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settembre 19, 2004


L´ Ulivo che non cresce al Nord


ILVO DIAMANTI
 

 

da Repubblica - 19 settembre 2004


Ci sono diversi modi di interpretare il percorso parlamentare delle riforme istituzionali. La "devolution", in particolare, che sembra interessare solo la Lega. E procede, in modo sussultorio, fra modifiche ed emendamenti.
C´è una lettura "istituzionale", di merito, che evidenzia i limiti e le ambiguità di questo federalismo che distribuisce poteri alle realtà locali accentuando i vincoli statali.

Sposta competenze verso il territorio e mantiene il controllo finanziario al centro. Che istituisce un senato federale dove le regioni hanno scarso peso. Un federalismo a parole. Che, nei fatti, non divide il paese, ma rischia di generare ulteriore confusione, accelerando il passaggio dalla Prima Repubblica a una Repubblica preterintenzionale - involontario bricolage di spinte diverse e divergenti.

Ma c´è una lettura "politica" e "territoriale" - la definiremo "geopolitica" - di questo percorso istituzionale fin troppo trascurata e sottovalutata. La "devolution", come la chiama la Lega, oppure il "federalismo", nel linguaggio comune, resta e si sta rilanciando come un tema di riferimento, una parola?chiave del vocabolario politico italiano, peraltro così povero di suggestioni e di emozioni lessicali.

Un´indagine nazionale (campione rappresentativo di oltre 2000 casi) condotta dal Laboratorio di Studi politici e sociali dell´Università di Urbino (LaPolis) rileva come la differenza fra quanti considerano il federalismo con favore e quanti, invece, lo valutano negativamente risulti positiva solamente nel Nord: +7%. Ma soprattutto nelle province pedemontane (che gravitano su Nordest e si allungano nell´alta Lombardia), dove sale al 12%. Mentre diventa negativa nelle province "rosse" dell´Italia centrale (-13%) e crolla, sommersa dal dissenso sociale, nel Mezzogiorno (-20%). Le divisioni sociali, nel giudizio sul federalismo, appaiono ancor più evidenti se si valutano gli orientamenti politici degli intervistati. Si delinea, a questo proposito, un asse fra gli elettori della Lega (+37%, a favore del federalismo) e di Forza Italia (+19%), soprattutto quelli che risiedono nel Nord (+36%). Invece, fra gli elettori di centrosinistra i sostenitori del federalismo sono una minoranza (-20% nella base dell´Ulivo, -40% in quella di Rc). Mentre negli altri partiti della Cdl c´è più scetticismo. Emerge un tiepido favore fra i votanti di An: +8% (ma solo a Nord); un tiepido sfavore fra quelli dell´Udc: - 2%. Insomma, la discussione su federalismo e devoluzione sta riproducendo la distinzione - non osiamo dire la frattura - fra il Nord e il resto del paese. E riconsegna il Nord - il Nordest e l´area pedemontana, soprattutto - all´asse fra Lega e Forza Italia. Riaffermando, peraltro, il peso e il ruolo della Lega, dopo anni di penombra.

A questa osservazione alcuni potrebbero eccepire, ragionevolmente, che: (a) il federalismo non è più all´ordine del giorno, nei pensieri della società. Neppure nel Nord; (b) il centrodestra e soprattutto Fi hanno subito una battuta d´arresto, alle recenti elezioni di giugno; (c) se una frattura geopolitica esiste ancora, è, comunque, poco profonda. La questione settentrionale, il Nordest hanno perso la prima pagina dei giornali e dei proclami politici. Da tempo.
Ci permettiamo, tuttavia, di suggerire prudenza, al proposito.

(a) È vero. Il federalismo non emoziona più come un tempo. Agitato come una bandiera, presentato in mille versioni e con mille nomi diversi, è diventato incomprensibile. Tuttavia, si continua a parlarne. A discuterne. Anche per negarne l´importanza. Così il "federalismo" è rimasto una parola?chiave della politica. Con un marchio nordista (e "leghista"). Dopo anni di declino del federalismo, nell´opinione pubblica, anche del Nord, oggi si assiste a una ripresa di credito. L´Osservatorio sul Nordest (curato da Demos per Il Gazzettino) nel giugno del 2001 registrava come il "federalismo" venisse considerato una priorità solo dal 13% della popolazione del Veneto e del Friuli Venezia Giulia. Tre anni dopo, nel febbraio del 2004, questo orientamento si allarga al 19% dei cittadini. Oggi al 22%. Quasi una persona del Nordest su quattro, in altri termini, in questa fase vede nel federalismo un obiettivo importante. Non si tratta di un giudizio sulla riforma elaborata dalla Lega e stemperata dai suoi cosiddetti alleati (Udc e An, sopra tutti gli altri). Pochi ne conoscono i contenuti. È, invece, il segno che il federalismo continua a funzionare da indicatore di un disagio irrisolto e da megafono di una domanda di rappresentanza latente e inespressa. Di una "questione settentrionale" rimossa, negata, senza risolverne le ragioni, senza contrastarne il malessere. Senza innovarne il linguaggio.

