ottobre 31, 2004  Il centro è vuoto
ILVO DIAMANTI da Repubblica - 31 ottobre 2004 La sindrome elettorale ha colpito ancora la Casa delle Libertà. Nelle elezioni suppletive della scorsa settimana, infatti, ha perso in sette collegi su sette. Fra cui Milano e Napoli, dove in precedenza, erano stati eletti, rispettivamente, Umberto Bossi e Alessandra Mussolini. Si tratta, di consultazioni particolari, da cui non è lecito trarre lezioni generali. Perché, senza il traino della campagna e della mobilitazione nazionale, in queste occasioni, si recano a votare in pochi. Però hanno un impatto rilevante nel dibattito fra i partiti e quindi nella percezione degli elettori. Sempre. E sempre, negli ultimi tre anni, le consultazioni ? amministrative, regionali, europee (dove si è verificato un pareggio) ? sono andate male alla Cdl. L´esatto contrario di quanto era avvenuto fra il 1998 e il 2001, quando il centrosinistra aveva ceduto, a una a una, le città, le regioni e i collegi che negli ultimi anni ha riconquistato (Bologna, Padova, Verona, le province di Milano e Roma, la Sardegna, il Friuli Venezia Giulia, molte amministrazioni del Sud, soprattutto in Puglia e in Sicilia). Gli effetti "politici" di queste recenti, parzialissime consultazioni, dunque, hanno investito il sistema politico nella sua totalità. Soprattutto il centrodestra. Dove Fini (insieme a Follini) è tornato a chiedere un rimpasto "formale" del governo.
Il voto delle suppletive, peraltro, fornisce risorse utili ? e una buona dose di ottimismo ? al centrosinistra, per proseguire il confronto sul proprio futuro con maggiore tranquillità. Era riuscito, nei mesi scorsi, nell´impresa di neutralizzare gli effetti positivi del voto di giugno, moltiplicando le tensioni e le divisioni interne. Su questioni di contenuto (la politica estera, i temi della bioetica, del lavoro), ma soprattutto di tipo politico-organizzativo. Sul percorso attraverso cui scegliere e legittimare il leader: le primarie. Sul legame da stabilire fra i partiti. E sul rapporto con i diversi settori dell´elettorato, fedele e potenziale. Questioni serie, anche se spesso affrontate con animo polemico. Su cui è utile riprendere la riflessione, senza banalizzazioni. In sintesi, nel centrosinistra si confrontano due principali posizioni politiche e interpretative. Da un lato, i sostenitori del progetto "unitario", del soggetto politico federato e integrato, se non unico. Ulivo, GAD o come dir si voglia. Dall´altro, i sostenitori della "coalizione fra diversi". La cui intesa avviene in funzione del confronto elettorale, attorno a un leader. Ma senza rinunciare alla specificità e all´autonomia partigiana. A questa alternativa se n´è associata un´altra, di strategia politica. Riassunta nella "questione del centro". Alcuni leader (Rutelli, i Popolari della Margherita) e osservatori politici (Paolo Mieli) hanno sottolineato che, per vincere, il "centrosinistra" deve agire da "centro-sinistra". Valorizzare, soprattutto, l´autonomia organizzativa e l´identità delle componenti "moderate" per attirare i voti degli elettori di centro. Decisivi, perché più incerti e mobili degli altri, in una competizione elettorale. Per altro verso, i sostenitori del soggetto politico unitario (Parisi e quindi Prodi, in primo luogo) affermano che occorre unificare (non solo in funzione elettorale) il centrosinistra, per mobilitare anzitutto i propri elettori. Anche perché, segnalano alcuni specialisti dell´opinione pubblica (Nando Pagnoncelli, dell´Ipsos, e lo stesso Renato Mannheimer), il mercato elettorale, in questa fase, risulta largamente bloccato. I due schieramenti appaiono quasi impermeabili. La disponibilità a votare per partiti e formazioni della coalizione opposta raramente si traduce in comportamento. Per cui, l´incertezza e la delusione degli elettori sfociano prevalentemente nell´astensione. Più che "inseguire il centro", secondo questa prospettiva, occorre contrastare la delusione e l´astensione, che minacciano tutti gli elettori, non solamente i moderati. Ebbene, se guardiamo i dati dei sondaggi disponibili, se valutiamo l´andamento delle consultazioni di questi ultimi anni, comprese le più recenti, è difficile accettare l´antitesi fra queste due interpretazioni. Ha ragione sicuramente Giovanni Sartori, scienziato politico eminente, quando osserva che gli elettori di centro, anche in presenza di un sistema maggioritario e bipolare, sono tutt´altro che scomparsi e, anzi, sono i più disponibili a cambiare voto, i più incerti. Che è necessario, per questo che gli attori politici convergano al centro. Ma i sondaggi elettorali svolti sull´argomento mettono in luce altri aspetti, che conviene valutare con attenzione. 