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dicembre 5, 2004


Se il Professore imita il Cavaliere

ILVO DIAMANTI
 

 da Repubblica - 5 dicembre 2004


Berlusconi e Prodi. Uno di fronte all´altro. Avversari. Irriducibili, insofferenti. Annunciano e raffigurano una campagna elettorale fortemente personalizzata. Che si annuncia lunga e dura. Per loro, per il sistema politico, ma anche per il paese. Berlusconi: in due settimane ha cambiato l´immagine politica del suo governo, della sua coalizione, del suo partito. Non sopportava più di assistere, impotente al declino elettorale, annunciato dai sondaggi e confermato da ogni prova, da ogni scadenza del voto: amministrativo, europeo, suppletivo. Di subire la propaganda dell´opposizione, echeggiata e amplificata dai suoi stessi elettori, che lo descriveva come il "Cavaliere delle promesse non mantenute". Berlusconi, con un colpo di reni ha cambiato il copione scritto dagli alleati. Non solo: ha cambiato anche gli sceneggiatori. Così, in pochi giorni, ha avviato la riduzione delle tasse, tanto spesso annunciata e, puntualmente, disattesa, rinviata.

Quindi, ha ridisegnato la composizione e il profilo del governo. Fini agli Esteri, Follini vicepremier. Così, dopo tante tensioni, ha riunito la maggioranza sotto lo stesso tetto.
Berlusconi. Ha cercato di spezzare lo specchio opaco, che governo e maggioranza offrivano al paese. Sostituendolo con uno nuovo, in grado di proporre un´immagine diversa. Nuova. Più rassicurante. D´altronde, la presenza nel governo di tutti i leader dei partiti della coalizione, con ruoli di responsabilità, li vincola reciprocamente. Impedisce loro di "chiamarsi fuori". A seconda della convenienza o della strategia. Così, la CdL torna ad essere la "Casa di Berlusconi". E Berlusconi, dopo mesi di in/sofferenza, può di nuovo (seguendo l´istinto e la vocazione) narrare la storia del paese che, sotto la sua guida, intraprende la via dello sviluppo. Il paese, in qualche misura, sembra aver reagito a queste iniziative, visto che i sondaggi d´opinione (Ispo di Mannheimer e Ipsos, fra gli altri) hanno rilevato un significativo consenso nei confronti dei provvedimenti sul fisco. E una parallela ripresa della fiducia verso il governo e il premier.

Il problema è che fra l´Italia raffigurata da Berlusconi e l´Italia reale la distanza appare ancora ampia. Come suggerisce il rapporto annuale del Censis, presentato nei giorni scorsi. Il quale descrive un paese, forse, meno povero di quanto pensino gli stessi italiani, ma comunque impaurito e sfiduciato. Abituato a "galleggiare". Incapace, per questo, di cercare e di guardare l´orizzonte. E´ difficile, a questo paese, "credere" alle promesse del governo e di Berlusconi. Anche perché se oggi si scopre più povero di quanto non sia davvero, in parte, è a causa delle illusioni coltivate nel passato recente. E raccolte, amplificate da chi aveva fatto "sognare" gli italiani, promettendo loro che il tempo dei sacrifici era finito. Che era giunto il momento, infine, di vivere felici. Anche per questo oggi è difficile convincere gli italiani che il peggio è passato. Perché, oltre a incontrare crescenti difficoltà nella vita quotidiana, sono diventati scettici, di fronte non solo alle promesse, ma anche alle decisioni, alle leggi. Prima di "cedere" non dico all´entusiasmo, ma a un moderato ottimismo, vogliono vedere. E attendono, soprattutto, la verifica dell´esperienza. Per citare Prezzolini, sono diventati "apoti", gli italiani. Nel senso che "non la bevono". Così, anche se sperano che le tasse calino, in effetti non ci credono troppo. Ne abbiamo conferma da un´indagine condotta da Demos negli ultimi giorni (per il VII Rapporto sugli italiani e lo Stato, che verrà pubblicato sulla Repubblica nelle prossime settimane). Circa 7 italiani su 10 (intervistati nell´ambito di un campione nazionale rappresentativo di 1200 persone) ritengono che negli ultimi due anni le tasse siano aumentate in misura consistente. Ma uno su due crede che, nei due prossimi anni, aumenteranno ancora. Solo il 17% pensa che diminuiranno, come promette la riforma del governo. Tutti gli altri reputano che non cambierà nulla. Che tutto resterà come ora.