(b) Quanto alle elezioni di giugno, di nuovo, meglio andarci cauti. Alle amministrative, certamente, il centrosinistra ha ottenuto importanti successi dovunque e anche nel Nord (si pensi alla provincia di Milano). Ma se consideriamo le elezioni europee, il quadro è diverso. Nel Nordovest i partiti del centrodestra prevalgono ancora nettamente: 49% a 41%. Nel Nordest (Emilia Romagna esclusa) in modo ancora più netto: 50% a 38%. In entrambe le aree la Lega supera l´11% e accentua la sua rilevanza nella coalizione, di cui costituisce quasi il 25%. Il 4% in più rispetto alle europee del 1999, il 6% in più rispetto alle politiche del 2001. Inoltre, sondaggi recenti suggeriscono come nel Nordest la Lega e il centrodestra stiano allargando ulteriormente, sebbene di poco, i consensi.

(c) Nell´Italia del 2004 si delinea ancora una frattura geopolitica, che distingue il Nord (esclusa l´Emilia Romagna) dal resto del paese. Riassume un diffuso sentimento di opposizione allo Stato centrale, ai partiti, una crescente diffidenza verso l´Europa, una estesa domanda di autonomia, cui il federalismo continua a offrire un´etichetta, seppure contraddittoria. Politicamente, continua ad essere rappresentata ed espressa dall´asse Lega-Forza Italia, che gli esiti elettorali e i contrasti interni alla Cdl hanno scosso, senza peraltro spezzarlo. Potremmo dire, quindi, che la "questione settentrionale" stia riemergendo. Opaca, involuta. Meno drammatica rispetto a dieci anni fa, quando accendeva le passioni e la protesta. Oggi si coglie fra le pieghe del dibattito politico. Nelle aule del Parlamento, invece che nelle piazze del Nord. Anche la parola "federalismo" ha seguito questa deriva. Era una bandiera, un progetto condiviso, capace di contrapporre soggetti politici e sociali. Oggi, invece, divide, ma senza lacerare. Ha perso la carica dirompente di un tempo. Si è trasformata in un simulacro, che inquieta soprattutto perché ne sfugge il disegno.

Tuttavia, la questione settentrionale e la riforma federalista vanno prese sul serio. Soprattutto perché, negli ultimi anni, sono state affrontate in modo poco serio. Non solo dalla Lega, che ne ha fatto il vessillo per farsi riconoscere, per distinguersi dagli altri. Dai nemici e dagli amici. Per conservare la sua missione. Per sopravvivere. Ma anche dal centrosinistra. Che ha confidato nelle contraddizioni interne al centrodestra. E ha agito di rimessa, contando sulla confusione progettuale del governo. Fino a restarne vittima, a sua volta. Come in occasione del voto sul Senato federale, dei giorni scorsi. Sul quale si è astenuto. Di fatto, legittimandolo.

Conviene, al centrosinistra, volgere lo sguardo a Nord. Seriamente. Perché, nell´Italia repubblicana, i governi si sono fondati - sempre - su maggioranze con solide basi elettorali nel Nord - e soprattutto nel Nordest. Così è avvenuto nell´era della prima Repubblica. Così è avvenuto nella seconda Repubblica. Con l´eccezione della contrastata stagione di centrosinistra, aperta e favorita, alle elezioni del 1996, dalla frattura fra la Lega e il Polo. Dalla sconfitta del Polo ad opera della Lega, avvenuta nel Nord. Berlusconi, nel 2001, ha ristabilito l´intesa. E ha vinto. Nel Nord e in Italia. Se non riesce a parlare al Nord, con parole proprie, se non riesce a "vincere" nel Nord, allora il centrosinistra non può pretendere - e neppure sperare - di "governare" il Paese.