perché, fra i cittadini, i problemi della disoccupazione, dell'inflazione, dell'assistenza socio sanitaria - come mostra l'indagine - restano prioritari. Mentre l'insoddisfazione verso l'istruzione pubblica aumenta e quella verso la sanità resta elevata. E i principali soggetti istituzionali perdono fiducia, tra i cittadini. Tutti. Comuni, regioni, Ue, governo. Perfino i1 presidente della Repubblica e le Forze dell'ordine, per quanto mantengano indici elevatissimi, subiscono un calo di consenso. I1 patto fra cittadini e Stato sembra, quindi, in crisi. Senza che altri attori, altri valori contribuiscano a colmare questo vuoto. La promessa che viene dal mercato e dall'economia: com-promessa. La domanda di privato: minima. Gli attori protagonisti della stagione degli anni Novanta, borsa, imprenditori, lavoratori autonomi, restano rasoterra, nella stima dei cittadini. Scettici e disincantati. Soprattutto tra coloro che pensavano, solo qualche anno fa, di aver conquistato, definitivamente, il benessere. Scoprendo che non era vero. Per questo, iniziative come il taglio delle tasse, anche se a lungo attese dai cittadini, ora non commuovono troppo. Solo due persone su dieci, infatti, credono che la pressione fiscale scenderà, nel prossimo biennio. Mentre metà dei cittadini pensa, al contrario, che le tasse continueranno a crescere. Lo Stato sociale e la società imprenditrice. I progetti e i miti che hanno generato il consenso degli italiani nel Dopoguerra sembrano essersi consumati entrambi. D'altronde, il mercato è depresso e deprime. Mentre il «pubblico», chi lo promuove davvero. Il centrodestra ha fatto della critica allo Stato e al pubblico una bandiera. E il centrosinistra si è, spesso, adeguato. Oppure è rimasto in penombra. Per tattica. Ha lasciato che fosse il governo a intervenire sulle pensioni, la scuola, il lavoro. Sperando che si facesse male da solo. Cosi, non deve sorprendere se il legame fra cittadini e istituzioni si è logorato. Se i cittadini scivolano, zig-zagando, fra i paletti posti dalle norme e dalle istituzioni. In modo disinvolto. Se nella società si afferma la logica del bricolage. Come si coglie da molte indicazioni fornite dall'indagine. Nella sicurezza privata: un terzo dei cittadini (intervistati) ritiene legittimo - e quasi necessario - difendersi da solo. Il «lavoro nero»: non solo è valutato ìn crescita, ma viene giustificato da quote crescenti di persone. II ricorso ad amicizie e ad altre scorciatoie informali per accelerare l'accesso alle prestazioni dei servizi sociali: appare lecito o ammissibile a circa due terzi del campione (e, quindi, della popolazione). D'altronde, alcuni di questi atteggiamenti sono apertamente sostenuti - per convenienza o per convinzione - da esponenti autorevoli del governo. Che ritengono l'evasione, il lavoro informale, l'autodifesa armata comportamenti «normali» per (soprav)vivere in questo Paese. Come stupirsi, allora, se le stesse opinioni si riverberano, enfatizzate, fra i «governati»? » Peraltro, la svalutazione del ruolo dello Stato, l'esaltazione del «fatelo da-voi», non genera consenso. Dieci anni di «nuova» politica ha favorito, alimentato la nostalgia della «vecchia». Il 40 per cento della popolazione riassume la figura ideale dell'uomo del governo nel «politico di professione». Non nell'imprenditore (14 per cento) o nell'intellettuale (18 per cento). Tanto meno nel sindacalista o nel rappresentante della «società civile». L'ideologia della politica dell'antipolítica sembra, anch'essa, usurata. E significativo che questi orientamenti, sospesi fra disincanto e «senso cinico», investano tutta la società. Ma colpiscano con particolare intensità le componenti che hanno «impersonato» le stagioni precedenti. I «ceti medi autonomi»: riferimento sociale dell'era del privato. Oggi fra i più insoddisfatti, del pubblico e del privato. Fra i più scettici nei confronti del futuro. E gli studenti, i giovani: i più delusi dalle istituzioni pubbliche. Forse perché, più degli altri, negli ultimi anni avevano «creduto» di poterle cambiare. E ancora oggi continuano a mobilitarsi, a partecipare. Ma per riflesso condizionato, per istinto generazionale, per bisogno di comunità, più che per un progetto preciso. Cosi si spiega la crescita, limitata ma significativa, della sfiducia nel funzionamento della democrazia. Espressa apertamente da quattro italiani su dieci. Riflette lo spaesamento dei soggetti più dinamici, di quest'ultima fase. Il declino dei valori attorno a cui si sono mobilitati. Il pendolo degli orientamenti sociali si è spostato, negli ultimi vent'anni. Dal pubblico al privato; dallo Stato al mercato; dalle passioni agli interessi; dall'ideologia al realismo. Per poi cambiare direzione, in epoca recente. Oggi si è fermato. 
I criteri con cui è stata realizzata questa ricerca II rapporto annuale «Demos-La Repubblica» Gli italiani e lo Stato, diretto da Ilvo Diamanti, è giunto alla settima edizione. L'indagine è stata realizzata da Demos & Pi (con la collaborazione dei LaPoliS -- Laboratorio di Studi Politici e Sociali dell'Università di Urbino), su incarico dei Gruppo L'Espresso. L'indagine è curata da Ilvo Diamanti, Fabio Bordignon e Luigi Ceccariní. Monia Bordignon ha partecipato ail'eiaborazíone dei dati. La ricerca si basa su un sondaggio telefonico svolto, nel periodo 29 novembre - 7 dicembre 2004, dalla società Demetra di Venezia. Le interviste sono state condotte con il metodo Cati (Computer Assisted Telephone Intervíewing), con la supervisione di Andrea Suisani. 1 dati sono stati successivamente trattati e rielaborati in maniera del tutto anonima. II campione, di 1600 persone, è rappresentativo della popolazione italiana di età superiore ai 15 anni, per genere, età e zona geopolitica. Le comparazioni con le precedenti edizioni dei rapporto si basano, fino al 2001, su ricerche realizzate da Poster per il Sole 24 Ore. Documento completo su www agcom.ít |