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novembre 13, 2004


Giù i prezzi e più lavoro

in crisi sulla finanziaria e con l'incubo di tagliare le tasse: mentre il governo annaspa, il paese reale vuole altri provvedimenti. Quali? Per cominciare, un freno al costo della vita. Un sondaggio esclusivo "L'espresso" - Swg

Il terreno dove non c'è accordo è quello della immigrazione. Per il 25 per cento della destra è il problema più grave.

Per la sinistra lo è solo per l'1 per cento

Più che rivedere le aliquote fiscali, gli italiani vogliono che si fronteggi l'aumento della spesa

 

colloquio con Tito Boeri di Paolo Porcellini

Per il premier Silvio Berlusconi il taglio alle tasse è la priorità delle priorità: gli occupa talmente ogni pensiero da impedirgli di vedere che, mentre cerca di trovare un accordo sull'argomento che tanto gli sta a cuore, nel frattempo il suo governo s'è perso la maggioranza e si fa battere al primo comma del primo articolo della legge finanziaria. Per i suoi concittadini, invece, se non è l'ultima delle preoccupazioni poco ci manca: le "tasse troppo alte" arrivano solo al sesto posto fra i problemi che il governo, a parere degli italiani, dovrebbe mettere in agenda. E' uno dei risultati del sondaggio effettuato per ``t'espresso" dalla Swg dì Trieste (si veda il dettaglio della rilevazione nelle tabelle in queste pagine) con l'obiettivo di definire una graduatoria delle questioni che tolgono il sonno agli abitanti del Bel Paese. Degli esiti della ricerca abbiamo discusso con Tito Boeri, docente di Economia del lavoro alla Bocconi nonché fondatore e animatore del sito di analisi economiche www.lavoce.info.

Perché questo apparente disinteresse per una riduzione fiscale?

«Una premessa. La formula "tasse troppo alte" è un po' generica, difficile esprimere un parere. Forse il risultato poteva essere diverso se si fosse invece chiesta l'opinione degli intervistati su uno specifico ammontare o criterio di riduzione fiscale. D'altra parte, come risulta da uno studio di Massimo Baldini e Paolo Bosi che abbiamo appena pubblicato sul nostro sito, le diverse ipotesi di taglio che oggi si fronteggiano nel governo hanno in comune un risparmio mensile per il contribuente che per i redditi medi non supera le poche decine di euro. Forse, quindi, anche una domanda più precisa. basata sull'effettivo calo d'imposta, non avrebbe prodotto entusiasmi particolari per quel tipo di misure, considerata la modestia dell'intervento prevedibile».

Cosa ne pensa del fatto che gli intervistati che si auto-collocano a destra e quelli che si autocollocano a sìnistra sono più interessati alla decurtazione dell'ire di quanto non lo siano quelli che si considerano di centro-destra, centro-sinistra e centro?

«Da un lato possono esservi pregiudizi ideologici, ad esempio l'elettore di destra ritiene che il risparmio di tasse provochi effetti positivi sull'economia. Dall'altro, sia a destra che a sìnistra, può aver pesato il desiderio di realizzare una redistribuzione del reddito, ancorché di segno opposto».

Il terreno su cui destra e sinistra sembrano più agli antipodi è quello dell'immigrazione. Per la destra si tratta di una questione che il governo dovrebbe mettere al primo posto (25 per cento), si suppone per impedire ogni arrivo e per espellere i già arrivati, per quelli di centro-sinìstra e di sinistra, invece, è tema pressoché irrilevante (1 per cento), probabilmente perché lo giudicano un fenomeno positivo e/o inevitabile. Elettori di centro e di centro-destra, invece, ne paiono similmente e significativamente allarmati. Cosa ne pensa?

«Indubbiamente le ideologie fanno premio sull'analisi del fenomeno, sulle valutazioni razionali e persino sugli interessi materiali. Appare probabile, ad esempio, che l'elettorato di sinistra e centrosinistra, per le sue caratteristiche sociali, sia maggiormente esposto a rischi e costi da un torte flusso migratorio. Ma la coscienza di ciò non emerge».