Fatica, dunque, Berlusconi, a riallineare le due Italie. Ad avvicinare l´Italia reale all´Italia promessa e narrata dal suo governo.

Il sogno italiano. E´ duro da evocare, perché gli italiani sono inquieti e hanno smesso di sognare.

Prodi. E´ rientrato a pieno titolo nella politica nazionale. Da leader del centrosinistra. Fra molte insidie, perché il suo partito, la Margherita, non è più suo. Il suo progetto ? la federazione unitaria ? resta un progetto, che i partiti approvano a parole, ma contraddicono nei fatti. Continuando a marciare ciascuno per la propria strada. E le primarie, che avrebbero dovuto garantirgli un´investitura popolare, avranno luogo più avanti. Dopo le regionali (che divengono, così, le vere primarie).

Anche per questo, forse, per farsi spazio in un ambiente difficile, Prodi oggi interpreta la sua leadership in modo diverso dal passato. E´ più protagonista, agonista. Antagonista. Sfida Berlusconi in modo aperto e diretto. E attacca il suo partito, senza mezze misure. Come ha fatto ieri, a un convegno di sostenitori dell´Ulivo. Dove, ha definito "mercenari" i giovani collaboratori, arruolati e remunerati da Forza Italia, per svolgere compiti di propaganda. Opponendo loro i "volontari", che si impegnano nel centrosinistra.

Questa versione "militante" di Prodi propone un singolare scivolamento rispetto all´esperienza del 1996, ai tempi del primo confronto elettorale fra Prodi e Berlusconi. Allora Prodi interpretò la parte del leader competente e rassicurante. Un po´ professore e un po´ monsignore. Capace di parlare al paese con realismo, senza alimentare illusioni, senza lanciare anti/proclami. Berlusconi, invece, recitò il copione, collaudato, della guerra di civiltà. I liberali e i liberisti contro gli statalisti e i comunisti della sinistra.

Oggi le parti si allineano. Se Berlusconi, senza rinunciare alla delegittimazione degli "altri", da qualche tempo si è dimenticato dei comunisti e cerca di rassicurare gli italiani, Prodi sembra imitarne lo stile. E polemizza contro il leader avversario, FI e i suoi uomini. La divisione di ieri, fra liberisti e comunisti, rischia di tradursi, oggi, nell´opposizione fra volontari e mercenari.

Ci sembra, sinceramente, una scelta discutibile e rischiosa.

a) Per ragioni di sostanza e di merito. Stigmatizzare i giovani retribuiti da FI, definendoli "mercenari", ripropone la politica come "muro". Ed è quantomeno azzardato, visto che il "professionismo politico", nei partiti di centrosinistra, ha tradizioni profonde e risulta ancora radicato. Mentre il ricorso al marketing politico è trasversale (e diffuso anche a sinistra).
b) Per ragioni di opportunità. Perché la ripresa del centrosinistra, testimoniata da elezioni e sondaggi, è, certamente, alimentata dalla mobilitazione e dall´impegno di tante persone. Ma riflette, al tempo stesso, l´insicurezza e l´insoddisfazione della società. Sfinita dalla politica mediatica e degli annunci. Dalle promesse e dalle minacce. Stanca di divisioni e contrapposizioni, che raramente è in grado di comprendere. La società: che vorrebbe il dialogo, il confronto. Che non capisce lo scontro.

Inseguire Berlusconi sul suo terreno a noi pare, per questo, non solo inaccettabile, ma controproducente. Perché oggi conviene, al centrosinistra, incalzarlo e misurarlo sul terreno delle cose fatte e da fare. Sulle tasse, sul lavoro, sui servizi sociali, sull´istruzione. Perché non ha bisogno, il centrosinistra, di demonizzare gli avversari per affermare i propri meriti, rivendicare i propri ideali, valorizzare le proprie capacità di mobilitare l´impegno volontario, il proprio radicamento territoriale. Perché l´antiberlusconismo fa male a chi lo predica e a chi lo pratica. Il centrosinistra l´ha imparato, a proprie spese, nel 2001. Meglio rileggere e ripetere la lezione del ´96. Che Prodi, peraltro, conosce molto bene.