1) Gli elettori che si definiscono di centro, dopo la fine della prima Repubblica e l´avvio del sistema di voto maggioritario, 1993, si sono ridotti vertiginosamente. Erano circa il 40% nel 1990. Sono progressivamente scesi al 20% nel 1994, al 12% nel 1996 (dati ITANES). Oggi rappresentano circa il 10% degli elettori (indagine Demos, ottobre 2004), mentre la maggioranza si situa nelle "mezze-ali": centro-destra e centro-sinistra. Una componente molto ampia (pari a un quarto degli elettori) afferma, infine, di non riconoscersi in questo schema (peraltro ancora molto radicato nella società). 2) Se valutiamo gli elettorati di partito in base all´autocollocazione nello spazio fra destra e sinistra (calcolata a partire dalla loro stessa percezione) non si scorgono grandi differenze nei due schieramenti. Da una parte, gli elettori di Forza Italia e di An si posizionano nel settore più a destra dello spazio politico, in modo speculare rispetto ai Ds e ai Verdi, mentre gli elettori di Rc si situano in posizione ancor più estrema. Più vicini al centro risultano gli elettori della Margherita, a centrosinistra, e, soprattutto, dell´Udc, ma anche la Lega Nord, nella Cdl. Quanto alla Lega, non ci si deve stupire più di tanto. Si tratta di elettori che spesso provengono dal centro (la Dc); che, inoltre, "respingono" ideologicamente la prossimità con An. 3) Nel complesso, emerge con chiarezza l´immagine di uno spazio politico "polarizzato", dove la posizione degli elettori dei partiti (ma anche delle due coalizioni, nella competizione maggioritaria) è ideologicamente sgranata e lontana. Ciò lascia, certamente, scoperto lo spazio di centro, dove, sicuramente, si addensano gli elettori incerti. Che, tuttavia, sembrano coincidere con i "disincantati". Elettori "distanti" dalla politica, più che moderati. Difficili da intercettare con discorsi "liberali" e "liberisti". 4) Per questo, marciare decisamente verso il centro, se è necessario, appare anche rischioso. Di fronte a coalizioni eterogenee, con posizioni ideologicamente distanti, al loro interno (Ap-Udeur e Rifondazione, da una parte; An, Udc e Lega, dall´altra) si apre, semmai, il problema opposto. In un sistema maggioritario a turno unico, con molti collegi, (s)corretto dalla quota proporzionale, convergere verso il centro rischia di allungare troppo la distanza dagli elettori che si riconoscono nei settori estremi dello spazio politico. Affollati. E presidiati da partiti forti per organizzazione e identità (si pensi a Rifondazione). Così, "conquistare il centro" è necessario, per vincere. Ma (lo ha ricordato Eugenio Scalfari, nei giorni scorsi) perdere il contatto con la sinistra rischia di essere altrettanto rischioso. Mentre diventa sempre più evidente l´importanza assunta dalla "mobilitazione", dall´organizzazione, dall´identità: su base sociale e territoriale. Fattori decisivi per il successo del centrosinistra alle suppletive di domenica scorsa, ma anche alle amministrative di giugno. Perché permette di coinvolgere gli elettori fedeli, ma anche di accostare gli elettori di centro, "tiepidi" e disincantati. Accostarsi al centro senza disancorarsi dalla sinistra. E´ un dilemma difficile da risolvere. Ma un´intesa fra partiti impegnati a conservare gelosamente la loro differenza culturale e territoriale non è detto che possa risultare più efficace, allo scopo, di una federazione ampia e integrata. Si tratta, comunque, di una discussione seria che conviene continuare in modo serio. Senza ridurre il confronto al problema della leadership, usando le primarie al posto del potere mediatico. Facendo del "centro" uno slogan per contrastare l´anatema (anti)comunista. (O, peggio, per schermaglie interne alla coalizione). Imitare il modello-Berlusconi non serve al centrosinistra. E forse, ormai, neppure al centrodestra. |