Dall'indagine parrebbe che la principale preoccupazione degli italiani, di ogni colore, sia l'aumento dei prezzi. Su questo terreno vorrebbero il massimo sforzo del governo. È un problema alquanto sentito da tutti, ma in modo particolare da chi si auto-colloca nel centro-destra e nel centrosìnistra (29 e 30 percento, rispettivamente, quelli che lo considerano prioritario). 1 non più giovanissimi ricordano i manifesti che invitavano a'telefonare al governo" in caso di incrementi ingìustificati, o il blocco per decreto dei listini. Cosi come ricordano quanto quegli sforzi risultarono vani. il governo, qualsiasi governo che volesse intervenire, su quali strumenti dovrebbe concentrare i suoi sforzi per contenere il costo della vita? «Sono molto scettico sulle misure di controllo dei prezzi, come pure su accordi come quello, recente, tra governo e grande distribuzione per tenere fermi i cartellini: sono operazioni di propaganda che al meglio possono ritardare di un po' gli aumenti. L'esperienza del ministro delle Finanze francese Nicolas Sarkozv conferma che per questa via non si ottengono risultati soddisfacenti',. Nulla da fare, quindi?

«No, anzi, c'è molto da fare ma su un altro versante, quello dell'accentuazione della competizione. Si applichi la legge Bersani che favorisce l'apertura di nuovi esercizi della grande distribuzione e che i Comuni hanno fin qui interpretato nella maniera più restrittiva; si permetta ai centri commerciali la vendita di carburanti; si piazzino i grandi shopping center nella stessa area, uno dì fianco all'altro, cosicché la concorrenza sui prezzi divenga effettiva. L'Italia si trova nella situazione peggiore: la distribuzione non si basa più su una miriade di piccole imprese e non ancora su un folta platea di grandi centri commerciali. E in mezzo al guado, insomma, ed uscirne sarebbe una gran cosa ».

Dobbiamo quindi riporre ogni speranza sull'aumento della concorrenza? Non ci sono atri strumenti di intervento?

«Il monitoraggio sui prezzi e l' informazione ai consumatori possono certamente aiutare, ma il grande terreno della politica anti-inflazione è sicuramente quello della competizione. E non solo nella rete commerciale, ma anche dei servizi protetti come le telecomunicazioní, i telefonini, o i trasporti: occorre un'authority in grado di regolamentare determinati mercati e di intaccare le posizioni dominanti. Un aumento delle importazioni di energia dalla Francia, ad esempio, avrebbe un effetto positivo su molti prezzi, a cominciare dal l'elettricità, ma intaccherebbe la posizione dominante dell'Enel ».

C'è un'altra sorpresa dal sondaggio Swg: pare che l'annoso problema della casa in Italia non esista più. Destra, sinistra, centro: per tutti sta in fondo alla lista degli interventi auspicati...

«In effetti è sorprendente. Ma credo che la "questione casa" andrebbe scomposta in due voci. Primo: la difficoltà di trovare un alloggio. Da questo punto di vista c'è stato negli ultimi anni un notevole miglioramento, l'offerta di abitazioni sul mercato si è ampliata, ci sono meno case sfitte e la liberalizzazione del settore, il superamento dell'equo canone, hanno reso meno irraggiungibile il bene-casa. Secondo: il livello degli affitti. Se la ricerca avesse chiesto agli intervistati cosa ne pensavano circa il caro-affitti, penso che il risultato sarebbe stato diverso. A Napoli, ad esempio, è stato calcolato che tra il 1999 e il 2003 i fitti siano aumentati del 75 percento. Oggi le case si trovano, ma a prezzi e canoni sempre più pesanti. E questo credo sia un problema ben presente a una buona fetta degli italiani. Beninteso, da non affrontare con controlli amministrativi e norme tipo equo canone».

La disoccupazione è più sentita come priorità a sinistra, ma preoccupa anche un buon numero di elettori di opposta tendenza, tanto che, nel complesso, si piazza al secondo posto tra le questioni più allarmanti.

«Credo che se si analizzasse la distribuzione geografica delle risposte scopriremmo che sono gli elettori del Sud, sia dì destra che di sinistra, i più sensibili alla disoccupazione. Un po' per tutti i quesiti bisognerebbe considerare che le diverse priorità, che a prima vista ci appaiono dettate da motivazioni prettamente ideologiche, probabilmente riflettono differenze importanti nei livelli di reddito e dì istruzione, talora trasversali: insomma è più facile che statisticamente si dia una certa risposta perché si fa parte della fascia più povera della popolazione piuttosto che perché si vota a sinistra».

L'Espresso 18-11-2004