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agosto 13, 2004


Un sondaggio sugli effetti dell'allarme terrorismo

 

"C'è paura delle Bombe ma non è cambiato lo stile di vita italiano"

 

ALL’INDOMANI dell’11 settembre venne fuori che gli americani facevano di più l’amore, c’era da sublimare la paura di massa seguita al crollo di World Trade Center. Ecco: a noi italiani non succede nulla di simile, ora che minacciano direttamente anche noi. Sì, riteniamo l’attacco probabile ma non ne abbiamo davvero paura, e non cambiamo vita, abitudini, arte di amare. La maggioranza di noi, il 56 per cento, teme un attentato terroristico entro quindici giorni dall’ultimatum di Al Qaeda all’Italia. Eppure non ne è effettivamente preoccupata, almeno se osserviamo gli stili di vita: che non sembrano mutati in questo agosto 2004 rispetto allo stesso periodo dell’anno scorso.


Piepoli, quali sono i dati dell’ultimo sondaggio?

«Trenta milioni di italiani su cinquanta ritengono probabile un attacco terroristico, cioè ritengono che la minaccia di Al Qaeda corrisponda a un rischio reale. In percentuale, il 56 per cento degli intervistati ritiene probabile che accada da noi quello che è già accaduto in Spagna, con le bombe ad Atocha. Il 36 per cento non lo ritiene probabile, e l’otto per cento se ne disinteressa o non ha un’opinione».

Il punto è: questa alta percezione del pericolo ha modificato i nostri stili di vita?

«Ecco, è uno dei risultati singolari della ricerca. La gente ritiene probabile un attacco, ma non è poi effettivamente preoccupata. Gli italiani continuano a prendere il metrò e gli aerei; a fare la spesa nei grandi supermercati, ce lo dicono per esempio i panel di catene come la Rinascente; viaggiano in treno come l’anno scorso, anzi, in questo agosto lo fanno leggermente di più che nell’agosto del 2003. Lo sappiamo con precisione millimetrica perché alcuni grandi clienti del nostro Istituto sono soggetti istituzionali, per esempio Trenitalia, che dispongono di questo genere di informazioni in tempo reale».

Numeri come questi indicano che la psicologia dell’italiano medio è ancora distante dalla sindrome undici settembre, o che siamo un popolo di inguaribili superficiali, caschi il mondo ma noi ce ne stiamo in vacanza e non ci angosciate con Al Qaeda?

«Di certo in vacanza gli indici di preoccupazione tendono a diminuire, e questo clima influisce sulla nostra più recente rilevazione. Ma c’è un’altra considerazione da fare: gli stili di vita di solito mutano dopo gli attacchi, non prima. L’esempio classico in statistica è il caso Leningrado: nel ‘41 gli abitanti della città furono avvertiti dal governo centrale di Mosca che la città sarebbe stata “segata” dall’Unione Sovietica. Ciononostante, i suoi abitanti rimasero lì senza fuggire: il che costò loro quasi un milione e mezzo di morti».

Il campione che avete intervistato come è diviso: donne, uomini, giovani, vecchi...

«Sono più le donne degli uomini a percepire l’attentato come probabile: il differenziale tra i due sessi è del dieci per cento, 62 per cento le femmine, 52 i maschi. La spiegazione potrebbe essere che, tradizionalmente, in questo genere di interviste la risposta del pubblico femminile è influenzata anche da fattori emotivi».

I giovani vedono il pericolo più dei vecchi.

«Diciamo che nella fascia tra i diciotto e i 54 anni, più del 60 per cento degli italiani ritiene l’attacco credibile; in quella oltre i 54 anni, la percentuale scende quasi alla metà degli italiani».

Cosa chiedono questi italiani al governo per sentirsi più tutelati?

«In materia di sicurezza la prima richiesta all’esecutivo è sempre la stessa: aumentare i controlli, soprattutto nei luoghi di transito, e soprattutto verso i cittadini extracomunitari».

I nostri vicini europei la pensano come noi?

«In Inghilterra abbiamo numeri assolutamente paragonabili, una percentuale che oscilla intorno al 60 per cento dei cittadini ritiene possibile un attentato. La situazione è diversa in Francia, dove l’attacco non viene considerato all’ordine del giorno dalla maggioranza della popolazione. Quanto alla Spagna, anche lì la percentuale s’è molto abbassata: ma perché l’attacco c’è già stato, e la scelta del governo Zapatero, ritirare le truppe dall’Iraq, ha certo influito sulla percezione dell’opinione pubblica».

Ecco, dopo gli ultimi proclami minatori della rete di Bin Laden gli italiani ritengono che le nostre truppe devono rimanere in Iraq?

«C’è un dato curioso che risponde a questa domanda. Diciamo che la popolazione si divide sostanzialmente a metà tra favorevoli e contrari al rientro dei soldati da Nassiriya. Ma con un particolare significativo: se ci fosse davvero un attacco all’Italia, l’opinione pubblica si irrigidirebbe, e la maggioranza degli italiani sceglierebbe di restare, più propensa di prima a combattere».